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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
Un po’ di flemma,
siamo italiani

di Giuseppe De Rita
La finanza internazionale ci opprime, con lo spettro dello spread.
L’Unione Europea ci impoverisce, con lo spettro di un teutonico rigore.
E ce lo mandano regolarmente a dire, per il tramite dei nostri
governanti di turno, nei cui messaggi ritroviamo le ormai classiche
frasi «ce lo chiedono i mercati» e «ce l’impone l’Europa».
E come reagiscono gli italiani, oppressi da tali scoraggianti
attenzioni? Certo si avvertono sintomi di insicurezza e al limite di
paura in quel tam-tam orale che è dominante nella nostra comunicazione
collettiva. Ma nel fondo non si sfugge all’impressione che gli italiani,
come sempre di fronte ad un dramma annunciato, stiano reagendo con un
atteggiamento che è un mix di flemma ben visibile e d’orgoglio ben
nascosto.
La flemma ci viene da antiche propensioni: alla sdrammatizzazione dei
toni; all’adattamento come scelta strategica; alla permanenza di uno
scheletro contadino che sa come vivere le avversità; ed anche al
fatalistico «non fasciarsi la testa prima di cadere ». Ma è anche una
flemma che riposa sul fatto che dal ’45 in poi questo sistema ha
superato prove di enorme gravità; ha sempre mostrato una eccezionale
tenuta sia alle crisi interne sia a quelle esterne; ha coltivato il
primato dell’economia reale nei comportamenti dei suoi tanti soggetti di
sviluppo; ha potuto contare per decenni su una grande coesione (nella
dinamica fra gruppi e classi sociali, nei territori, nel micro delle
relazioni umane). E si capisce allora come la relativa sdrammatizzazione
dell’attuale crisi non sia un eterno ritorno della rimozione da
scetticismo, ma sia piuttosto un silenzioso orgoglio di non esser poi
così male in arnese come altri amano descriverci.
Ma sta proprio qui il pericolo: cioè che agli altri europei la nostra
flemmatica solidità non piaccia. I mercati e chi li manovra preferiscono
l’immagine di noi italiani fatta da fannulloni, evasori fiscali,
scialacquatori del pubblico denaro; immagine che piace tanto alla
comunicazione di massa (anche nostra) ed alle cancellerie europee (anche
alla nostra, qualche volta). Ed è forse per questo (è ipotesi avventata
ma non inverosimile) che essi preferiscono il dramma alla continuità, il
default all’adattamento continuato, il «sangue subito» alla tenuta nel
tempo lungo.
Condizionati da tali preferenze ci auto-imponiamo costrizioni sempre più
urgenti ma non sempre lucidamente motivate, non ultima quella che
circola in questi giorni sull’anticipo delle elezioni al fine di
«stabilizzare il quadro politico ». Così rischiamo di diventare sempre
meno sovrani nella dinamica politica ma anche nella gestione della
nostra immagine collettiva. Forse è allora tempo di contrattaccare sulle
tre citate contrapposizioni di opinione: sarebbe cioè giusto sostenere
la superiorità della tenuta di lungo periodo sul «sangue subito »; della
capacità di adattamento continuato sull’angoscia da default; della
continuità e coesione negli impegni collettivi sulla continua
drammatizzazione delle cose. Avanzando l’ipotesi che è su queste
implicite scelte di vita che vorremmo essere giudicati, senza paura di
qualche sorrisetto beffardo dei fautori del «sangue subito».
CORRIERE DELLA SERA,
27-07-12
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