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“Ora liberi dalle
ideologie”
Pezzo dopo pezzo la terribile legge sulla procreazione
assistita, la più ideologica tra quelle approvate durante la sciagurata
stagione politica che abbiamo alle spalle, viene demolita dai giudici
italiani e europei.

di Stefano Rodotà
Pezzo dopo pezzo la terribile legge sulla procreazione
assistita, la più ideologica tra quelle approvate durante la sciagurata
stagione politica che abbiamo alle spalle, viene demolita dai giudici
italiani e europei.
Ieri è intervenuta la Corte europea dei diritti dell’uomo con una
sentenza che ha ritenuto illegittimo il divieto di accesso alla diagnosi
preimpianto da parte delle coppie fertili di portatori sani di malattie
genetiche. Si tratta di una decisione di grandissimo rilievo per diverse
ragioni, che saranno meglio chiarite quando ne sarà nota la motivazione.
Viene eliminata una irragionevole discriminazione tra le coppie sterili
o infertili, che già possono effettuare la diagnosi grazie ad un
intervento della nostra Corte costituzionale, e quelle fertili. Viene
rilevata una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei
diritti dell’uomo, che tutela la vita privata e familiare. Viene
constatata una contraddizione interna al sistema giuridico italiano, che
permette l’aborto terapeutico proprio nei casi in cui una diagnosi
preimpianto avrebbe potuto evitare quel concepimento. Viene messo in
evidenza il rischio per la salute della madre, quando viene obbligata ad
affrontare una gravidanza con il timore che alla persona che nascerà
potrà essere trasmessa una malattia genetica (è questo il caso della
coppia che si era rivolta alla Corte di Strasburgo perché, dopo aver
avuto una bambina affetta da fibrosi cistica e dopo un aborto
determinato dall’accertamento che nel feto era presente la stessa
malattia, intendeva ricorrere alla diagnosi preimpianto per procreare in
condizioni di tranquillità).
È bene sapere che tutte queste obiezioni erano state più volte avanzate
nella discussione italiana già prima che la legge 40 venisse approvata,
senza che la maggioranza di centrodestra sentisse il bisogno di una
riflessione, condannando così la legge al destino che poi ha conosciuto,
al suo progressivo smantellamento. La Corte costituzionale, già nel
2010, aveva dichiarato illegittime le norme che indicavano in tre il
numero massimo degli embrioni da creare e accompagnavano questo divieto
con l’obbligo del loro impianto. Vale la pena di ricordare quel che
allora scrissero i nostri giudici: “la giurisprudenza costituzionale ha
ripetutamente posto l’accento sui limiti che alla discrezionalità
legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che
sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica;
sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve
essere la autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso
del paziente, opera le necessarie scelte professionali” (così la
sentenza n. 151 del 2010). Le pretese del legislatore-scienziato, che
vuol definire quali siano le tecniche ammissibili, e del
legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vennero
esplicitamente dichiarate illegittime.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo si colloca lungo
questa linea. Quando si parla del rispetto della vita privata e
familiare, si vuol dire che in materie come questa la competenza a
decidere spetta alle persone interessate. Quando si sottolineano
contraddizioni e forzature normative, si fa emergere la realtà di un
contesto nel quale le persone sono obbligate a compiere scelte rischiose
proprio là dove dovrebbe essere massima la certezza, come accade tutte
le volte che si affrontano le questioni della vita. Vi sono due diritti
da rispettare, quello all’autodeterminazione e quello alla salute, non a
caso definiti “fondamentali”. Di questi diritti nessuno può essere
espropriato. Questo ci dicono i giudici, che non compiono improprie
invasioni di campo, ma adempiono al compito di riportare a ragione e
Costituzione le normative che investono il governo dell’esistenza. Né si
può parlare di una deriva verso una eugenetica “liberale”, proprio
perché si è di fronte ad una specifica questione, che riguarda gravi
patologie.
Ma la sentenza della Corte di Strasburgo è una mossa che apre una
complessa partita politica e istituzionale. Saranno necessari passaggi
tecnici per far sì che tutte le coppie a rischio di trasmissione di
malattie genetiche possano effettivamente accedere alla diagnosi
preimpianto. Passaggi che potranno essere ritardati dal fatto che il
governo ha tre mesi per impugnare la decisione davanti alla “Grande
Chambre” di Strasburgo. Questa impugnativa è invocata dai responsabili
di questo disastro legislativo e umano. Il ministro Balduzzi,
prudentemente, parla della necessità di attendere le motivazioni della
sentenza: Ma può il Governo scegliere una sorta di accanimento
terapeutico per una legge di cui restano soltanto brandelli, di cui le
giurisdizioni europea e italiana hanno ripetutamente messo in evidenza
le innegabili violazioni della legalità costituzionale?
Questa sarebbe, invece, la buona occasione per uscire finalmente dalle
forzature ideologiche. In primo luogo, allora, bisogna prendere atto,
come buona politica e buon diritto vorrebbero, che bisogna riscrivere la
legge davvero sotto la dettatura, non dei giudici, ma delle indicazioni
costituzionali, obbedendo alla logica dei diritti fondamentali. Ma, in
tempi di carte d’intenti e di programmi elettorali, sarebbe proprio il
caso di abbandonare fondamentalismi e strumentalizzazioni. Il dissennato
conflitto intorno ai “valori non negoziabili” dovrebbe lasciare il posto
ad una attitudine capace di riconoscere che vi sono materie nelle quali
l’intervento del legislatore deve essere in primo luogo rispettoso della
libertà delle persone e della loro dignità, che non possono essere
sacrificate a nessuna imposizione esterna.
LA REPUBBLICA,
29-08-12
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