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IL CREPACCIO INVISIBILE

Fabrizio Cicchitto
DI GIOVANNI BELARDELLI
È accaduto già una volta nella storia italiana che il sistema
democratico si sia puramente e semplicemente suicidato. L’avvento al
potere di Mussolini non fu infatti il risultato della forza militare
delle camicie nere bensì, appunto, degli errori e delle incapacità di
tutti gli altri attori politici. Oggi stiamo di nuovo scherzando col
fuoco, poiché la riforma della legge elettorale che si va preparando
rischia di spianare la strada a un secondo caso di suicidio della
democrazia nel nostro Paese, o a qualcosa di molto simile. È vero che in
tutto il mondo la democrazia rappresentativa sta subendo uno svuotamento
sostanziale, come risultato del peso sempre maggiore dei mercati e delle
istituzioni sovranazionali; ma proprio per questo diventa ancora più
essenziale, come ha scritto Michele Ainis (Corriere, 25 agosto),
riannodare il filo spezzato con gli elettori, cioè garantire loro il
potere di scegliere i propri rappresentanti e quale sarà il governo che
guiderà il Paese (anche se poi questo governo dovrà tener conto più
dello spread che della volontà popolare).
Ebbene, entrambe queste cose—la scelta dei rappresentanti e la scelta
del governo—sembrano fortemente compromesse dalla legge sulla quale i
partiti della maggioranza stanno cercando un accordo. Non solo il premio
del 10 o 15% al maggiore partito non garantisce la governabilità, ma
l’intero meccanismo previsto sembra fatto apposta per determinare una
frammentazione politica che affiderebbe la formazione di una maggioranza
alle trattative tra i partiti solo dopo il voto.
Quanto alla scelta da parte dell’elettore dei propri rappresentanti, si
ipotizza la parziale reintroduzione delle preferenze, che rischia
piuttosto di riportarci al mercanteggiamento dei voti che caratterizzava
le competizioni elettorali della Prima Repubblica. Soprattutto, un terzo
o la metà dei seggi sarebbero assegnati attraverso liste bloccate, che
riprodurrebbero così la principale anomalia (e sconcezza) del sistema
attuale, che ha fatto parlare di un Parlamento non di eletti ma di
«nominati» (dai vertici dei partiti). Tali «listini» di partito sono
stati giustificati dall’onorevole Cicchitto con la necessità di
assicurare l’entrata in Parlamento di «una serie di parlamentari di alto
livello » che altrimenti rischierebbero di non entrarvi. Quanto a dire
che il principio della sovranità popolare dovrebbe essere corretto alla
luce di una sorta di diritto a essere rieletti dei politici «di alto
livello» (e verrebbe allora da chiedersi quanto «alto» debba essere
questo livello, cioè quanti siano i candidati che possono contare sulla
rielezione assicurata).
Una proposta del genere riflette quella tendenza della classe politica a
bloccare ogni ricambio che Gaetano Mosca definì come «aristocratica »;
una tendenza forse condivisa anche fuori del Pdl, a giudicare dalle
polemiche generazionali che agitano il Pd. Ammesso (e, ci permettiamo di
aggiungere, non concesso) che un tale diritto dei politici di «alto
livello» a essere rieletti abbia qualche fondamento, come si fa però a
non comprendere che oggi una proposta simile equivale ad alimentare la
peggiore demagogia antipolitica? Così, se giungerà in porto, la nuova
legge elettorale farà sopravvivere (almeno per il momento) l’attuale
ceto politico, ma al prezzo di un ulteriore e preoccupante svuotamento
delle istituzioni democratiche.
CORRIERE DELLA SERA,
28-08-12
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