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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
Se
Formigoni si crede Giovanna d’Arco
L’arroganza auto
compiaciuta di Roberto Formigoni è un inedito nella storia degli
impuniti italiani.

di Francesco Merlo
Asserragliato e isolato nella sua Regione ormai allo sfascio, questo
governatore imputato per corruzione è il guelfo degenerato, è
l’integralista in eccesso che non si rassegna neppure all’evidenza e
continua da forsennato la sua battaglia contro lo stato laico e contro
tutti , spavaldo e al tempo disperato come un verso di Leopardi:
<L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io>.
Bollato dal successore di don Giussani Juan Carron per <l’attrattiva del
potere, dei soldi, degli stili di vita>, Formigoni è ormai trattato come
un peccatore anche dai suoi ex fratelli di Comunione e Liberazione che
gli rinfacciano <di avere trasformato la Comunione tra di noi>, vale a
dire la pratica spirituale di mettersi in comunità, <in solidarietà di
cricca>. Tutti infatti sanno che quel compiacere Daccò in cambio di
feste, barche e danaro non è religiosità ma sicuramente simonia e
probabilmente anche reato.
Venti anni fa, l’individuo collettivo Roberto Formigoni prese per conto
di Cl la Lombardia per farne la regione del Papa, <come la Polonia-
dicevano allora – felice e liberata di Wojtyla>. Ebbene adesso
Formigoni, in nome dello stesso Cristo, non vuole lasciare il governo di
una regione che è il paradigma della corruzione più cupa e penitenziale:
creste sulle mense, corsie di ospedali trasformate in scannatoi dove
spremere danaro, mazzette sulle flebo che alimentano conti in Svizzera….
I suoi ex fratelli non si abbandonano ad invettive né gli lanciano le
monetine davanti al Pirellone perché lo stile di Cl non è quello normale
dell’indignazione, dell’ urlare e del battere i pugni o dello stamparsi
in faccia la delusione. I soldati di Cristo, ‘i nostri’, i cattolici
totali, i Memores Domini consumano nel silenzio gli abbandoni e i
tradimenti, non aggrediscono ma girano le spalle a chi sbaglia e qualche
volta anche a chi è soltanto in difficoltà perché il fallimento non deve
mai sporcare la macchina di Dio. Così si comportarono per esempio con il
giornalista Antonio Socci quando si dimostrò inadeguato al ruolo di
nuovo anchorman in tv. E così agirono con Giuliano Ferrara per quella
lista antiabaorto che pure insieme a lui avevano creato. Capirono che
era destinata alla sconfitta e ritirarono il consenso e i candidati la
notte della vigilia, a poche ore dalla consegna degli elenchi
elettorali.
Ebbene, Formigoni sa di essere stato espulso per sempre dal quel suo
mondo. Sente oggi su di sé la crudeltà di meccanismi che egli stesso ha
praticato. Riconosce se stesso negli altri. Tanto più che mai nessuno
era stato così deludente, neppure Giubilo e Sbardella negli anni del
saccheggio di Roma. Per i cattolici delusi di Cl solo Formigoni è il
sepolcro imbiancato: il candore della biacca sul viso che nasconde e
rivela i calli del peccato.
Ecco perché Formigoni è un guelfo degenerato, solo così si capisce la
sua esibizione di arroganza esagitata. La foga allucinata è la stessa
dei predicatori che erano stati condannati dall’Inquisizione e si
avviavano danzando al supplizio. E dunque adesso affronta le conferenze
stampa come un soldato di Cristo che ha perso l’ esercito, ma ingaggia
con i giornalisti combattimenti mistici.
Se provate ad osservarlo senza sonoro scoprirete la felicità del mimo
scatenato, l’estasi del santo in cerca di un altare. Ma se, al
contrario, alzate il volume ed eliminate il video, il linguaggio è
quello delle storiacce di pretura, affaracci di commercio e di potere
collocati dentro i tabernacoli. Ai cronisti non risponde perché sono <
degnissimi gazzettieri della procura>, cioè emissari del maligno. I
giudici si muovono in preda a <cieco furore ideologico> come Anna e
Caifa, gli inquisitori del Sinedrio.
E quel paragonarsi a Gesù Cristo <al maestro che anche lui ha sbagliato
nello scegliersi i collaboratori> va al di là della bestemmia, come ha
scritto sul Corriere della Sera la moglie del suo amico di sempre,
quell’Antonio Simone che fu amatissimo da don Giussani e ora si trova in
galera, se non per lui per il loro “Avvenimento”. La lettera di Carla
Vites in Simone, che lo conosce e lo frequenta da almeno trenta anni, è
un trattato di malinconia, il documento di una comunità dissolta, un
‘come eravamo’ dantesco, <Formigoni, io vorrei che tu Daccò e io…>, una
storia di lucciole pasoliniane spente dalla più miserabile delle
corruzioni perché giocata sulle vite degli altri, sulla galera degli
amici e dei complici, su Dio bestemmiato nelle barche di lusso e negli
alberghi a 5 stelle, negli aperitivi e negli accappatoi a bordo piscina,
la degradazione di Cristo ridotto a fuffa vip.
Davvero mai si era vista un’arroganza tanto isterica, e non più a
conforto della sua identità di ‘diva’ in camicie a fiori dal gusto
eccentrico e cravatte sgargianti. Questo non è più il presidente pop
alla ricerca di un Andy Warhol che lo dipinga, qui non c’entrano il voto
di castità e gli amorazzi e i paparazzi, i baci e le liti con le brune
focose, la débauche scandalistica come contrappasso alla paralisi
sessuale, l’ammiccamento al peccato che è l’ossessiva tentazione del
supercattolico. Oggi l’arroganza di Formigoni segna anche la fine di
qualsiasi estetica trasgressiva, non è più il fatalone alla prese con un
fato ostile e ingrato, ma il recidivo sfrontato che scatena ormai solo
la tifoseria degli ultimi ultras, quelli che misurano la vita a colpi di
attributi, che non sono qualità ma il peso specifico dei soliti
genitali. Ieri il Giornale lo ha lodato perché < ha tirato fuori gli
attributi e ha risposto con un secco ‘ma vaffa’ a pm e giornalisti>.
Come si vede la bizzarria è stata archiviata, siamo alla volgarità e
alle bravate esibite come titoli di coda di un sistema di potere. Presto
anche i tic hawaiani del credente appariscente dell’Italia dell’arraffo
saranno dimenticati come le gag delle televisioni di provincia e di
risulta.
La Lombardia ha infatti bisogno di seppellire l’epoca di quel
governatore che pensava di promuovere i mobilieri locali lasciandosi
fotografare in panciolle su un lettone, un po’ come Saddam Hussein che
faceva le sue apparizioni a Tikrit, dov’era nato, assaggiando i datteri
<più buoni del mondo>. E’ Formigoni stesso a chiudere su di sé il libro
del pittoresco: <la corruzione l’ha ghe minga>, oppure <chiarirò ai
giudici di che cosa si occupa un governatore di Regione> non sono più
sbuffi di folclore da satrapo devoto, ma l’ arroganza disperata dell’
epilogo.
E non solo non gli arriva più nessuna indulgenza, ma gli nega persino la
pietas quella Milano della religiosità manzoniana che sempre lo aveva
avversato ma non lo aveva ancora maledetto. Ed è orbato anche della
‘sussidiarietà’ del centrodestra e di quel Berlusconi del quale avrebbe
dovuto prendere il posto <quando finirà la ricreazione> dicevano i
leader di Cl. Gli rimane solo l’appoggio della Lega a paradossale
conferma che tutto è davvero finito, perché la Lega è appunto
l’antistato ridotto a sgangherata armata Brancaleone. Per Formigoni è
l’ultima flebo, come il metadone per il tossico o un Fernet per un
ubriaco all’ultimo stadio.
E’ vero che l’Italia è il paese dove non si dimette mai nessuno, e
nessun topo si sente fuori posto nel formaggio. Ma anche da questo punto
di vista l’arroganza di Formigoni è oltre. Per lui le dimissioni sono
ignobili, ripugnanti e vili perché non riconosce il Diritto che gliele
impone. Nessuno può dimettere Giovanna d’Arco e nessuno che si crede
Giovanna d’Arco si dimetterà mai davanti ai suoi nemici.
Questi di Cl hanno studiato tanto Giulio Andreotti per non arrivare a
nulla. E difatti quando sono smascherati invece di usare l’ironia e la
sapienza andreottiane abusano del vittimismo che è appunto il rifugio
dei sepolcri imbiancati. Andreotti diventava il cireneo costretto a
portare una croce non sua, Formigoni invece si vede già resuscitato e
pensa che questa sia la sua passione, che alla fine del dolore e dell’
umiliazione arriverà la palingenesi, il premio finale, un mondo dove non
ci saranno più i magistrati ma quell’unico giudice benevolo che già gli
strizza l’occhio: <Vieni Roberto, vieni, hai vinto dodici a zero>.
LA REPUBBLICA,
27-07-12
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