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Intervista al governatore della Banca d’Italia: “Dalla Bce svolta
decisiva per difendere l’euro, ma l’emergenza non è finita: recessione
anche nel 2013”
Visco: Monti acceleri sulle riforme
“Il Paese deve ritrovare la fiducia. Per ora non serve
l’aiuto del Fondo”

Ignazio Visco governatore della Banca d’Italia
di Massimo Giannini
L' ITALIA ce la farà, ma solo se saprà ritrovare fiducia». Al termine di
una settimana cruciale per i destini del Paese e dell’Europa, il
governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco lancia un messaggio di
speranza. «Ha detto bene Draghi: l’euro è irreversibile. E le decisioni
dell’ultimo direttivo della Bce sono un importante passo avanti per la
moneta unica e per gli spread». Visco mi riceve a Via Nazionale, nella
Sala della Madonnella, dove troneggia una magnifica Vergine
rinascimentale di Della Robbia. In vista dei mesi terribili che ci
aspettano - gli faccio osservare - dobbiamo votarci giusto alla
Madonna... Il governatore sorride: «Per ora l’Italia non ha bisogno di
ricorrere al Fondo salva-spread. Monti è sulla strada giusta, ma ora
deve accelerare sulle riforme. Purtroppo l’emergenza non è finita. E
l’economia peggiora ovunque, nel mondo. Anche Il 2013 sarà un anno di
recessione».
GOVERNATORE, il giudizio sulle decisioni della Bce non è mai
apparso tanto controverso. C’è chi sostiene che ci sia stata una
retromarcia rispetto agli annunci fatti da Draghi a Londra, e chi invece
è convinto che il direttivo di giovedì abbia segnato una svolta. Sta di
fatto che, almeno nell’immediato, i mercati non hanno apprezzato, se è
vero che lo spread è rimasto sui livelli troppo elevati delle ultime
settimane. Lei come la vede?
«Io ho l’impressione che ci sia stato un certo fraintendimento,
sull’esito di quella riunione. La Bce non solo non ha fatto alcun passo
indietro, ma semmai ha fatto un deciso passo avanti sulla via del
ripristino del funzionamento corretto dei meccanismi di trasmissione
della politica monetaria, e quindi della stabilità della il secondo
punto fondamentale concordato giovedì scorso dal Consiglio direttivo
della Bce: c’è stato il riconoscimento che questi divari eccessivi,
ingiustificatamente alti, tra i tassi di interessi sovrani dei diversi
paesi sono un ostacolo al funzionamento della politica monetaria. Draghi
l’aveva annunciato nel suo discorso a Londra e ora, con il
pronunciamento di giovedì scorso, anche questo è un dato acquisito in
via definitiva: ci sono squilibri che influenzano negativamente l’azione
monetaria, a fronte dei quali la Bce può e deve intervenire».
D’accordo, Governatore, ma qui si apre una questione irrisolta:
i tempi. C’era attesa per un intervento immediato della Bce, e invece si
è solo stabilito che la Bce può e deve intervenire. Se non è un passo
indietro, possiamo considerarlo una frenata?
«No. Vede, l’Europa è dentro un percorso di integrazione, che parte
dall’unione monetaria, ma si deve allargare all’unione fiscale e
all’unione politica. Questo percorso richiede tempo. Ma mi creda,
stabilire che nel tempo necessario a completare l’integrazione, se vi
sono rischi per la stabilità monetaria e dell’euro, la Bce può e deve
intervenire per rimuovere ostacoli anche gravi al funzionamento
dell’unione monetaria è tutt’altro che una frenata. È una vera e propria
svolta. Abbiamo fissato un principiocardine: la Bce nell’ambito del suo
mandato può costituire il "ponte" necessario per raggiungere la piena
integrazione. Non era scontato che questo accadesse».
Prendo atto. Ma dopo gli annunci di Draghi a Londra, appunto,
l’aspettativa era sul via libera immediato agli strumenti «non
convenzionali » della Bce: un altro giro massiccio del Securities Market
Program, cioè gli acquisti di bond sul mercato secondario, oppure un
nuovo Ltro, cioè un’operazione di rifinanziamento a tassi bassissimi per
le banche, o una riduzione dei collaterali richiesti per i prestiti
accesi presso la Bce...
«Ma questi strumenti, ora, sono tutti in campo. E questa è la terza
novità emersa dal direttivo. Si tratta di metterli a punto sul piano
tecnico, e sarà il lavoro che i nostri economisti stanno già svolgendo e
dovranno completare ad agosto. Ma il dado è tratto: la Bce avrà tutta la
forza di fuoco per intervenire. E, come si era detto, con risorse
assolutamente adeguate».
Ma allora perché i mercati, prima del rimbalzo di venerdì, hanno
reagito così male? Non hanno capito nulla, o a Francoforte non si sono
spiegati bene?
«Fondamentalmente, gli operatori finanziari chiedono due cose:
vogliono capire in quali modi la Bce interverrà, non solo con interventi
di mercato aperto, per garantire liquidità al sistema e al settore
privato, e vogliono sapere in quali tempi gli strumenti diventeranno
operativi. La risposta alla prima domanda è arrivata. Ora deve arrivare
la risposta alla seconda. Da questo punto di vista, auspico un confronto
serrato tra Eurogruppo e Bce, di qui a settembre».
E nel frattempo cosa succede? Agosto non è un mese pericoloso,
che potrebbe spingere la speculazione a condurre l’affondo finale contro
i Paesi periferici dell’Eurozona, a partire dall’Italia?
«È vero, agosto in genere è un mese in cui cala un po’ la guardia.
Ebbene, io dico che questa volta non deve calare. Questo riguarda sia le
istituzioni, a partire dalla Bce, sia i governi di tutti i Paesi, quelli
sotto attacco come quelli più virtuosi. Bisogna confermare, con gli atti
concreti, che nessuno mette in dubbio l’irreversibilità dell’euro, il
processo di risanamento dei bilanci pubblici e l’azione di sostegno alla
crescita economica».
Perché non avete ridotto i tassi di interesse, fermi allo 0,75%?
Non sarebbe stato utile a dare ossigeno all’economia reale
dell’Eurozona?
«In verità non c’era una forte attesa per un calo dei tassi. In ogni
caso, siamo in una fase in cui persistono prospettive di recessione e si
accentua il calo dell’attività manifatturiera, non solo nell’area
dell’euro ma anche in altri paesi avanzati come nelle economie
emergenti. In questo scenario di perdurante rallentamento, nei prossimi
mesi ci si può attendere una politica monetaria più accomodante».
Governatore, in tutta onestà, non si poteva dare un segnale più
concreto anche sul Fondo salva-spread? Per ora c’è L’Efsf, che ha poche
risorse, e poi scatterà l’Esm, che non ha licenza bancaria...
«È vero che questi Fondi hanno risorse ancora limitate, e forse
non sufficienti. Ma il segnale politico c’è, e riguarda tutti i paesi, a
partire dalla Germania».
La sensazione è che i tedeschi abbiano fatto pesare i loro veti,
in attesa della decisione della Corte di Karlsrhue sull’Esm. Ha vinto la
Germania o no?
«Mi creda, questo è proprio un modo sbagliato di interpretare i fatti».
Può darsi, ma sta di fatto che il rappresentante della
Bundesbank Weidmann, nel direttivo, ha votato contro l’acquisto dei bond
da parte della Bce.
«Intanto non si è votato formalmente. Si è discusso. Nel board non c’è
stata divisione, ma discussione e condivisione di analisi. All’Eurotower
non esistono contrapposizioni predefinite. Weidmann, legittimamente, ha
manifestato le sue già note perplessità sull’acquisto diretto di titoli
sul mercato secondario da parte della Banca centrale. Questo non ha
impedito di procedere sullo schema che le ho delineato. La mia idea è
che se compri titoli di Stato per finanziare il debito sovrano di un
Paese, allora ha ragione la Bundesbank, sei fuori dai Trattati. Ma se lo
fai per ripristinare il meccanismo di trasmissione della politica
monetaria, allora sei pienamente dentro il perimetro dei Trattati. E
questa è stata la conclusione collegiale del Consiglio direttivo della
Bce».
Il fatto veramente nuovo, per ciò che riguarda il Fondo
salva-spread, sembra però un altro, e forse questo è il prezzo che era
necessario pagare all’ortodossia tedesca: gli Stati che chiedono
l’intervento del Fondo devono sottostare alle nuove «condizionalità»,
negoziate con la Bce e con la Ue. Dal punto di vista delle politiche
interne agli Stati, questa può essere una novità dirompente. Per i
governi si riduce ulteriormente il margine di manovra: non c’è una
definitiva cessione di sovranità sulle politiche economiche e fiscali,
tale da mettere in gioco il concetto stesso di democrazia?
«Non sono d’accordo. La democrazia non c’entra nulla. Apparteniamo a una
comunità sovranazionale in corso di costruzione. Mi sembra chiaro che
dobbiamo rispettarne i vincoli, e che questa cessione di sovranità ci
riguarda tutti allo stesso modo: non solo noi e la Spagna, ma anche la
Germania e la Francia. Il fiscal compact ci riguarda tutti, l’unione
bancaria ci riguarda tutti. Trovo del tutto logico che, nel momento in
cui uno Stato chiede un aiuto al Fondo salva-spread, debba ridefinire
una serie di impegni vincolanti, e che l’Eurosistema non voglia sprecare
le sue munizioni in assenza di garanzie precise. Quando si abita una
casa comune, i condomini ne devono rispettare le regole e devono
accettare una limitazione della propria sovranità, nell’interesse comune
della casa».
Forse Monti non si aspettava questo paletto pregiudiziale per
l’attivazione del Fondo. Ma secondo lei l’Italia deve chiedere gli aiuti
o no?
«Al momento mi pare non ce ne sia bisogno. In prospettiva, dipenderà da
tante variabili. Se i mercati si convincono che la svolta c’è stata, se
l’Italia non defletterà dalla disciplina sui conti pubblici e rafforzerà
l’impegno per rimuovere i fattori che impediscono al Paese di crescere,
allora l’intervento del Fondo non servirà. Dipende molto da noi».
Appunto. Finora a suo giudizio il governo Monti come se l’è cavata?
«Il nostro Paese ha compiuto passi importanti, anche dal punto
di vista del recupero di credibilità internazionale. Direi che siamo
sulla buona strada, ma dobbiamo stare molto attenti a non perderci.
Vede, io l’ho già detto altre volte ma lo voglio ripetere: l’emergenza
non è affatto finita. Ci siamo ancora dentro».
Emergenza di che tipo, governatore?
«Emergenza finanziaria, ma anche economica. E non solo
italiana. È inutile negarlo, la congiuntura internazionale si conferma
negativa. Gli Stati Uniti puntano il dito contro l’Europa, ma a parte il
fatto che proprio loro sono stati l’epicentro della crisi, anche
l’economia americana cresce poco e ha alti debiti pubblici e privati. La
Cina e i paesi emergenti vivono una fase di rallentamento se non di
stasi, il Giappone non è più quell’esempio di dinamismo che abbiamo
conosciuto negli anni ‘80».
Lei aveva detto che vedeva la fine del tunnel alla fine del
2012. A questo punto restiamo ancora al buio per un bel pezzo?
«Nel breve periodo la crisi si è aggravata. Anche nel 2013, purtroppo,
avremo una crescita molto bassa».
Quindi, cosa possiamo fare? Continueremo ad avvitarci nella
spirale più rigore-più recessione? «Dobbiamo imparare a
produrre meglio, con meno risorse a disposizione. Nel farlo, dobbiamo
sapere che andiamo contro interessi e mentalità conservatrici. Dobbiamo
superarli. Poi dobbiamo ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese,
rafforzando la lotta all’evasione e puntando a un riordino della
legislazione fiscale».
Come valuta il decreto sulla spending review appena passato in
Parlamento con la fiducia?
«È un primo passo, anche quello, ma non può essere certo
definitivo. Bisogna accelerare, senza esitazioni. La spending review è
un lavoro chirurgico, con il quale bisogna agire sulle micro- grandezze
della spesa. Il settore pubblico va portato rapidamente su standard di
elevata efficienza, riducendo sprechi e costi e migliorando i servizi.
Bisogna imparare a fare interventi selettivi, e ad evitare la filosofia
dei tagli lineari ».
Anche perché, finora, i cittadini hanno visto solo i sacrifici,
senza alcun trade-off...
«La questione è complessa. Servono i sacrifici, ma serve anche
equità. Governo e Parlamento devono mantenere l’impegno a rimuovere
rigidità e recuperare i ritardi, il gioco vale la candela».
Deflagrano crisi industriali, come l’Ilva o la Fiat. Ci aspetta
un autunno caldo, sul versante del lavoro e dell’occupazione, il vero
dramma per i giovani. Lei cosa prevede?
«Io vedo senz’altro un tema di breve periodo, cioè l’esigenza
di difendere il lavoratore che perde il posto. Ma in prospettiva vedo la
necessità di rimuovere gli atteggiamenti di conservazione. Noi dobbiamo
innovare moltissimo: norme, contratti, tecnologie, processi produttivi,
produttività nei servizi ancora dominati da troppe rendite di posizione.
Il capitale umano va valorizzato, bisogna imparare a studiare lungo
l’intero ciclo della nostra vita. I giovani sono la categoria sociale
che oggi soffre di più, certo. Ma per i giovani non dobbiamo trovare un
posto, bensì creare le condizioni perché possano lavorare. Serve un modo
nuovo e inesplorato di affrontare i problemi. Serve quello che io chiamo
"uno spirito nuovo". La capacità di reagire, del resto, viene fuori
nelle difficoltà».
Come valuta il governo Monti, da tutti questi punti di vista?
Sta vincendo la sfida, o ha esaurito la sua spinta propulsiva?
«Come le ho già detto: la strada è giusta, la velocità va aumentata. Noi
dobbiamo ritrovare fiducia, all’interno e sui mercati internazionali. E
dobbiamo fare presto».
Eppure sulle misure da prendere c’è una consultazione costante
tra Palazzo Chigi e Palazzo Koch. Non è così?
«Guardi, ci tengo a dirlo: c’è un’autonomia e un’indipendenza totale tra
quello che fa la Banca d’Italia nell’azione di politica monetaria e
sulla Vigilanza e l’impegno quotidiano dell’esecutivo. Certo, c’è anche
una collaborazione costante, di analisi e di ricerca di soluzioni, che
del resto è sempre esistita tra questa istituzione e i governi del
Paese. Ma non c’è e non ci sarà mai alcuna forma di supplenza».
Anche la questione delle quote del capitale di Bankitalia
detenute dalle banche fa parte del tema dell’indipendenza. Come pensate
di risolvere questo problema? Le banche si devono liberare di quelle
quote, e a che prezzo?
«La legge sul risparmio ha fissato alcuni principi. Draghi,
quand’era ancora qui in Via Nazionale, ha già detto che la questione va
risolta. Noi siamo pronti, non abbiamo alcun tabù. Il dialogo con il
Governo è sempre aperto. Questo è tutto. E non ha nulla a che vedere con
il tema più generale dell’autonomia e dell’indipendenza della Banca
d’Italia. Non vi è stato alcun intervento per rimettere in discussione,
attraverso la questione delle quote, quei principi di autonomia e di
indipendenza».
Governatore, ci aspettano mesi difficili. Tra mercati e
politica, il futuro è pieno di incognite. La strana maggioranza che
sostiene il governo si sta sfaldando, è già cominciata la campagna
elettorale, c’è chi evoca il voto anticipato. Lei non è preoccupato?
«Senta, io non voglio parlare di politica. Ma esprimo la mia idea da
cittadino. Certo sarei preoccupato se la politica si limitasse alla
ricerca di un capro espiatorio, a rinfacciare sempre a un avversario
l’origine dei mali. Bisogna litigare di meno e agire di più,
possibilmente tutti insieme. Dobbiamo imparare ad alzare finalmente lo
sguardo, ad avere una veduta lunga, a non dividerci sempre sul passato.
Vi è bisogno di una politica alta, di una classe dirigente che sia
all’altezza del compito che la Storia le assegna ».
m.giannini@repubblica.it
LA REPUBBLICA, 06-08-12
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