Formigoni, nuove accuse: da Daccò un milione di euro e cinque Capodanni pagati
“Regione al servizio del faccendiere”



DI PIERO COLAPRICO

Le scelte della Regione Lombardia sono state, e forse lo sono ancora, «asservite» agli interessi dei faccendieri e delle cliniche private. È quanto sostiene, portando una montagna di documenti bancari e testimoni, la procura milanese. E lo fa proprio nella parte dell’inchiesta per corruzione che è arrivata ad investire il presidente Roberto Formigoni

C’è una frase, contenuta nelle accuse a Formigoni, destinata a diventare uno spartiacque: i pubblici ministeri parlano del «sistematico asservimento della discrezionalità amministrativa» della Regione Lombardia alle esigenze dei disonesti.

L’INCHIESTA
È un’inchiesta vastissima, questa, ed è nata — bisogna ricordarlo — dal crac di 1,5 miliardi di euro dell’ospedale San Raffaele. Da lì è arrivata a individuare, come in un giallo, questo «sistema» e il ruolo straordinario di un uomo potente di cui nessuno parlava: Pierangelo Daccò. Anche Formigoni, all’inizio dello scandalo, faticava ad ammettere di conoscerlo bene, anzi così bene, nonostante le tante vacanze e le cene insieme. Oggi Repubblica è in grado di affermare che non sono tre, ma salgono a cinque (e questa è una novità) le loro super-vacanze. E sono contestate sotto la voce «altre utilità» e quindi come «corruzione» al presidente della Regione.
La prima risale al 2006-2007: viaggio in Argentina e Patagonia. Poi tre capidanno scorrono tra le aragoste caraibiche di Anguilla, in uno dei resort più lussuosi del mondo. E quinta vacanza gratis per il Presidente, è a Saint Marteens. Folklore? No di certo, perché la procura contabilizza (altra novità) in oltre cinque milioni di euro, compreso l’uso delle barche, questi regali continui da parte dei faccendieri della sanità a Roberto Formigoni e al suo «capo casa», anche lui accusato di corruzione, Roberto Perego. Ecco il capo d’accusa al vertice della Regione.

I RIMBORSI DISCREZIONALI
Piccola premessa tecnica. La Regione paga agli ospedali il “lavoro” che fanno. Esiste un termine copiato dagli Usa, è “Drg”: sta per Diagnosis Related Group. Raggruppa cioè i vari tipi di ricoveri e di interventi. Stabilisce delle tariffe (abbastanza) fisse, basate sul costo medio. Sui “rimborsi Drg” che la Regione fa agli ospedali pubblici e privati è dunque difficile organizzare imbrogli e corruzioni, se non facendo passare per ricovero ciò che ricovero non è. E infatti il vero business dei faccendieri e dei privati in Lombardia sta negli interventi «non tariffabili» e nei «no profit» (entrambi citati nelle carte della procura milanese su Formigoni).

I 200 MILIONI DI EURO
Quando la fondazione Maugeri, che possiede ospedali e cliniche, entra in crisi, decide di rivolgersi per i suoi bisogni a Pierangelo Daccò. Il quale — questa è storia accertata — ci sta e stabilisce una percentuale da spartire con il socio Antonio Simone. Dopo di che si assiste al «miracolo» della moltiplicazione dei rimborsi. Quindi, solo dal 2002, grazie a questi rimborsi per «prestazioni non tariffabili», deliberati dalla Regione, arrivano alla Maugeri — calcolano ora i pm — oltre 200 milioni di euro. Una pioggia di denaro pubblico con una cadenza impressionante: 18, 19, 22 milioni l’anno, anno dopo anno, senza sgarrare mai. E lo stesso Daccò, interrogato il 19 maggio scorso alla presenza dell’avvocato Giampiero Biancolella, racconta: «Nel 1997 il mio amico e socio Antonio Simone mi ha portato a casa di Costantino Passerino», e cioè il direttore amministrativo della fondazione presieduta da Umberto Maugeri. «Nel corso della cena Passerino (...) mi disse — continua Daccò — che aveva bisogno del mio intervento per la risoluzione di questi problemi», fondi per 23 miliardi di lire fermi in Regione. Per sbloccarli Daccò chiede una percentuale del 25 per cento. Altissima, ma accettata. E gli affari comuni prosperano.

I 60 MILIONI AI MEDIATORI
La procura milanese mette nel calderone dei corrotti, insieme con Roberto Formigoni, il direttore generale della Sanità Carlo Lucchina, con cui Daccò ha buoni rapporti. C’entra anche lui con i rimborsi, così come sulle delibere regionali di cui discute non già negli uffici pubblici, ma tra faccendieri e imprenditori. Loro chiedono, la Regione ubbidisce, è il sistema.
Gli investigatori — e anche questo non si sapeva — sostengono che «inizialmente» al tandem Daccò-Simone andava «una percentuale del 25 per cento, scesa al 12,5» dopo qualche anno. Infine, dal 2010, in questi anni di crisi e di revisione delle spese sanitarie, i due si accontentano di una «cifra forfettaria» tra i sei e i 10 milioni l’anno. Con qualche «ritocco » quando si riuscivano a creare nuove strutture sanitarie.
Questo drenaggio di danaro, che una Regione «asservita» elargisce a piene mani (e in barba a qualsiasi criterio di trasparenza), porta nelle tasche del tandem Daccò-Simone — il conto è sempre della Procura, che si è avvalsa delle carte della Maugeri e delle testimonianze dei manager — ben 60 milioni di euro. “Follow the money”, segui il denaro, diceva Giovanni Falcone.

LE SOCIETÀ DI COMODO
La polizia giudiziaria del tribunale ha inquadrato una ragnatela che nelle accuse a Formigoni, al suo amico memores Perego, all’ex direttore generale della Sanità lombarda Carlo Lucchina, a Maugeri e Passerino viene chiamata senza mezzi termini «complesso sistema di società di comodo». È un giro di denaro vorticoso quello che approda in Svizzera e che da lì s’invola verso non pochi paradisi fiscali e conti personali di Daccò e Simone. Ma i contanti?

I DIECI MILIONI SPARITI
Nelle carte ufficiali dell’inchiesta sin qui note si parla — e questo si legge nero su bianco — di una cifra di «dieci milioni di euro in contanti prelevati da Daccò». Stando agli ultimi accertamenti la cifra salirebbe a 12-13. Ma conta di più il mistero sul dove vadano a finire. Al momento non si sa, anche se vanno ripetute alcune frasi del verbale di Gianfranco Mozzali, manager che seguiva le direttive del direttore Maugeri Costantino Passerino, e che lo stesso Daccò riteneva (pagina 11 del suo verbale) «per così dire la spia di Passerino».
Rivela dunque Mozzali: «Dai discorsi di Daccò era chiaro che i soldi erogati non rappresentavano solo un compenso, ma che servivano per altre persone (...) Più volte Daccò mi ha detto che bisognava pagare altrimenti non sarebbe arrivato nulla dalla Regione». E siccome, a volte, un buon faccendiere sa quando comincia a tirare un’aria pessima, circa una settimana prima di essere arrestato per la bancarotta del San Raffaele, stando sempre a Mozzali, Daccò «ha detto a Passerino, il quale era preoccupatissimo, di stare tranquillo». E come mai? «In quanto lui (Daccò) aveva sistemato i suoi conti in modo tale che non risultassero uscite verso politici o funzionari pubblici».

LA FETTA PER IL GOVERNATORE
Il pool milanese coordinato da Francesco Greco è in attesa di altri accertamenti, e va detto. Nell’invito a comparire disertato dal presidente della Regione (il quale continua a smentire che l’inchiesta possa sfiorarlo) ha però contestato già una corruzione piuttosto cospicua e articolata.
Le vacanze, compreso l’uso delle barche, ammontano — ripetiamo — a ben oltre cinque milioni di euro (e ci sono anche pagamenti da parte delle società di Daccò in franchi svizzeri e dollari per garantire il massimo del comfort, con documenti bancari rintracciati).
Viene contestata la cifra di «600mila euro per la campagna elettorale del 2010» (ma non c’è l’accusa di finanziamento illecito ai partiti).
Vengono contestati ben «500 mila euro per eventi» che poi sono soprattutto cene e incontri con politici, funzionari, amministratori e via dicendo. Ai detective quella del Presidente appare come una dispendiosa vita di relazioni, praticata però senza mettere mano al portafoglio personale.
Ci sono poi «70 mila euro spesi al Meeting di Cl» a Rimini. C’è la villa in Sardegna, che Daccò vende a 3 milioni quando ne costava — così ha contabilizzato l’accusa — «4,3 milioni», con un bel risparmio per il titolare dell’acquisto, il «capocasa» Perego, l’antico amico di Formigoni. Come si vede, è una fortuna.

LA DIFESA DI FORMIGONI
Ai lettori è noto il modo in cui Formigoni «non risponde» alle nostre domande, parla di «amici» e di «vacanze di gruppo ». Ma se fosse vero — questa la contestazione dei magistrati — perché mai Daccò organizza una serie di contratti fasulli per far viaggiare sugli yacht senza la sua presenza Formigoni e Perego?
Se non c’è niente da nascondere, ammesso e non concesso che sia possibile che non ci sia niente da nascondere in questo flusso memorabile di denaro e lussi, perché questo silenzio da parte di un uomo pubblico, con una carica importante, su vacanze, conti bancari, ricevute? Cioè — e veniamo al punto — se Daccò e Simone si sono presi quella mega- stecca da 60 milioni di euro, era per qualche cosa di lecito e normale o no? Perché la fondazione Maugeri li paga in questa maniera esagerata con fatture per prestazioni fasulle, compresi i comici dossier di studi su Marte?


LA REPUBBLICA, 15-09-12