GORE VIDAL GENIO E CATTIVERIA
Addio allo scrittore e polemista le cui opere hanno venduto milioni di copie. Scandalizzò l’America alla fine degli anni 40 raccontando l’omosessualità


Un recente ritratto di Gore Vidal (FOTO ANSA)


di Furio Colombo


Siamo diventati amici molto presto (sto dicendo: eravamo molto giovani). Ma per quanto mi ricordi, Gore Vidal era già celebre, era già citato da giornali e telegiornali. Tu stesso, da amico, lo pensavi come “Gore Vidal”, non come Gore, perché avevi l'impressione che la sua immagine fosse sempre pubblica, che mancasse del tutto il lato privato. Ecco, il gesto con cui comincia la sua vita pubblica – ovvero tutta la sua vita – è quello di rimuovere una parete nell'edificio della sua esistenza, come a teatro: un confronto continuo col pubblico (come platea, che non è mai mancata) e come rinuncia quasi completa a una dimensione privata, a una stanza interna. Anche il lavoro (e lavorava, ovvero scriveva sempre) non era una pausa per tornare sulla scena con materiale nuovo.

NON ERA un ritiro. Non l'ho mai sentito dire, di un incontro, di un viaggio, di un discorso, di una festa, della partecipazione a un dibattito, dell'intervento improvviso e spettacolare in qualche disputa, “adesso no, adesso sto scrivendo”. Scriveva. E viveva. Senza distinguere e senza pareti divisorie fra le parti della sua straordinaria vita sulla scena. Qui mi trovo in imbarazzo con chi non lo ha conosciuto. Come farò a garantire che non era un esibizionista importuno sempre in cerca di attenzione? Non lo era, e per capirlo basta il catalogo delle sue opere (molte, in Italia, ristampate in buone traduzioni dall'Editore Fazi) così vasto il catalogo e così diversificate, ma scritte come erano scritte, le opere. Tutto, per tutta una lunga e prolifica vita, ha continuato a prodursi attraverso un percorso che è stato suo e di nessun altro: storia, cultura, cronaca, sesso (fino al profondo privato) politica (fino alla candidatura e alle primarie per il Senato in California), letteratura, saggio e romanzo (fino a vincere l'ambitissimo National Book Award). Mettiamola così: la non credibile avventura di Gore Vidal non è stata quella di qualcuno che, sia pure con talento, cercava attenzione. Ma quella di un protagonista-scrittore-oratore e figura sociale a cui l'attenzione veniva spontaneamente nei due modi che non si verificano mai: l'attenzione affezionata e ammirata dei pochi che sanno e che contano (Gore Vidal aveva intorno il meglio della cultura e della vita sociale colta in Europa e in America) e l'attenzione di massa. Il milione di copie era standard per un suo libro, saggio, romanzo o giornalismo, prima delle prime recensioni e persino contro le recensioni che lo stroncavano. E stiamo parlando dei decenni che precedono i grandi best- seller del mondo globalizzato. È raro che accada, ma con lui è sempre accaduto: il suo pubblico non lo ha mai abbandonato nel corso di una lunghissima carriera che non avrebbe potuto essere più clamorosamente “di successo”.

LO HANNO abbandonato gli amici, a volte, in dispute molto aspre che hanno per forza segnato la sua vita. Non avrebbe mai rinunciato a una battuta e irritava molti altri letterati e altri grandi con la sua partecipazione a una vita “frivola e superficiale” (Harold Bloom) che ha condiviso (ma con molta più forza) solo con Truman Capote. Ha perso amici, dicevo. Come quando ha perso la Casa Bianca. Era stato importante il sostegno di un mondano giovane di immenso successo alla giovane coppia Kennedy (Vidal era imparentato con Jackie Kennedy oltre che appartenere alla dinastia del celebre e potente senatore Gore, il popolarissimo politico cieco, dunque cugino anche del futuro vicepresidente degli Stati Uniti Albert Gore). Ma una battuta troppo allegra e troppo spinta subito circolata lo ha escluso dal giorno della inaugurazione di John Kennedy e poi dalla frequentazione della giovane ed elegante Casa Bianca della Nuova Frontiera. L’Italia, è noto, è stato l'altro luogo di vita di Gore Vidal. Per decenni la sua villa di Ravello è stata la sua vera residenza. Ma non pensate al classico percorso del “diventare italiano”. Con lui si spostava un vasto spazio d'America, un’America sofisticata e colta che interessava alla New York Review of Books, un’Ame - rica sconsacrata che attraeva la mondanità intelligente e avventurosa (non una folla in Italia).

MA ALLO stesso tempo la sua impetuosa spinta libertaria (che lo aveva fatto esordire, giovanissimo, fortunatissimo, favorito da tutto il mondo che conta, con il quasi autobiografico La statua di sale, vero e proprio “outing” omosessuale molto prima dei tempi) lo ha presentato subito come un capo fila della denuncia e della rivelazione di tutto ciò che a lui appariva coperto, segreto o negato. Mai dimenticare che Vidal, oltre ad avere sceneggiato a Roma Ben Hur e I m p rov v i s a m e n t e l'estate scorsa, è anche l'autore del copione di uno dei grandi film di Francesco Rosi, Dimenticare Palermo. Ma è proprio nel cinema che resta il più bel ritratto di Gore Vidal giovane in Italia. È la lunga scena del film Roma di Fellini. In un tavolo di ristorante sulle rotaie del tram, a Trastevere, Gore Vidal discute l'America con Alice Oxman, giovane scrittrice americana appena arrivata a Roma.


IL FATTO QUOTIDIANO, 03-08-12