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Il caso Calabria
Il valore illegale delle lauree

Prosegue lo sciopero degli
insegnanti a Chicago (Afp), iniziato lo scorso lunedì. È il primo da 25
anni in quello che rappresenta il terzo distretto scolastico degli Stati
Uniti. Al centro del confronto fra il sindacato degli insegnanti e le
autorità c’è la riduzione dei benefici e le modalità di valutazione
degli insegnanti. Argomenti in discussione, anche a livello nazionale,
per la riforma dell’istruzione.
DI GIAN ANTONIO STELLA
Se fosse solo una faccenda giudiziaria, amen: una bella condanna dei
colpevoli e fine. Ma che 72 giovani calabresi si siano fatti delle
lauree false e circa duemila siano sotto inchiesta è un atto d’accusa
non solo per loro ma anche per chi li ha educati. E rilancia un tema: se
la laurea è solo un pezzo di carta, è sempre più urgente abolirne il
valore legale. Perché quei giovani si sono iscritti all’università?
Nelle società che funzionano, dove il «merito» non è solo una parola
inserita 37 volte in una proposta di legge di Mariastella Gelmini, ma
l’asse portante del sistema educativo, i ragazzi cercano di entrare nei
migliori atenei per un motivo solo: imparare. Crescere. Accumulare un
bagaglio di conoscenze che consenta loro di conquistare il mondo. O come
minimo di affrontare un colloquio di lavoro avendo delle buone carte da
giocare.
A questo servono, piaccia o non piaccia, la severità anche nella
distribuzione dei voti in pagella e la rigidità nella selezione
quotidiana, che esistono in tanti Paesi che ci umiliano nelle
classifiche internazionali come quelle del Pisa (Programme for
international student assessment) dove i nostri figli, soprattutto
quelli che frequentano le scuole nel Sud e nelle Isole, non sono
assolutamente in grado di reggere il confronto con gli altri nella
concorrenza scolastica che poi diventerà concorrenza nella vita.
L’anno scorso una madre cinese, Amy Chua, in un lungo articolo sul Wall
Street Journal, spiegava perché trovava assurda la manica larga usata in
Occidente nei confronti dei figli: «Quando i genitori occidentali
pensano di essere rigorosi, di solito non si avvicinano nemmeno alle
mamme cinesi. Ad esempio, i miei amici occidentali che si considerano
severi fanno esercitare i figli sui loro strumenti musicali 30 minuti al
giorno. Un’ora al massimo. Per una madre cinese, la prima ora è la parte
facile. Sono la seconda e la terza ora quelle difficili».
Troppo dura? «In uno studio su 50 madri americane e 48 madri cinesi
immigrate, quasi il 70% delle madri occidentali afferma che "insistere
sul successo scolastico non è un bene per i bambini" e che "i genitori
devono promuovere l’idea che l’apprendimento è divertente". Al
contrario, poco più dello 0% delle madri cinesi la pensa così ». Altri
studi, proseguiva, «indicano che, rispetto ai genitori occidentali, i
genitori cinesi dedicano al fare i compiti con i figli un tempo di circa
10 volte superiore. Al contrario, i bambini occidentali sono più
propensi a partecipare a gruppi sportivi».
Tutti i papà e le mamme, sia quelli occidentali sia quelli cinesi,
concludeva l’autrice, vogliono il bene dei loro figli ma quelli cinesi
sono convinti che occorra prepararli alle difficoltà della vita. Spiegar
loro che nulla sarà regalato, che tutto dovrà essere conquistato.
Il Foglio di Ferrara, traducendo la paginata, titolò: «Ai figli
regalategli un lager». Divertente e provocatorio. Ma quello giusto era
il titolo originale: «Per imparare bisogna soffrire». C’è chi, al di là
di certe legnosità schematiche della cultura cinese, se la sente di
contestarlo? È più utile dare in pagella un voto basso che segnali un
problema (anche ai genitori, ammesso che tutti diano un’occhiata ai
risultati dei figli) o promuovere tutti in massa distribuendo voti
altissimi perché «la vita è già dura, poveri ragazzi, è inutile
mortificarli?».
Sinceramente: è credibile che al liceo classico «Empedocle» di Agrigento
siano usciti agli esami di maturità 2011 la bellezza di 53 geni col
massimo dei voti su 182 studenti? Cos’era, un’infornata strabiliante di
Leonardo da Vinci, Pico della Mirandola e Albert Einstein o un genio
ogni tre alunni è una quota un po’ troppo alta per essere plausibile?
E torniamo al nocciolo della questione: quei 72 «dottori» falsi usciti
dall’università della Calabria, quell’«Arcavacata» di Cosenza che nacque
grazie all’entusiasmo di tanti docenti trascinati da un trentino come
Beniamino Andreatta e che avrebbe dovuto essere un campus di altissimo
livello su modello degli atenei americani, non sono solo degli
imbroglioni da castigare con una sentenza durissima. A partire da quello
che, registrando sette esami in un giorno e prendendo per sette volte il
massimo dei voti con la lode, dimostrava di essere certo che la sua
bravata strafottente sarebbe passata inosservata.
Intorno a loro non hanno funzionato i professori e le scuole che li
hanno fatti studiare (si fa per dire...) senza ficcargli nella testa che
studiavano per se stessi e non per il voto. Non hanno funzionato le
famiglie, che evidentemente si sono del tutto disinteressate di «come» i
figli stavano facendosi il loro bagaglio di professionalità. Non hanno
funzionato imeccanismi di una società che, soprattutto nel Mezzogiorno,
ha troppo spesso mostrato che il risultato d’un concorso, l’assunzione,
il posto fisso, lo stipendio, non dipendono da quanto uno è preparato ma
dalle conoscenze giuste, le amicizie giuste, il politico giusto. Perché
studiare se perfino il cardiochirurgo non viene scelto sulla base della
sua preparazione ma della sua tessera di partito?
Un messaggio devastante. E questo a maggior ragione se è vero quanto
spiega il pm Antonio Bruno Tridico, il quale indaga su oltre duemila
studenti perché qualcosa non gli torna e ha dovuto imporre almeno lo
spostamento dei tre impiegati smascherati dalle indagini, altrimenti
inamovibili. E cioè che molti dei falsi laureati sono dipendenti
pubblici non più giovanissimi che hanno cercato quella scorciatoia per
farsi quel pezzo di carta utile per diventare funzionari o dirigenti, di
andar avanti nella carriera.
E torniamo al punto di partenza. Se quel pezzo di carta è così
importante in quanto pezzo di carta, al di là della preparazione
effettiva e dell’università che lo ha dato, allora è meglio abolire il
suo valore legale. Sono anni che Roberto Perotti, Francesco Giavazzi,
Roger Abravanel ed altri ancora battono e ribattono su questo tasto. E
mettere ordine in queste cose, per rilanciare il Paese, è importante
quanto un investimento miliardario sulle infrastrutture. Gian Antonio
CORRIERE DELLA SERA, 18-09-12
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