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Belpietro: Arrestateci tutti La libertà di
stampa è morta
La Cassazione ha stabilito che Alessandro Sallusti deve
andare in galera per un articolo pubblicato su «Libero» quando ne era
direttore. Una vergogna che può succedere solo in Italia: la libertà di
stampa è morta

DI MAURIZIO BELPIETRO
La libertà di stampa in questo Paese è morta. La sentenza con cui la
Corte di Cassazione ha condannato a 14 mesi di carcere Alessandro
Sallusti, per un articolo uscito su Libero quando ne era il direttore, è
infatti un ammonimento ad ogni giornalista. Dal caporedattore al
praticante, d’ora in poi quando dovranno scrivere lo faranno con il
freno a mano tirato, misurando le virgole per non incorrere nei rigori
della legge. Riesumando uno slogan maoista si può dire: colpiscine uno
per educarne cento.
Intendiamoci non ce l’abbiamo con i magistrati, anche se quella del
direttore del Giornale è una vicenda che ha come soli attori i
magistrati, dal querelante ai giudicanti. La suprema Corte ha fatto il
suo mestiere, applicando il codice: si può discutere se abbia usato più
o meno la mano pesante e probabilmente lo ha fatto, ma è indubbio che
qualcuno le ha dato il permesso di farlo. No, non ce l’abbiamo con le
toghe, siano esse rosse o nere, ma con i politici che hanno consentito
la condanna di Sallusti. Sono loro i veri responsabili di una sentenza
che pone in libertà vigilata il direttore di uno dei più importanti
organi di stampa d’Italia.
Già, perché anche se la Procura di Milano ha annunciato che non darà
immediata esecuzione alla sentenza di condanna, Alessandro rimane a
rischio carcerazione. Se non piegherà la testa chiedendo di essere
affidato ai servizi sociali, per aver consentito la pubblicazione di
un’opinione, verrà messo dietro le sbarre un anno e più. Tutto ciò
mentre gli spacciatori sono fuori e godono di ogni genere di beneficio,
mentre i rapinatori o gli stupratori vengono premiati per buona condotta
e i politici corrotti salvati per ottima militanza. Per questi signori
in vent’anni le norme penali sono state rimaneggiate più volte,
concedendo attenuanti e depenalizzazioni, quando non l’indulto: ma dei
giornalisti il Parlamento non ha trovato il tempo di occuparsi. Troppo
impegnati a fare altro, a difendere i propri privilegi e il proprio
stipendio e in qualche caso a rubare, onorevoli e senatori hanno
lasciato in vigore la più illiberale delle leggi sulla stampa,
aggravandola addirittura con il meccanismo del reato ripetuto più volte.
Il risultato è quello cui abbiamo assistito ieri.
Ora, si può pensare che la nostra - di Libero, del Giornale e di molte
altre testate che in questi giorni hanno criticato la sentenza
annunciata della Cassazione - sia una difesa corporativa e che gran
parte dei giornalisti strilli e usi toni indignati perché una volta
viene colpito uno di noi. Tuttavia non è così. Qui non è in gioco il
futuro, la carriera e la libertà di un membro della casta redazionale.
Qui è in gioco la libertà di informare e di dire ciò che si pensa
riguardo a un fatto o a una persona. La nostra Costituzione all’articolo
21 sancisce che tutti i cittadini abbiano diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con le parole o con ogni altro mezzo e
la stampa non possa essere soggetta a censura. Ma più censura
dell’arresto di un giornalista che ha espresso il proprio pensiero che
altro ci può essere? La tortura? In nessun Paese d’Europa è consentito
di ingabbiare un cronista per ciò che ha scritto. Se quanto egli ha
pubblicato non corrisponde al vero è chiamato a risponderne
patrimonialmente, risarcendo il danno, ma non finisce in gattabuia.
Dietro le sbarre si va solo negli Stati dittatoriali, in Cina o a Cuba,
dove esistono regimi comunisti. Da noi, negli anni passati, nonostante
quel che scrivessero Repubblica o altri che ci paragonavano per libertà
di stampa ai Paesi del Terzo mondo, la detenzione non era usata per
rieducare i giornalisti. O meglio, ci fu un caso lontano che riguardò
Giovannino Guareschi, finito in carcere per aver accusato Alcide De
Gasperi, ma è una storia antica. Poi era capitato a un altro paio di
colleghi di rischiare la detenzione, ma anche qui per vecchie sentenze
addirittura mai appellate. In tempi recenti il pericolo d’arresto
sembrava scongiurato e invece rieccolo affacciarsi, per di più
inasprito.
Quello che è accaduto a Sallusti potrebbe dunque accadere anche noi. A
me che scrivo, dato che ho patito un’analoga condanna (omesso controllo
per aver pubblicato un’opinione ritenuta dalla Corte Costituzionale
insindacabile: 4 mesi di carcere), a tanti colleghi di Libero e a molti
che lavorano in altri giornali. Siamo tutti a rischio, tutti in libertà
vigilata. Ciò nonostante, dopo aver fatto un giro in redazione e aver
raccolto i commenti di chi vi lavora, posso assicurare ai lettori che
continueremo a fare il nostro lavoro con scrupolo e onestà, raccontando
fino in fondo ciò di cui siamo testimoni.
I magistrati facciano pure il loro lavoro sostenendo di applicare solo
la legge e nient’altro. I politici continuino a non fare una legge che
depenalizzi la diffamazione a mezzo stampa, piangendo poi lacrime di
coccodrillo a ogni caso Sallusti. Noi comunque andremo avanti per la
nostra strada non mettendoci nessun bavaglio e non sottostando ad alcuna
censura, né preventiva né consuntiva. Se sarà necessario ci faremo
arrestare tutti.
maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it
@BelpietroTweet
LIBERO, 27-09-12
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