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ADDIO LINKE, L’ELEGANZA IN UN NODO

DI RENATO TORTAROLO
Quel nodo impeccabile, le mani che si scioglievano agili per stringerlo.
E il sorriso, un po’ beffardo: «Semplice, vero?». Poi la trappola:
«Vuole provare lei?». Se un uomo va ricordato per ciò che lascia,
Roberto Linke, uomo simbolo di Finollo, morto ieri a 67 anni, dovrebbe
entrare di diritto nel pantheon degli impressionisti, di chi traccia con
il colore lo stile, di solito delegato al bianco e al nero. «Se lo
ricordi bene» ammoniva, inclinando appena il capo di lato «il segreto
dell’eleganza è cambiare poco. Certo, prima occorre arrivarci a essere
eleganti. E questa è tutta un’altra storia». Lo diceva arrotando le
parole, appoggiando una mano al legno lucido del banco, nel negozio
storico di Finollo, in via Roma. Per Linke, che non perdonava la
sciatteria, figurarsi il cattivo gusto, respirare era direttamente
proporzionale al vestire bene. Non era snob, semplicemente sapeva come
stuzzicare la vanità maschile. Se cercavi di imitarlo, finivi nel
ridicolo. Se lo ascoltavi, frenava una vocazione naturale a sceglierti
il disegno della cravatta, il colletto della camicia, l’ombrello
inglese, l’eau de toilette. La tradizione dei Finollo, creata nel 1899
dal fondatore Emanuele, viveva sì nel drappello di sarte guidate dalla
moglie Daniela, ma aveva un volto e un ritmo: quello delle orazioni di
Linke, con la sua «origine prussiana, la mia famiglia era di Potsdam».
Sì, chi poteva dubitarne.
A Genova si fa un esercizio piuttosto inutile. Puntualmente, quando se
ne va uno degli ultimi gentiluomini, si dice con un certo raccapriccio
che «la città ha perso un po’ della sua storia, della sua tradizione».
Per Roberto Linke che, come ricorda la figlia Francesca, l’altra notte
«ha semplicemente smesso di respirare», congedandosi con lo stesso stile
esibito al 38 rosso di via Roma, non succederà. Anche solo farsi
consigliare in bottega era una impresa rabelaisiana. Ma quando
finalmente capivi l’uomo, non si dice quello che vendeva sotto le
insegne di Finollo, ti sembrava di averla spuntata. Ma tu guarda:
l’eleganza non è poi così astrusa e impraticabile.
Errore. La volta successiva, Linke tornava allo stesso punto della
lezione, magari erano passati sei mesi, e ripartiva da lì. Da quel
refrain che una certa Genova, quella più grigia e austera per mancanza
di fantasia, era la regola ma che per lui funzionava come avvertimento:
se si veste, per favore non imiti nessuno e non cerchi di strafare. Va
da sé che Linke detestava la fretta. Non importa in quale ordine di
grado e di tempo. Di Gianni Agnelli, al quale confezionava sicuramente
le camicie su misura, diceva: «Veste molto bene e ogni tanto è un po’
stravagante pure lui». Di un duca inglese ricordava: «Gli stavo
prendendo le misure delle iniziali della camicia, che si mettono sulla
sinistra, ma lui mi disse: perché mai? So benissimo come mi chiamo».
Linke rimase impressionato. Per una volta aveva incontrato qualcuno
altrettanto risoluto.
La moglie Daniela, figlia di Ferdinando e nipote, appunto, del fondatore
Emanuele, l’aveva conosciuta nel 1963: «A una festa, all’epoca non c’era
molta promiscuità, io ero l’unico ragazzo. Mi colpì per il suo sorriso.
Cosa che succede tuttora». C’è un confine fra l’origine teutonica, Linke
apparteneva a una famiglia di orologiai «arrivati a Genova nel gennaio
del 1900 per aprire subito un negozio in piazza De Ferrari», e l’arguzia
di svicolare fra clienti importanti, pretenziosi, ricchissimi e persino
un po’ invadenti? Lui ci sorrideva sopra:«Effettivamente, una
connessione c’è. Una volta sono stato invitato da re Hassan Ii di
Marocco perché il suo camiciaio di fiducia non era più nelle sue grazie.
Sono stato ad ascoltarlo, poi ho declinato: “Grazie maestà, ma non
vorrei fare la fine del mio collega francese”».
Comunque Linke, che amava parlare, anzi farsi ascoltare, non la faceva
molto difficile in fatto di stile. O di eleganza: «È cambiata, ma esiste
tuttora. E fa la differenza con il semplice indossare un abito. È un
segno di educazione e cultura anche se, purtroppo, è un talento che va
spegnendosi inesorabilmente sotto i colpi della moda globalizzata. Che
le devo dire? Noi siamo qui, saldi e tranquilli con l’amore per la
tradizione».
Il che non è esattamente vero. Ci sono tanti genovesi, anche
pretenziosi, con la carta di credito sempre pronta per griffe, magari
eccellenti, degli stilisti, che non hanno mai capito Linke. Le sue
cravatte, regimental o a tinta unita con le iniziali svolazzanti come
una firma, potevano benissimo finire su un abito comprato a Parigi o New
York, i suoi ombrelli inglesi stavano d’incanto sui jeans, per non dire
di quelle camicie sulle quali si favoleggiava, ancora ai tempi della
lire, che superassero il milione ciascuna: «È il piacere dell’esclusivo.
Impieghiamo dodici ore per farne una. Del resto non facciamo mai più di
otto cravatte uguali». Nel disegno, intendeva. Una volta gli ho chiesto
se potesse stringerne una decina: sa, oggi si usa così. Lui mi guardò a
lungo, senza muovere un muscolo. Poi, educatissimo: «D’accordo, le porti
pure». Vuol dire che approva? E lui: «Non chieda troppo, né a me né alla
fortuna».
Linke amava la vita: «Sono nato nel mondo migliore. Almeno credo che sia
il massimo al quale abbiamo potuto aspirare come genere umano. E, mi
creda, non intendo questa volta né le cravatte né l’eleganza, ma il
semplice saper stare al proprio posto». Privilegio e lusso lo
infastidivano: «So benissimo quanto costa ciò che vendo, ma credo che ci
si debba poter permettere di scegliere. Certo, ci sono precedenze anche
nell’esistenza. Non sono poi così fatuo».
Così ci mancherà, almeno a quelli che lo conoscevano, il suo modo di
ricordarsi di un cliente o di intuire il gusto di uno che non era mai
entrato prima in boutique: «Uno crede di essere elegante. Poi però
scopre che il mondo è fatto di segni contrastanti». Succede.
tortarolo@ilsecoloxix.it
IL SECOLO XIX,
25-08-12
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