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Italia e Germania Un
nuovo feeling

di Paolo Lepri
Angela Merkel ha detto spesso che dalla crisi uscirà «un’Europa più
forte ». Nessuno la obbligava a fare questa profezia, nemmeno chi la
accusa di avere «mancanza di visione». Né tantomeno quelli che sognano
che la Germania si trasformi in una grande Svizzera. Ma se le cose
andranno come immagina la cancelliera, è molto probabile che nel corso
di questo cammino il legame tra Berlino e Roma si rafforzi. Nonostante
le tensioni e le difficoltà che abbiamo attraversato e che stiamo ancora
vivendo. I rapporti tra Italia e Germania sono destinati a uscire,
presto o tardi, dalla dittatura delle parole. Che sono state troppe,
recentemente. Anche per la pesante concomitanza di scenari politici
aperti in entrambi i Paesi. Ma non sono gli oltranzisti a dettare la
linea di una nazione, non sono le intemperanze di chi si fa
strumentalmente portavoce delle preoccupazioni dell’opinione pubblica a
rappresentare la verità.
Non è un caso che vari economisti tedeschi, come ad esempio Clemens
Fuest, abbiano sostenuto in questi ultimi giorni che l’Italia «ce la può
fare da sola». Dati alla mano. E la cancelliera ha dimostrato di
crederci. Comunque vada a finire, nel percorso compiuto in questi mesi,
dalla prima visita di Mario Monti in gennaio fino ai colloqui di ieri,
il vocabolario è profondamente cambiato. A Berlino non si parla più di
«compiti a casa», non ci si limita ad apprezzare gli sforzi compiuti. Si
rileva invece, come ha fatto ieri Angela Merkel, che le riforme italiane
sono in grado di migliorare la competitività dell’Europa. Il punto è
proprio questo. È stato allargato l’orizzonte. La serietà del «metodo »
italiano, sia pure con tutti i suoi problemi, le resistenze da
sconfiggere, i nodi ancora da sciogliere, è la base di un linguaggio
comune. Trovato il linguaggio, restano i contenuti. Intanto, come ha
scritto su queste colonne Sergio Romano, «senza i rischi che abbiamo
corso negli ultimi mesi, non avremmo il Patto fiscale, non avremmo
cominciato a parlare di Unione fiscale, e la Banca centrale europea
continuerebbe a comportarsi come se la stabilità della moneta fosse la
sua sola preoccupazione».
Poi ha fatto il resto la determinazione pragmatica di Mario Draghi nel
fare capire, soprattutto ad alcuni tedeschi, che la Bce è
«un’istituzione dell’Unione Europea che ha una sua responsabilità ». Noi
italiani, in fondo, ci stiamo affezionando al concetto di
responsabilità. Con tutti i nostri guai, il Parlamento ha approvato a
larga maggioranza il Patto fiscale, il trattato sull’equilibrio di
bilancio firmato a Bruxelles, e abbiamo dato un significativo apporto al
varo del pacchetto europeo per la crescita. Nel lavoro per scrivere la
nuova agenda dell’Unione, che Germania e Francia vogliono ricominciare a
fare insieme, possiamo temperare il rigorismo di Berlino e non farci
impressionare dalle indispensabili rinunce a quote di sovranità
nazionale temute da Parigi. E se l’Europa è sempre più la prospettiva,
il futuro politico italiano è molto meno incerto di quello che si
potrebbe pensare. I tedeschi non hanno troppo di cui preoccuparsi. Ne
terranno conto.
CORRIERE DELLA SERA, 30-08-12
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