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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
TROPPI TOPI NEL FORMAGGIO

di Angelo Panebianco
Dobbiamo proprio sperare che la pressione dei mercati sul
nostro Paese si attenui, che i pronostici più infausti si rivelino
sbagliati. Se questo accadrà, finita l’estate, comincerà subito, di
fatto, la (lunghissima) campagna elettorale. Quali temi la
caratterizzeranno? A fronte di una pressione fiscale che ha raggiunto il
55% (e oltre), è facile scommettere che quello fiscale sarà l’argomento
che più terrà banco. Tutti, o quasi tutti, diranno di voler ridurre le
tasse. Nella schiacciante maggioranza dei casi si tratterà di bluff o di
promesse da marinaio. Come riconoscere i bluff? Ci sono,
sostanzialmente, due modi per bluffare in materia di tasse. Il primo è
proprio di coloro che promettono drastiche riduzioni della pressione
fiscale senza spiegare dove troveranno le risorse necessarie, senza
spiegare come, dove, e di quanto, taglieranno la spesa pubblica al fine
di mantenere la promessa. Questo è un bluff facile da scoprire, inganna
solo chi vuole essere ingannato.
Il secondo modo è più sottile, più subdolo: è proprio di coloro che
attribuiscono la responsabilità dell’elevata tassazione vigente
all’eccesso di evasione fiscale e, per conseguenza, promettono di
colpire gli evasori fiscali al fine di ridurre le tasse. Anche se è
molto popolare, condivisa da tanti, la tesi secondo cui per ridurre le
tasse bisogna prima contenere l’evasione fiscale, è falsa. È vero
infatti l’esatto contrario. Per contrastare, come è doveroso fare,
l’evasione fiscale, non basta, anche se è ovviamente necessario, usare
gli strumenti repressivi: bisogna anche ridurre in modo cospicuo le
tasse. Soltanto una riduzione della pressione fiscale, infatti, può
spingere l’evasore, o il potenziale evasore, a rifare il calcolo delle
proprie convenienze, a cambiare la propria valutazione dei vantaggi e
dei rischi dell’evasione. Senza di che, nemmeno la più vigorosa e
puntuta «lotta alla evasione» potrà mai ottenere seri e durevoli
risultati. La controprova è data dal fatto che quando aumentano le tasse
aumenta anche l’area dell’economia sommersa. Si tratta di un movimento a
spirale: più crescono le tasse più cresce l’evasione. Abbassare
sostanzialmente le tasse, passare da un regime di tasse alte a un regime
di tasse basse, è sicuramente il mezzo più sicuro per contenere
l’evasione.
Oltre che falso l’argomento secondo cui non si possono ridurre le tasse
se non si riduce prima l’evasione, ha anche il difetto di fare
distogliere lo sguardo dalla principale causa del regime di tasse alte:
la presenza di un amplissimo stuolo di rent-seekers, di cercatori e
percettori di rendite che campano di spesa pubblica, che prosperano
grazie a un sistema pubblico che combina alti costi di mantenimento e,
soprattutto in certe zone del Paese, l’erogazione di servizi scadenti. È
lì che si annidano i più strenui difensori del regime di tasse alte. La
contrazione della spesa pubblica e, con essa, dell’area della rendita,
brulicante, per usare una vecchia espressione di Paolo Sylos Labini, di
«topi nel formaggio », è l’unica strada possibile per ridurre la
pressione fiscale. Ma è anche una strada politicamente molto impervia.
I percettori di rendita da spesa pubblica sono numerosissimi, e
ciò li rende assai potenti, sanno come ricattare elettoralmente i
partiti, tutti i partiti. Per giunta, hanno dalla loro parte le norme (o
meglio: le prevalenti interpretazioni delle norme) e la giurisprudenza.
La sentenza della Corte costituzionale che ha colpito le
liberalizzazioni dei pubblici servizi locali è stata certamente accolta
con applausi e brindisi da tutti i rent-seekers sparsi per la Penisola.
Anche le iniziative, abbastanza timide fino ad oggi, del governo Monti
in materia di spending review rischiano di infrangersi contro un sistema
amministrativo e un sistema giudiziario costruiti per proteggere la
rendita da spesa pubblica a scapito del mercato e dei consumatori. Se
non si disbosca quella giungla la riduzione delle tasse resterà un sogno
irrealizzabile.
Ci sono coloro che, scambiando il sintomo con la causa, sono convinti
che a provocare le guerre siano i mercanti d’armi (non è così
naturalmente: i mercanti d’armi guadagnano grazie a guerre che hanno
all’origine ben altre cause). Allo stesso modo, ci sono coloro che non
comprendono, o fingono di non comprendere, che l’evasione fiscale è un
deprecabile effetto, ma non la causa, delle tasse alte. Converrà
guardarsi da costoro nella prossima campagna elettorale.
CORRIERE DELLA SERA,
23-07-12
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