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lampi dall'ombrellone

di Riccardo Ruggeri
Racconto il caso Ilva a un amico di Ginevra (l'ho soprannominato
Calvino). Lo Stato possedeva un'acciaieria super-sindacalizzata che
emetteva (sotto, sopra, di fianco) schifezze d'ogni genere (tutti
sapevano, tutti tacevano), inoltre perdeva montagne di quattrini.
Dispiaciuto, costretto dalle "liberalizzazioni" dovette venderla (chissà
se "as it is", come dicono i colti) a un certo Emilio Riva, un uomo che
"si commuoveva osservando l'acciaio liquido sgorgare a 1650 gradi".
L'Ilva investì un miliardo, cominciò a guadagnare, due anni fa ricevette
l'AIA (autorizzazione integrata ambientale) da parte del Ministero
dell'Ambiente (direttore generale era l'attuale ministro dell'Ambiente).
Ora un magistrato arresta Riva e altri, sequestra gli impianti, decide
la chiusura. Il Governo sussurra che senza l'acciaio dell'Ilva l'Italia
non ha un futuro industriale, preannuncia (si rimangia) un ricorso alla
Consulta, una delegazione di ministri "occupy Taranto", i sindacati si
spaccano fra filo-magistrati e filo-lavoratori, un'operaia trova la
sintesi (meglio morire di tumore che di fame), uno studioso
controcorrente, Battaglia, sostiene che lo studio epidemiologico
consegnato al magistrato non ha alcun valore scientifico. Mi taccio.
L'amico interviene: "soluzione ovvia: continuare la produzione, fare i
lavori di bonifica a spese dello Stato, riconsegnarla a Riva, con
certificati di conformità: questa non è politica industriale ma
correttezza (ritardata) nella vendita di un bene". Calvino mi ha
annichilito, che mi debba ricredere sul calvinismo?
editore@grantorinolibri.it
ITALIA OGGI,
25-08-12
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