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Ma questa volta l’omertà è a Roma

DI ATTILIO BOLZONI
LA VERITÀ. Solo la verità. Nient’altro che la verità. Ma come possiamo
averla in quest’Italia dove lo s’invoca in morte dopo averlo avversato e
umiliato in vita? Chi vuole conoscerla davvero questa verità
sull’uccisione di Paolo Borsellino, uomo di legge e di coraggio,
siciliano pieno di dignità e di onore?
Sono passati vent’anni e ancora siamo lì a confonderci
fra quei nomi, un Ganci, tre Madonia, due Graviano, un Bagarella. Siamo
lì ad ascoltare il nuovo pentito Spatuzza che ha sbugiardato il vecchio
e falso pentito Scarantino, siamo lì a cercare la traccia di una
ricetrasmittente e di un antennino, a scoprire un garage dove un sabato
o un venerdì di mezza estate del 1992 qualcuno insieme a qualcun altro
portò un’utilitaria per far saltare in aria il procuratore aggiunto
della Repubblica di Palermo Paolo Emanuele Borsellino, uno dei più
famosi magistrati del Paese, uno del pool del maxi processo a Cosa
Nostra, l’erede, il migliore amico di Giovanni Falcone, l’altro grande
siciliano ucciso cinquantasette giorni prima a Capaci.
Il presidente Giorgio Napolitano nel suo messaggio ha chiesto con
emozione e dall’alto della sua carica «la verità a ogni costo» su via
Mariano D’Amelio: ma dove dobbiamo cercarla?, in quale fetida borgata di
Palermo o in quale sperduto casolare di Corleone troveremo mai la verità
su quel massacro che ha devastato l’Italia? La morte di Borsellino è
diventato un mistero di Stato per una ragione molto semplice: quella
strage non ha mai avuto le “caratteristiche” di una strage di mafia o di
solo mafia. Ecco perché non abbiamo ancora una verità dopo vent’anni. La
mafia siciliana con quella autobomba ha perduto la faccia e soprattutto
un potere che resisteva da più di un secolo, la mafia è stata
utilizzata, usata e gettata via, messa nel sacco, incantata e raggirata.
Ecco perché oggi non sappiano ancora quasi nulla.
Il muro dell’omertà mafiosa ha ceduto, il muro dell’omertà di Stato mai.
Persino una canaglia come Totò Riina, il capo dei capi della compagnia
che non ha mai aperto bocca su niente e nessuno, ha più volte mostrato
nel suo gergo e con messaggi eloquenti certe sue fragilità
sull’attentato di via Mariano D’Amelio («A me Borsellino non mi aveva
fatto niente, neanche una contravvenzione», «Non guardate solo me,
guardatevi dentro anche voi», «Ma volete cercare, volete vedere su
Borsellino, volete davvero trovare? ») facendo intendere che tanto
sapeva in materia di delitti ma che non c’entrava niente con il 19
luglio del 1992. E allora? Allora forse questa volta ha ragione lui, la
canaglia di Corleone. Dobbiamo guardarci dentro. Per quasi vent’anni ci
hanno consegnato una falsa verità, costruita attraverso una
macchinazione sbirresca e un depistaggio grossolano che però ha
abbindolato schiere di giudici fino al giudizio di Cassazione.
Assassini che non erano assassini. Pentiti che non erano pentiti.
Servitori dello Stato che non erano servitori dello Stato. L’affaire
Borsellino sta tutto in questo gioco di specchi. Un delitto annunciato,
un delitto consumato davanti a tutti con lui mandato allo sbaraglio,
solo, abbandonato al suo destino.
Frammenti di verità sono affiorati solo negli ultimi tempi. Un’indagine
sull’indagine dei procuratori di Caltanissetta ha scoperto uno Stato
traditore. È lo Stato che processa se stesso: è una di quelle verità che
non siamo ancora in grado di sopportare. Altri elementi per decifrare
quell’estate del 1992 sono arrivati dai procuratori di Palermo che
indagano sulla trattativa che era in corso fra pezzi delle istituzioni e
pezzi di Cosa Nostra mentre Paolo Borsellino stava per morire. Un’altra
verità troppo dura, troppo pesante per un’Italia abituata a sopravvivere
fra convenienze e egoismi. Ma non c’è solo un’Italia in Italia. Come
sempre ce ne sono due. Quella che la verità la vuole e quell’altra che
la vuole coprire. Ci sono sempre state forze nel nostro Paese – fin
dalla strategia della tensione degli anni ‘70, gli attentati ai treni,
Piazza Fontana, Brescia – che hanno lavorato per allontanarci dalla
verità. Poi lo “scenario di guerra” è diventata la Sicilia degli anni
Ottanta e del 1992.
Un’ultima annotazione prima di chiudere. Facciamo finta che sia stato
solo Totò Riina a decidere l’uccisione di Paolo Borsellino. Ma chi ha
fatto sparire poi la sua agenda rossa? I Corleonesi che si sono
precipitati in via Mariano D’Amelio dopo l’esplosione? Chi ha fatto
sparire i file nel pc di Giovanni Falcone dopo Capaci? Chi ha svuotato
la cassaforte nella prefettura del generale Carlo Alberto dalla Chiesa
ucciso a Palermo trent’anni fa? Sono i pezzi mancanti della nostra
storia, le verità negate.
LA REPUBBLICA, 19-07-12
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