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IL
MIGLIOR ARTICOLO DEL GIORNO
MA L’ETÀ NON PUÒ ESSERE UNA COLPA
Nato
a Gallarate (Va) nel 1944, Gian Arturo Ferrari ha insegnato
all’Università di Pavia. Ha lavorato alla Boringhieri, alla Rizzoli e
alla Mondadori. Dal 2009 è presidente del Centro per la promozione della
lettura istituito dal Consiglio dei ministri
DI GIAN ARTURO FERRARI
«La bellezza di madame Danglars era ancora degna di menzione— concede
Alexandre Dumas nel Conte di Montecristo— malgrado i trentasei anni».
All’inizio di Guerra e pace, Tolstoj, noto misogino, deve ammettere che
«Anna Pavlovna Scherer, a dispetto dei suoi quarant’anni, era piena di
vivacità e di slanci».
Fino a poco più di un secolo fa, varcata la trentina ci si inoltrava di
norma in una terra desolata dal punto di vista sia fisico sia mentale,
prodromo della vecchiaia. Vecchio e giovane non sono termini assoluti,
ma nemmeno del tutto soggettivi: sono relativi, dipendenti dalla storia,
il che vuol dire dalle condizioni sociali emateriali di vita. E
soprattutto dalle cognizioni mediche, il miglioramento delle quali,
eliminando intere categorie di malanni mortali e riducendo in modo
drastico l’impatto di altri, ha sensibilmente allungato la vita. Il che,
combinato con l’ossessione per l’aspetto, la forma e il corpo, ha
generato non già un incremento dei vecchi classicamente intesi, ma la
nascita della nuova categoria dei paragiovani. Individui molto ben
manutenuti (se non restaurati) e fermamente intenzionati a non cedere
terreno alle generazioni che si accalcano alle loro spalle. Ovvero,
nella variante più subdola e ipocrita, assertori della necessità di
introdurre meccanismimolto rigidi di alternanza e di uscita, salvo
scoprire, venuto il loro turno, che sussistono inderogabili ragioni che,
ahimè, li costringono a rimanere al loro posto.
Questo dei paragiovani (che ovviamente spostano l’intera scala di età,
rendendo adolescenti i trentenni e ragazzini, se non infanti, i
ventenni) è uno degli effetti imprevisti, o per meglio dire dei
paradossi, del progresso, come la sovrapopolazione determinata dal
crollo della mortalità infantile e dalla eliminazione, almeno nel mondo
occidentale, della guerra. La natura paradossale del fenomeno si vede in
tutta la sua nettezza sul tema dell’occupazione, dove anzi diventa un
dilemma siberiano, come direbbe Martin Cruz Smith: caduti in acqua da un
buco nel ghiaccio, l’alternativa è restarci e guadagnare qualche minuto
di vita o saltar fuori e morire subito— ma fuori—a quaranta gradi sotto
zero. Nel nostro caso non si può andare in pensione troppo presto, per
non gravare per troppo tempo sulle casse dello Stato,ma in questo modo
si continuano a occupare i posti che per natura spetterebbero ai
giovani. Quel che è certo è che non si esce dal paradosso (e dal buco
nel ghiaccio) con imezzi della retorica. Con le allocuzioni, con le
deprecazioni e con le esortazioni, con tutto il collaudatissimo
armamentario che è senza dubbio la più abbondante risorsa nazionale.
Per trasformare il paradosso e il dilemma in un problema — dunque in
qualcosa di affrontabile e, si auspica, risolvibile — occorrono due cose
soprattutto. La prima è far presente alle giovani generazioni —quelle
che più soffrono e che più sentono l’urgenza di una soluzione — che
questo è un compito essenzialmente loro, che nessuno non solo vuole, ma
letteralmente può sostituirsi a loro, che loro sono certo titolari di un
diritto, ma di un diritto che rimarrà astratto e dunque inefficace
finché loro stessi non sapranno trovare la via individuale e collettiva
per attuarlo. La lotta tra le generazioni, che è uno dei moderni
sostituti della lotta tra le classi, possiamo sperare sia meno cruenta,
ma certo non si fa a suon di appelli. La seconda è affrontare il
problema là dove si presenta nella maniera insieme più acuta, più
clamorosa e più carica di conseguenze e cioè nella formazione del ceto
politico. Certo, non si tratta di adottare i meccanismi ipocriti di cui
si diceva sopra, ma bisognerà pur rendersi conto che il nostro ceto
politico resta in servizio permanente effettivo vita natural durante e
che una sua parte è stata contemporanea di Churchill e di Truman. Forse
qualche proposta in merito sarebbe la più gradita (anche
all’elettorato).
CORRIERE DELLA SERA,
04-07-12
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