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I nostalgici dei governicchi

di Angelo Panebianco
È una regolarità conosciuta: in tempo di pace gli stati maggiori
elaborano piani di guerra sulla base dell'erronea convinzione che il
prossimo conflitto sarà la fotocopia del precedente. Poi, quando la
guerra scoppia, si scopre che essa è diversa e quei piani di guerra
diventano carta straccia. Qualcosa del genere sembra accadere nella
politica italiana. I politici sono impegnati nel riproporre dosi più o
meno massicce di proporzionale nella legge elettorale.
Contemporaneamente, danno a intendere che dalle prossime elezioni
possano uscire responsi definitivi, vincitori e vinti, un governo di
legislatura. Per questo, fra l'altro, si attardano a parlare di
primarie. Ma ha ragione Romano Prodi ( Corriere , 3 settembre) quando, a
proposito del Partito democratico, osserva che le primarie hanno senso
solo quando, vigente un meccanismo maggioritario, si sceglie il
candidato premier, uno che, se vincerà, avrà buone probabilità, salvo
incidenti di percorso, di governare per cinque anni. Non hanno senso
invece in regime di proporzionale, ove il nome del premier è deciso dai
partiti mediante trattative parlamentari.
Non si può prender congedo dal ventennio maggioritario, ritornare alla
proporzionale, e poi pretendere che nella legislatura successiva ci sia
un governo solo e basta. Quanti governi si succederanno dopo le elezioni
del 2013: Due? Tre? Quattro? Si accettano scommesse. Se si affida ai
partiti in Parlamento, anziché agli elettori, la formazione del governo,
esso sarà poi in balia delle sempre mutevoli combinazioni parlamentari.
Giustamente Francesco Giavazzi (sul Corriere di ieri) auspica che
centrosinistra e centrodestra prendano impegni su cosa faranno in
seguito. Ma dato il quadro politico che si delinea sarà difficile che i
partiti possano rispettarli. Perché le politiche di governo
dipenderanno, più che dagli impegni presi con gli elettori, dalle
contrattazioni post elettorali. Senza contare che solo chi è sicuro che
la propria identità resterà salda nel tempo può assumere un impegno oggi
convinto di volerlo rispettare domani. E le identità future degli attori
odierni sono incerte.
Non esistono partiti per tutte le stagioni. Il Pd e il Pdl sono figli
dell'epoca maggioritaria. È difficile che sopravvivano nella nuova
stagione proporzionale. È più plausibile che nel corso della prossima
legislatura si assista a scomposizioni e ricomposizioni lungo tutto
l'arco parlamentare. C'è, a questo proposito, una certa congruenza fra
la rivalutazione (che contraddice le ragioni della nascita del Pd) di
Palmiro Togliatti, fatta dall 'Unità , e il ritorno alla proporzionale,
preferenze incluse (forse). Si spiega col fatto che le «ragioni sociali»
dei partiti del maggioritario sono venute meno.
Il fallimento della stagione maggioritaria, di cui è stato un aspetto
essenziale la mancata riforma della Costituzione, ci lascerà con governi
ancor più deboli e precari dei precedenti. Ciò fa intravvedere scenari
inquietanti. Se l'Unione europea reggerà, se ci saranno passi importanti
sulla strada della integrazione politica, l'Italia non avrà governi
abbastanza forti per trattare autorevolmente con i partners . Sarà un
vaso di coccio e ne faremo tutti le spese.
Se invece l'Europa si sfalderà, peggio ancora: senza leadership di
governo forti, legittimate dal consenso popolare, ci ritroveremo presto
alla deriva. Per durare nel tempo fronteggiando grandi sfide, di tutto
hanno bisogno le democrazie tranne che di una successione di governicchi.
CORRIERE DELLA SERA, 05-09-12
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