Il fantasma di sangue dell’11 settembre
 



DI VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON. Si ricomincia. Sono tornati tutti, al ballo degli incubi e dei morti viventi per ricordarci che non se ne erano mai andati e che la guerra infinita esplosa l’11 settembre 2001, continua. Torna il martirio di un uomo, questa volta un ambasciatore, come a Falluja in Iraq o a Mogadiscio, in Somalia, con i polmoni invasi dal fumo di un incendio, proprio l’uomo, Chris Stevens, che più di ogni altro si era battuto per liberare la Libia.

Sono tornati al Qaeda, il serpe sempre decapitato e mai davvero morto; l’odio reciproco dei fanatici che sognano le opposte jihad; la promessa presidenziale di «fare giustizia »; il «Fuck America» scarabocchiato in inglese sui muri per uso delle tv e della Rete. E la paura che il gesto di un «gruppetto di selvaggi», come li ha chiamati il segretario di Stato Hillary Clinton, possa determinare il corso della democrazia americana, come trentadue anni or sono fecero a Teheran i seguaci dell’ayatollah Khomeini. Mentre sullo sfondo si alza la sagoma del vero obbiettivo dei provocatori: la guerra all’Iran.

Sembrava che anche l’undicesimo anniversario del 9/11 fosse trascorso tranquillo, sotto la polvere delle commemorazioni e dei ricordi, quando alla Casa Bianca e all’ultimo piano del Dipartimento di Stato, dove ha il proprio ufficio Hillary Clinton è arrivata a tarda sera la notizia dell’assalto alla palazzina bianca di Bengasi affittata come consolato. Obama era appena rientrato dall’obbligatorio tour delle rimembranze, al World Trade Center, al cimitero di Arlington, all’ospedale Walter Reed per i reduci feriti, quando la slavina degli incubi antichi gli si è rovesciata addosso. Si scatena l’assalto all’ambasciata del Cairo. Un dramma ancora incruento, ma seguito da un avventata nota di protesta dell’ambasciatore, che indicava in un atroce film dilettantistico e gratuitamente offensivo per il profeta Mohammed, «l’Innocenza dei Musulmani », prodotto in California da un allucinato milionario israelo-americano, Sam Bacile, che giudica l’Islam «il cancro del mondo» la causa della collera proprio dei Fratelli Mussulmani.

Poi, nella sera, tutto precipita proprio nella città che era stata il focolaio della speranza e la miccia che aveva fatto saltare Gheddafi, Bengasi. «Non riesco a capire come possa essere accaduto in una nazione che abbiamo aiutato a liberarsi da un tiranno» si domanda Hillary Clinton. Ma la risposta, raggelante, verrà da uno dei suoi predecessori in quel palazzo, James Rubin: «Abbiamo visto in azione il lato oscuro della Primavera araba». Il «gruppo selvaggio » attacca il consolato americano di Bengasi, in un assalto che oggi i servizi americani dicono essere stato «pianificato da tempo» da Al Quaeda, per coincidere con l’11 settembre e usare la propaganda antislamica di quello sgangherato filmetto provocatorio come copertura.

Usano i micidiali Rpg, il lancia granate e le fiamme avvolgono il piccolo edificio. L’ambasciatore Christopher Stevens, che proprio da Bengasi aveva seguito e puntellato la rivolta tribale prima e poi nazionale contro Gheddafi, che si considerava un amico dei libici, sotto tiro. Spinto dal collega Sean Smith, un veterano del Dipartimento e da due guardie del corpo, viene portato a forza dentro una stanza blindata. Diventerà la sua camera a gas. Morirà per l’inalazione. Sentinelle libiche, impotenti di fronte alle granate degli assalitori, e lo trasportano all’ospedale, dove potranno soltanto certificare il suo decesso a 52 anni. Fuori passeggiando giovani con magliette di squadre di calcio italiane, stagliati contro le fiamme.

Il Presidente Obama, nella notte, è preso fra la necessità di recuperare la gaffe dell’ambasciata americana al Cairo. Già i repubblicani, e l’avversario Romney lo accusano di avere «giustificato » l’aggressione e l’attacco all’America. Disconosce quel comunicato, prepara il discorso che terrà poche ore dopo, nel mattino, promettendo di «fare giustizia», ma senza rinnegare l’appoggio alla nuova Libia.

La Clinton parla due volte, per rintuzzare le granate politiche lanciate da Romney, eccitato dalla speranza che questo sia il «Momento Carter », quell’umiliazione dell’America con la prigionia degli ostaggi americani che nel 1980 spalancò definitivamente le porte della Casa Bianca a Ronald Reagan. Obama ricorda che l’America «rispetta il diritto di tutti alle proprie fedi, ma non può incoraggiare gli insulti alle altre».

«Ma come è possibile? Come è possibile?» ripete Hillary Clinton interpretando il sentimento di incomprensione e di confusione di molti americani, in una domanda che riecheggia, in forma diversa, la domanda che George W. Bush si pose 11 anni or sono: «Perché ci odiano tanto?». Ma la vera domanda che tormenterà Obama da adesso fino alle elezioni è diversa: «Come è potuto accadere?». Come potevano le ambasciate e i consolati americani in Egitto e in Libia non sapere, non temere, che qualcuno avrebbe approfittato dell’anniversario e di quella sconcezza di filmetto, usato come già i Corani bruciati da un fanatico mestatore, tale reverendo Jones, per unirsi alla folla e alle dimostrazioni, per nascondersi nella piazza del Cairo o nelle vie di Bengasi? Eppure era il solito copione, tutto già visto. Oggi, partono per la Libia duecento marines, ai quali spetta il compito di proteggere le ambasciate, ma il sospetto della porta chiusa troppo tardi rimane. In sette nazioni arabe, le ambasciate Usa sono oggi sotto assedio, grazie alla torva idea di un milionario fanatico quanto i suoi nemici, oggi nascosto per paura.

Obama ha lanciato i «droni». Cominceranno a sorvolare la Cirenaica nei deserti a est di Bengasi, per dare la caccia ai campi e ai gruppi di jihadisti che hanno assassinato l’ambasciatore, ma le probabilità di individuarli sono minime. Il loro vero obbiettivo è mobilitare, e convincere le tribù e i clan che controllano quel grande nulla a schierarsi con il governo di Tripoli che, nelle parole di Mohammed el Megarif, il presidente libico a interim, ha condannato l’aggressione.

Si intrecciano e si intorbidano le nuove ansie con i ricordi, con la storia della lunghissima guerra fra l’America, incarnazione suprema di tutti noi, dell’Occidente satanico e i fondamentalisti di un Islam vissuto come identità inflessibile e non negoziabile per le ex colonie. Una guerra che comincia con l’occupazione dell’ambasciata di Teheran, molto prima che nascesse Al Qaeda, e segnala a tutti la vulnerabilità di un gigante che non può più nascondersi «sotto le coperte degli Oceani». Gli emissari di Gheddafi colpiscono soldati a Berlino Ovest, prima di compiere l’immonda strage di Lockerbie, abbattendo un 747 Pan Am. Grida la propria ambizione sanguinaria tentando la prima distruzione del World Trade Center nel 1993, con un furgone esplosivo nei garage sotterranei.

Nel 1996, irrompe sul campo di battaglia il ricco rampollo di una autorevole famiglia saudita, i Bin Laden, lanciando la guerra santa contro l’America e il definitivo salto di qualità. Scopre le ambasciate come bersaglio di comodo, facile da colpire, a Nairobi, in Kenya, a Dar es Salaam, in Tanzania uccidendo 224 persone con camion bomba, la stessa tecnica usata per la strage dei Marines mandati da Reagan in Libano. Sogna di abbattere dieci jumbo contemporaneamente, nell’operazione «Bojinka» e di compiere il gran colpo nel giorno del nuovo Millennio, 1/1/00.

Esplode un barchino contro la fiancata dell’incrociatore «Cole», nel Golfo di Aden, nel 2000 e conosce la propria sinistra apoteosi a Manhattan. Poi, si apre lo stillicidio di soldati e civili in Iraq e in Afghanistan, che continua. Da Jimmy Carter a Barack Obama, sei presidenti americani di destra e di sinistra, neo lib o neo con, falchi o colombe, si sono succeduti, sempre sotto l’ombra della guerra invisibile, che periodicamente riaffiora e uccide. Nella notte dell’11 settembre 2012, gli spettri si sono ripresentati puntuali a bussare alla porta di un uomo che il 10 per cento degli americani resta convinto sia un musulmano segreto.



LA REPUBBLICA, 13-09-12