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Sì, sarò un bacchettone ma non
cambio idea
«Rinunciare alla passione? A sessant’anni
è una chimera Ecco perché non cambio idea»

di Paolo Conti
Pronto a prendermi l’etichetta di bacchettone, ma non cambio
idea, nonostante centinaia di lettere, messaggi, confidenze. Tutto per
una riflessione: intorno ai sessant’anni molti aspetti della vita
cambiano. E «innamorarsi» a quell’età vuol dire rischiare il ridicolo.
Cosa cambia dopo aver ricevuto centinaia di lettere e messaggi, dopo
essere stato travolto da racconti personali (colpi di fulmine in piena
terza età), confidenze (paternità più che tardive), interrogativi
angosciosi (forse lei, così più giovane, mi tradisce ed io non lo
«voglio» capire...), pezzi di vita privata consegnati con sincera
immediatezza on line come se fosse una corrispondenza privata tra vecchi
amici?
Cambia molto. Perché non succede mai, in una normale vita professionale,
che un ex assistente universitario di Herbert Marcuse, poi docente ad
Harvard, Los Angeles, Parigi e Toronto, titolare di una straordinaria
collezione d’arte contemporanee (Duchamp, Breton, Man Ray), autore di
famosi saggi, come Arturo Schwarz ti scriva per dirti: «Compiango la sua
visione pessimista, oltre che razzista, della vita... io a 88 anni,
vedovo due volte, sto per risposarmi con una architetto di 51 anni, il
nostro rapporto non è meno profondo e intenso di quando entrambi eravamo
molto più giovani, anzi». L’interlocutore non è il primo signore che
passa, quell’esperienza vale un romanzo e ti colpisce nel profondo. Così
come ti cambia il parere del cantautore Roberto Vecchioni che svela di
innamorarsi della propria moglie «diversamente » a ogni decennio. E lo
stesso vale, per dimostrare quanto sia stata trasversale la reazione,
per Alba Parietti e per la sua ricetta: «L’unica strada che non rende
ridicoli è quella dell’amore vero. Che non s’interroga, non pensa al
domani e se ne frega del giudizio di tutto quello che sta attorno».
Tutto questo per aver tradotto in un articolo una riflessione nata
giorni fa in una discussione in riunione di redazione: quando si è
intorno ai sessant’anni (e dopo) molti aspetti della vita cambiano
radicalmente. La passione prepotente riguarda le prime stagioni della
vita. In due parole: «innamorarsi» a quell’età vuol dire rischiare il
ridicolo, soprattutto per se stessi. E sapere che tutto si ripeterà come
sempre: prima l’amour fou (caro ad André Breton), la solita stagione di
felicità, poi l’abitudine, infine la conclusione prevista da copione per
ogni passione con lo schema vittima-carnefice che ha alimentato migliaia
di romanzi. Con l’aggravante di vivere tutto questo nella pienissima
pseudo- maturità.
Molti miei coetanei (la stragrande maggioranza delle reazioni) si sono
sentiti offesi e hanno lanciato l’accusa (prevedibile) di «moralismo »,
di «bacchettonismo», di non saper vedere cosa significhi avere
sessant’anni nel Terzo Millennio. Bene. Benissimo. Pronto a prendermi
tutte quelle etichette. Per niente disposto a cambiare idea soprattutto
se in nome del nuovo, intoccabile Tabù degli anni Duemila. Cioè la
«gioventù prolungata», dai contorni indefinibili, imposta dagli stili di
vita, dalla pubblicità, dallo sport praticato, dalla cosmetica, dalla
scienza medica (e dai ritrovati chimici), dalla chirurgia estetica. Guai
ad invecchiare. Che volgare orrore! Guai a fare i conti col tempo che
passa. Proprio Arturo Schwarz mi ha gagliardamente ammonito: «I 58 anni
di oggi corrispondono ai trenta di mezzo secolo fa». Con tutta la stima
per il professore, e gli auguri per il suo matrimonio, esattamente
questo mi atterrisce: che non ci sia più un traguardo, un giro di boa,
una sintesi, quell’evoluzione che per secoli ha accompagnato
l’alternarsi delle generazioni in un meraviglioso scambio di esperienze
e di speranze. Se resti un virtuale coetaneo di tuo figlio quale
retaggio gli lascerai mai? Se rischi di innamorarti di una sua amica che
senso può avere la tua paternità? Meglio lasciare questa roba al grande
cinema, a LouisMalle e al suo tragico e magnifico «Il danno». Insomma,
avere 58 anni significa avere felicemente 58 anni anche nel 2012, almeno
per me.
Per la maturità continua a sembrarmi perfetto quel passaggio di Erri De
Luca, dal suo ultimo «I pesci non chiudono gli occhi», edito da
Feltrinelli: la speranza che capiti «un tempo finale in comune con una
donna, con la quale coincidere come fanno le rime, in fine di parola ».
Una lieve rima non contempla abbandoni né disperazioni né cambiamenti
radicali di vita.
Altra questione che, almeno a giudicare dalle lettere, è molto sentita
riguarda le donne che hanno superato i cinquant’anni. Quelle però che
hanno scelto di non mascherarsi da trentenni a colpi di chirurgia
estetica. Una lettera tra le tante, di una lettrice, Tiziana Ficacci,
attenta interlocutrice della nostra edizione romana: «Dovrebbe cercare —
da uomo giornalista—di provare a dare una qualche risposta sul perché i
suoi coetanei ben difficilmente accettano di dividere un po’ di tempo,
di strada di rime, con le loro coetanee (belle e intelligenti anche se
certamente non in forma come delle ventenni). Per la mia esperienza di
amica delle donne è uno stile di vita soprattutto maschile». E qui
davvero è difficile approdare a una conclusione. Perché l’interrogativo
è figlio di quel Tabù contemporaneo. Di quel nuovo Mito che
personalmente mi terrorizza.
CORRIERE DELLA SERA,
28-08-12
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