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Gli
infarinati

di Marco Travaglio
Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego
l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a
pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di
uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice
Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico
pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della
querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il
Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe
potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa.
Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il
risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di
risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo
diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A
quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi
giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la
legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello,
l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere
Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo
onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare
sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di
politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di
mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto
coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di
applicarla a genitori, ginecologo e giudice”. Peccato che fosse la
ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre
avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scritto l’Ansa e tutti
i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la
maxi-balla. Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona,
attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso.
E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver
“avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per
decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli
elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i
giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché
sul merito delle loro decisioni. Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se
i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e
Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di
abnormità. E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma,
al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco
degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno
osservata.
Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica”
per una pena detentiva prevista dalla legge. Il solito Battista denuncia
sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la
prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i
14 mesi di reclusione). Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i
giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e
Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non
ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi
dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente? Né si può risolvere la
faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi
tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano
i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa
al posto dei loro killer. Per distinguere l’errore in buona fede e la
critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una
legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso
di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge
tutelerebbe i giornalisti. Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la
pena di morte agli altri, poi piagnucolano per qualche mese di carcere,
peraltro all’italiana: cioè finto.
IL FATTO QUOTIDIANO, 28-09-12
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