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Effetti collaterali

di Lucrezia Reichlin
Quella di ieri è stata la conferenza stampa più attesa nella storia
della Banca centrale europea. Mercati, governi e cittadini aspettavano
di capire se Draghi avrebbe ottenuto il consenso nel consiglio per
mettere in opera quegli interventi straordinari sul mercato dei titoli
di Stato che aveva annunciato a fine luglio. Gli interventi ci saranno,
nonostante l'opposizione esplicita della tedesca Bundesbank. È un
avvenimento importante, un nuovo capitolo nella storia dell'Unione
monetaria, una condizione necessaria per la soluzione della crisi
dell'euro, ma rimangono ombre e rischi.
La Banca centrale europea (Bce) farà acquisti di titoli di Stato con
scadenze fino a tre anni per stabilizzare la differenza di tassi tra
Paesi (il cosiddetto spread). Differenziali giudicati irrealistici
rispetto alle condizioni economiche fondamentali. Lo farà senza limiti
quantitativi, ma solo per quei Paesi che si sottopongano a una stretta
supervisione delle loro politiche di bilancio e di competitività.
Rinuncerà al suo ruolo di creditore privilegiato, agirà, in questo caso,
e si prenderà i rischi come qualsiasi altra banca. Su tutti i fronti,
quindi, farà quanto promesso.
Per la Spagna e per l'Italia questo significa evitare il peggio e
guadagnare tempo per perseguire le politiche di contenimento del debito.
Ma anche per il futuro dell'euro nel suo insieme l'annuncio è di grande
importanza. Se queste misure saranno attuate con tempestività,
accompagnate da una comunicazione chiara e trasparente, si può sperare
che si crei una nuova fiducia tra gli investitori. Nell'ultimo anno, i
flussi di capitali extraeuropei verso l'Europa e quelli del Nord Europa
verso il Sud si sono arrestati. Questo blocco di fatto del processo di
integrazione finanziaria, che strozza il credito nei Paesi fragili, non
è compatibile con la moneta unica. Disinnescarlo è il compito principe
della Bce. La coscienza di questa responsabilità è quello che guida le
decisioni di Francoforte.
Ma veniamo alle ombre e ai rischi. Primo, il programma può funzionare
solo se gli investitori percepiranno che il processo decisionale che lo
accompagna non sarà caotico e connotato da una divisione all'interno del
consiglio Bce tra Europa forte e Europa debole. Questo renderebbe il
consiglio simile a un Parlamento intergovernativo, diviso negli
interessi e paralizzato nell'azione. L'efficacia della politica
monetaria si basa sulla trasparenza e la credibilità. Per questa ragione
la Bce aveva, dalla sua costituzione, insistito su una comunicazione a
una sola voce, quella del presidente. Con il dissenso esplicito e
persistente della Bundesbank questo è finito.
Secondo, la nuova politica monetaria può avere successo nel preservare
l'euro solo se si prenderanno altre misure a livello europeo. Di queste
misure, come l'unione bancaria, si è molto parlato ma l'Europa rimane
profondamente divisa. Le differenze sono complesse e il loro superamento
richiede un processo politico quanto mai periglioso.
Il terzo problema tocca il cuore dell'architettura europea ed è quello
della condizionalità. Dando aiuti a Paesi ma legandoli al rispetto di
precise condizioni, la Bce deve entrare in temi economici che vanno
molto al di là di quelli che competono alla politica monetaria.
L'indipendenza della Banca centrale dai governi è un concetto chiave
della costruzione della moneta unica che viene dalla tradizione tedesca
ed è motivato
dal successo della Bundesbank nel dopoguerra. La condizionalità, invece,
implica una relazione stretta tra politiche monetarie e di bilancio e
mette a repentaglio l'indipendenza. In questo senso è un paradosso che
sia proprio la Germania, sostenitrice storica della separazione tra
banca centrale e governo, a chiedere un impegno di Francoforte sul
fronte delle politiche di bilancio nazionali. L'ultima ombra è la più
seria. La politica monetaria può aiutare, ma non risolve il problema di
Paesi che rimangono intrappolati in una crescita negativa e non riescono
a riformarsi. Draghi ha fatto la sua parte, ma ora spetta agli altri
fare la loro: governi e partiti del Nord e del Sud Europa, sapendo che
la situazione rimane molto grave e il sentiero per uscirne è altrettanto
stretto.
CORRIERE DELLA SERA, 07-09-12
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