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Quando Grillo bussò alle porte del Pd

DI FILIPPO CECCARELLI
CHISSÀ se una volta dentro il Pd, le cose con Grillo sarebbero andate
meglio; o forse peggio; o magari non sarebbe cambiato granché. Sia come
sia, e ancora di più in agosto, la politica non si fa con i “se”. E
tuttavia, al terzo o quarto giorno di reciproci insulti, accade che
dall’inesauribile giacimento dei ricordi bislacchi torni in mente la
commedia dell’improvvisa infatuazione e della doppia iscrizione negata
di Beppe Grillo al Pd.
VICENDA di calcolati equivoci, ma anche per questo abbastanza
rappresentativa dell’andazzo in voga tra gli odierni litiganti.
Era estate anche allora. Un po’ Giannini (che dialogò con Togliatti) e
un po’ Pannella (che come un cuculo per decenni ha cercato di occupare
gli altrui nidi), il 12 luglio del 2009 Grillo annuncia a sorpresa che
intende candidarsi a segretario del Pd. Prenderà la tessera, porterà le
firme e parteciperà alle primarie, per le quali tra mille impicci
regolamentari e il consueto tran tran oligarchico sono già in lizza
Bersani, Franceschini e Marino.
Le motivazioni della scelta sono presentate in salsa agrodolce. Da un
lato egli sente la necessità di “dare un senso a dieci anni di lavoro,
tornare a parlare di politica e non di partiti e dare una mano ai
giovani”. Sostiene che “dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra
c’è il vuoto”. Ma dall’altro condisce questa sua volontà d’impegnarsi
con una sospetta considerazione personale: “Mi è venuto il magone nel
vedere come questi fossili hanno segato la povera Debora Serracchiani,
che aveva appena detto di condividere le cose che dico”.
Al di là del preteso intento cavalleresco, i “fossili” si allarmano. Non
tutti, per la verità: risulta dialogante la suddetta Serracchiani, quasi
favorevoli Burlando e Marino, tace Veltroni. Ma il grosso della
nomenklatura dà per scontato che si tratti di mera provocazione a scopo
autopromozionale, come è. Però, al netto dei cavilli statutari, il modo
di respingerla suona inesorabilmente il solito: il Pd è tutto per noi. E
comunque: “Non è un autobus” dice Bersani, “non è un taxi”, dice
Migliavacca, “non è un tram” dice Melandri.
Grillo ovviamente ci sguazza; e prima di concludere che i notabili non
sono d’accordo nemmeno sul mezzo di locomozione, che in realtà presto
dirà essere assimilabile a un “carro funebre”, il comico li scavalca,
acquista il biglietto della pretesa macchina mortuaria, cioè prende la
tessera presso un circolo in quel di Arzachena, Costa Smeralda. Paga
anche 16 euri, che il Pd regionale, subito contrario, promette di
rimborsargli.
A quel punto il rifiuto fa crescere la discordia e la confusione a Roma.
Il senatore Marino pone in qualche modo in rapporto il no a Grillo con
la pacifica adesione di un temibile violentatore seriale che a Roma è
risultato alla guida di un circolo del Pd. Mentre Penati, che organizza
la campagna di Bersani, prende spunto per accusare il regolamento che
con il contributo franceschiano consente “candidature fai-da-te”.
Deve perciò intervenire ufficialmente la Commissione di garanzia: no a
Grillo. Il quale però insiste e, rifiutato in Liguria, per la seconda
volta ottiene la tessera dal circolo “Martin Luther King” di Paternopoli,
Avellino. Tessera quindi annullata dall’istanza regionale.
Tutto si consuma più o meno in una settimana, senza lasciare eccessive
tracce nell’immaginario. Dopo di che i leader del Pd continueranno nel
modo che si sa; e Grillo anche, con acclarata necrofilia accusando il Pd
di essere un’accolita di “salme”, “mummie”, “zombie” e il suo segretario
un “morto che cammina”. Al che una volta Bersani, messo proficuamente da
parte l’orgoglio da comizio, rispose in modo filosoficamente e dunque,
se è lecito, anche politicamente ammirevole: “Dai, Grillo, stai sereno:
noi semplici uomini siamo tutti quasi morti. E tutti viviamo - qui fece
una pausa – su quel ‘quasi’”.
LA REPUBBLICA,
28-08-12
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