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Il groviglio elettorale

DI GIOVANNI SARTORI
Un Paese democratico funziona anche perché si è data una buona legge
elettorale, una legge che a sua volta produce un sistema politico che
funziona.
Noi siamo decollati, nel 1948, da un normale sistema proporzionale che
era esposto a due rischi: approdare a un eccesso di frammentazione
(troppi partiti), e anche a troppe crisi di governo (troppi governi
troppo brevi: «governicchi», secondo Panebianco). Ma la presenza del
Partito comunista moderò questi difetti. Il voto si concentrò sulla Dc,
e i cosiddetti governicchi duravano sì poco, ma per trent'anni furono
sempre nelle mani delle stesse persone, come prestabilito dal ben noto
«manuale Cencelli», che curava la rotazione delle cariche interne della
Dc.
I nostri problemi cominciano, paradossalmente, con la fine del
comunismo. A quel momento per bloccare la frammentazione sarebbe
probabilmente bastata una «soglia di esclusione» del 5%, come insegnava
l'esperienza tedesca, che in Germania ha anche prodotto la longevità dei
governi. Invece abbiamo inventato il Mattarellum, un sistema per tre
quarti maggioritario e per un quarto proporzionale. Io mi opposi (si
capisce, inutilmente) sin dal primo giorno osservando che il sistema
maggioritario avrebbe attribuito, in Italia, un fortissimo potere di
ricatto ai partitini, e che quindi avrebbe prodotto una dannosa
frammentazione del sistema partitico. Difatti è stato così. Ed era
facile, volendo, rimediare. Ma stavano emergendo due nuove «stelle», due
imprevisti, che dovevano, per emergere, sparigliare le carte: Berlusconi
e Prodi.
La differenza tra i due è che quando Berlusconi si fece avanti nel 1993
aveva già alle spalle una sua televisione a diffusione nazionale (anche
con personale dal quale reclutare), mentre Prodi aveva alle spalle un
brillante curricolo, a partire dalla presidenza dell'Iri e poi la
presidenza della Commissione europea a Bruxelles, ma nessun partito. E
così inventò (o lui, o Parisi, o insieme) una strana «primaria» che non
era certo il meccanismo inventato dagli americani ma piuttosto uno
strumento plebiscitario che stabilì con 4 milioni e passa di votanti che
il leader della sinistra era lui. Bravissimo. Ma bravissimo per sé. Come
è rivelato dalla intervista di Prodi al Corriere del 3 settembre scorso
che merita citare: «A che servirebbe - si chiede - chiamare il popolo di
centrosinistra a scegliere il candidato premier se poi la formula di
governo, come avviene con la proporzionale, viene delegata alla
trattativa tra le forze politiche e solo dopo le elezioni?».
Ma qui si svela che Prodi di costituzionalismo sa poco o anche punto. Il
nostro sistema politico è, piaccia o non piaccia, un sistema
parlamentare. E finché lo è, è normale che i governi vengano decisi dopo
le elezioni, e visti i risultati delle elezioni. Il nome del candidato
premier stampato sulla scheda di voto fu un colpo di mano
inspiegabilmente avallato dal presidente Ciampi. Infatti quel nome sulla
scheda ha consentito al vincitore di dichiararsi eletto direttamente da
una maggioranza del popolo (il che non è provato), e perciò stesso di
ritenersi inamovibile. Se così, il sistema parlamentare viene snaturato
in un sistema pseudo-presidenziale, che è poi un bastardo
costituzionale. Almeno questa stortura spero che ci sarà evitata. Ma è
ancora tutto in ballo.
CORRIERE DELLA SERA, 11-09-12
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