|
Che shock rivedere l’Italia divisa su
Eluana

Marco Bellocchio
DI NATALIA ASPESI
«MI HA molto colpito il modo in cui il cardinal Martini ha voluto
concludere la sua vita. Un uomo di grande fede come lui, di fronte alla
sofferenza che lo stava portando alla morte, ha chiesto di essere
sedato, di non subire un inutile accanimento terapeutico ». Lo dice
commosso Marco Bellocchio, presentando alla Mostra, con sedici minuti di
applausi del pubblico, Bella addormentata, il film che ha sullo sfondo i
sette giorni sconnessi e lunatici, dal 3 al 9 febbraio 2009, che
precedettero l’interruzione, dopo 17 anni di inutile strazio, della vita
artificiale di Eluana Englaro, nella clinica comunale “La Quiete” di
Udine. Il film però racconta altre storie, e quell’Italia spaccata in
due, irosa, esagitata, come sempre esagerata, ce la mostra soprattutto
attraverso i televisori ovunque accesi. Sono le immagini che allora
entravano in continuazione nelle nostre case, e che accettavamo con
quella rassegnazione che ormai pareva averci spento.
Bellocchio ce le fa rivedere, e a distanza di tre anni e mezzo, come
liberati da un incantesimo, se ne percepiscono tutta la vergogna, il
cinismo, l’opportunismo, in certi casi l’orrore: come quando il primo
ministro Berlusconi, col suo sorriso da piazzista, in totale impudente
crudeltà, informa gli italiani che quel corpo perduto alla vita da tanti
anni, ha ancora le mestruazioni e potrebbe quindi fare figli. E poi le
sedute in Senato, e gli anatemi del pidiellino Quagliarello, e l’assurdo
minuto di silenzio chiesto dal presidente Schifani all’annuncio che la
macchina che mimava la vita di Eluana era stata finalmente staccata.
Con grande sapienza, e bravissimi attori, Bellocchio racconta del valore
della vita e della morte con la storia di una tossica (Maya Sansa) che
vuole a tutti i costi suicidarsi, a cui si oppone un dottore (Pier
Giorgio Bellocchio) che vuole impedirglielo, “in nome dell’umanità”,
mentre i cinici colleghi scommettono su quando Eluana morirà; con quella
di una grande attrice (Isabelle Huppert) che ha una bellissima figlia in
coma e che, senza fede, circondata da suore, sgranando il rosario,
lavandosi le mani imbrattate da un sangue immaginario come recitasse nel
Macbeth, pretende da Dio un miracolo; e quella che si riallaccia al
frenetico momento politico di quei giorni, quando frettolosamente
Berlusconi decise di far votare una legge che, per compiacere il potere
vaticano, avrebbe dovuto cancellare quella che consente la libertà di
cura. Il senatore del Pdl Toni Servillo non vuole andare contro la sua
coscienza, e annuncia che non solo non voterà a favore, ma esprimerà
nell’aula le ragioni del suo dissenso, per poi dimettersi. «Ma perderai
la pensione!» gli dice il collega, che fu socialista come lui
ricordandogli che fu il grande boss a salvarli dalla galera e non si può
quindi disubbidirgli: e infatti, nelle stanze del partito, tutti a
chiacchierare col telefonino e ad assicurare il loro sì.
Ci fu davvero, dice Bellocchio, un senatore friulano, amico di Beppino
Englaro, che era deciso a dire no, poi come si sa, la non vita di Eluana
cessò prima che si votasse, e tutto finì lì. Il regista sostiene di non
avere alcun atteggiamento di disprezzo verso quelle figure di politico
che si aggirano nel suo film, ma certo non li esalta nella scena del
tutto surreale in cui, come fossero i senatori dell’antica Roma,
s’immergono nudi nei vapori del bagno turco, continuando a guardare la
tivù del parlamento. Si ride quando il senatore psicanalista Roberto
Herlitzka sostiene che «I politici sono tutti malati di mente». E
noiosissimi, da curare con pastiglie per toglierseli di torno: «Sono
smarriti, depressi, infelici, vagano per il centro senza sapere che
fare, sentendosi inutili, terrorizzati dall’idea che la televisione non
li chiami più, sempre più convinti di non contare niente».
Il senatore di Servillo non è una macchietta, è una bella figura di uomo
ferito dalla malattia della moglie che ha aiutato a non soffrire più, e
dall’ostilità della figlia, Alba Rohrwacher, che sta dalla parte di chi
prega perché non sia staccata la spina della macchina che fa respirare,
ma non vivere, Eluana. Bellocchio ricostruisce con maestria il caos
emotivo di quei giorni che avevano trasformato la discussione
sull’eutanasia in una tragedia nazionale dai pesantissimi risvolti non
solo morali e religiosi ma anche politici. La folla di credenti davanti
alla clinica, i canti sacri, le preghiere, i lumini, le messe, le grida
«Assassini!», gli ammalati in carrozzella con il cartello «Ammazza anche
me», la polizia, i sostenitori del diritto di far cessare le sofferenze
di Eluana, i dibattiti in televisione, i cronisti a caccia di
dichiarazioni sensazionali. Ma l’Italia si sa, è impaziente: annunciato
che il corpo della povera Englaro si era spento, tutto finì in pochi
giorni, si passò subito ad altro. Però al momento di girare il film, se
ne sono ricordate la Provincia di Udine (il Comune ha favorito le
riprese) e la Regione, che hanno cancellato la Friuli Film Commission
che aveva già comunque partecipato al finanziamento del film, come
appare nei titoli di testa.
Bella addormentata entra nella ristretta rosa dei candidati al
Leone d’oro.
LA REPUBBLICA, 06-09-12
|