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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
Riconoscete a Cesare quel che è di Cesare

DI GABRIELE ROMAGNOLI
CESARE Prandelli resta il vincitore morale degli Europei 2012.
Gli altri allenatori hanno assemblato o dissipato campioni, lui ha messo
insieme una squadra su rovine etiche e atletiche. E ci sono quelli che
si sono illusi spandendo insano ottimismo alla vigilia della finale
ORA non osino emettere giudizi ingiusti come i pomodori
riservati a Valcareggi dopo il secondo posto dietro il grande Brasile ai
Mondiali del ’70. Ingiusto era pretendere di più, sciocco era cedere
all’esaltazione di Prandelli for vice president, seduto alla destra di
Napolitano. Quest’ultimo mese ha segnato, attraverso la rinascita di una
nazionale di calcio, l’istituzionalizzazione di un uomo, un allenatore
diventato simbolo. Di che cosa? Viene un sussulto di pudore nel dirlo:
valori. Più ancora che la sobrietà, da lasciarsi al suo omologo Mario
Monti: la meritocrazia, il coraggio delle scelte, la capacità di
attendere. Ci vuole un bel po’ di disperazione popolare e presidenziale
per investire tanto in un “(c) ct”. Resta un ottimo allenatore, un uomo
perbene, ma non può diventare un padre della patria e ha la modestia e
l’intelligenza per saperlo. L’ho incontrato alla vigilia della partenza,
quando nessuno credeva nell’impresa. Gli ho chiesto: «Tornei di
Viareggio a parte, lei non ha mai vinto niente. Ha paura di riuscirci?».
Ha risposto: «Se posso dirlo, si può essere dei vincenti anche senza
aver vinto niente». Difficile a sostenersi in Italia. Eppure è così:
Prandelli ha vinto. Vediamo perché.
Nel reame dei voltagabbana e degli opportunisti è un uomo che segue le
proprie idee. Senza essere un fondamentalista, semplicemente perché ci
crede. Difesa a quattro, centrocampo a rombo con i piedi buoni, una
coppia di inventori pazzi a chiudere. Ha deviato per necessità e si
sentiva la stonatura. È tornato allo spartito e, dopo poco, la musica è
ripartita. Si è fermata quando gli esecutori non hanno più avuto fiato.
Laddove gli altri sono impazienti, lui si siede e aspetta. L’ha sempre
fatto: individua il talento, se ne innamora, gli resta fedele. Ama i
giocatori e le persone difficili, li sa accettare per quel che sono,
consapevole che uno sgarbo non vale un disamore. Morfeo, Mutu e Adriano
non sono mai più stati all’altezza dei momenti trascorsi con lui. Ha
cominciato due anni fa da Balotelli e Cassano, li ha persi per strada, è
andato ad attenderli all’incrocio più importante. Credere in qualcuno
non significa credere di essere ripagati. Poi, a volte, succede perfino.
E allora un gentiluomo stringe il pugno, allarga il sorriso, riabbottona
la giacca blu. E si risiede.
Questo ct non è infallibile, ma sa ammettere i propri errori e
rimediare. Uno che non aveva capito, ai tempi della Fiorentina, era il
terzino Balzaretti. E tu guarda chi ti sbuca nella difesa della
Nazionale, proprio nelle partite che contano. Poi risbaglia certo,
lasciandolo fuori dalla formazione contro la Spagna: ci mette una pezza
il caso, benché troppo tardi. Prandelli è stato l’autista di Miss Daisy,
ovvero il mediano di Michel Platini. Se non impari un po’ di umiltà in
quella circostanza, quando? L’ha fatto. Parla abbassando lo sguardo, non
si è fatto amici potenti, considera ideale una giornata tra i vecchi
ragazzi di Orzinuovi o nei corridoi di un museo d’arte, in una città
sconosciuta.
Quando, due anni fa, diventò commissario tecnico, feci un’inchiesta su
di lui. Chiamai persone che l’avevano conosciuto nelle diverse città in
cui era stato. Non venne fuori un solo giudizio negativo. Qualche
perplessità sulle ultime scelte nella vita privata, ma quelli son
sacrosanti affari suoi. Giusto una debolezza che molti notavano:
dovunque fosse andato si portava dietro un tizio che partecipava agli
allenamenti ma non aveva incarichi di alcun genere. Un giorno ammise: «È
un appassionato: poi mi porta casa in macchina». Mentiva: era il
cognato. Ne faceva uso scaramantico. Poi se n’è liberato.
Dà l’impressione di conoscere i propri limiti, ma anche le proprie
capacità. «Lei in che cosa è bravo?», gli ho chiesto. Risposta: «So dare
un gioco». E si è visto. Perfino nella partita peggiore: l’idea c’era,
mancavano i realizzatori. Dopo una vita spesa a cullarci tra le lenzuola
ciancicate del cialtronismo nazionalpopolare ci stiamo attaccando a
personaggi che sanno di bucato fresco e non si conformano ai cliché
dell’italianismo. Non sono maschere, ma volti. Prandelli ha la sua etica
e come ogni etica ha un confine. Si tira una linea e qualcosa ne resta
fuori. Poi è difficile spiegare perché Bonucci dentro e Criscito fuori
(ma c’era una linea: il provvedimento giudiziario), perché suo figlio
Nicolò come preparatore (ma c’era una linea: è bravo e a volte capita
perfino di avere un parente che lo è). Ha detto cose difficili a dirsi,
ma che pensava: basta con il tabù dei calciatori gay. E altre, ancor più
difficili, che non pensava: «Se volete, stiamo a casa». È stata la sola
provocazione di un uomo tranquillo. Era per sentirsi dire no. Per
sentirsi dire: andate avanti, anche se non ci crediamo granché, magari
per niente. Andate avanti, e tirateci fuori da questo pasticcio in cui
ci siamo cacciati. Andate avanti, spaccate la Germania che ha saputo
risanare i conti, ricreare un movimento calcistico, stadi perfetti,
giovani campioni. Tanto con noi perde sempre, e dopo averla spaccata non
veniteci a dire che occorre risanare i conti, ricreare il movimento
calcistico e tutta la filastrocca. Esattamente quello che il ct sta
cercando di dire a chi fa orecchie da mercante, perché mercante è.
Alla fine devo una cosa, a Cesare Prandelli. Non è vero che, tornei di
Viareggio a parte, non abbia vinto niente. Il giorno del minuto in
silenzio per sua moglie Manuela, allo stadio di Firenze, trovò un mazzo
di fiori sulla panchina. Alla fine della partita lo prese e se lo portò
via, come fosse una coppa. Era una coppa. Uno stadio intero s’inchinava
alla dignità di una persona. Puoi aver vinto tutto e non aver vinto
niente. O puoi essere così. Che ti diano, prima o poi, un calice di
metallo da sollevare è questione di tempo. E tu sai metterti a un
incrocio lontano, tra Kiev a Rio, ad aspettare.
LA REPUBBLICA,
02-07-12
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