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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
LE
LACRIME DI BALOTELLI

DI MAURIZIO CROSETTI
LA FACCIA di Balotelli rigata di lacrime dice proprio tutto:
hanno vinto i più forti, i più belli da vedere, i più fantasiosi e i più
sereni. Anzi, più che vincere ci hanno umiliato. Dunque, applausi. Non
c’è stata partita, ed è stata una clamorosa lezione di calcio.
LA SPAGNA ci ha rubato il giocattolo, ci ha portato via la
palla come si fa con i bambini che giocano in salotto e rischiano di
rompere i bicchieri del servizio buono. Peccato, perché il sogno era
promettente, invece gli azzurri si sono addormentati e basta. Il 4-0 è
un peso tremendo, una mazzata storica, e scava un abisso tra noi e loro.
Quando Silva segna il primo gol, al termine di un fraseggio che sembra
eseguito al pianoforte, dalla tribuna-stampa italiana si alza un
battimani convinto e partecipe: giusto così, la bravura non ha colore né
geografia, va ammirata e basta. Forse la grande attesa ha sgonfiato la
nazionale, l’ha devitalizzata. Forse, ci ha fregato quella cosa che gli
antichi greci chiamavano “ubris”, la tracotanza: un giorno ti svegli e
ti senti il padrone del mondo. Più bravo di chi, quel mondo, se l’è già
preso e ne è campione. E pure d’Europa, e di tutti i pianeti del sistema
solare. La Spagna è una delle squadre più grandi di ogni tempo, averla
accostata è già un grande risultato, certo si sperava di non esserne
cancellati.
Non è stata una partita di pallone, è stata una dimostrazione di
bellezza allo stato puro e a senso unico. I cinquemila tifosi italiani
che hanno provato a riempire le strade di Kiev, così enormi da sembrare
comunque sempre vuote, si erano attrezzati per una notte estatica. Facce
dipinte di nero e capelli con cresta gialla, gli avatar di Balotelli non
hanno però assistito alla nuova trasformazione di un ottimo centravanti
giovane nell’incredibile Hulk di Italia-Germania. Gli italiani allo
stadio ce l’hanno messa tutta, alcuni vestiti da gladiatori o
centurioni, un bel derby contro quelli che indossavano il costume da
torero o da cosacco. Ma il carnevale di Kiev ha smesso di divertire gli
italiani troppo presto.
La caduta dell’Italia dal sogno è una galleria fotografica di volti
tristi e sfatti. Quello di Giorgio Chiellini, arreso per colpa di un
muscolo e poi schiantato in panchina, inutile e incredulo. Quello
dolente di Thiago Motta, mandato in campo non si sa perché e durato
pochissimo. Quello di Cassano, esangue, già fuori partita assai prima
della sostituzione. Quello di Mario Monti, che prova a cantare l’inno di
Mameli ma s’interrompe un paio di volte, poi desiste. Non ha avuto
fortuna, il premier, e neppure l’ha portata: non come il presidente
Napolitano, che almeno contro gli spagnoli era riuscito a pareggiare.
I giganti in maglia rossa sembravano dodici, tredici in campo. Nel
mezzo, dove il gioco nasce, ne avevano sempre un paio in più, anche
prima che uscisse Motta con tutte e tre le sostituzioni già esaurite per
noi. I colori dipinti sulle guance degli italiani (con 20 grivnie, la
moneta locale, si potevano avere entrambe le gote pittate) si sono
squagliati presto, colando come il rimmel di una donna che piange. Nel
cielo volavano coriandoli d’argento, sulla terra e sull’erba filava quel
pallone toccato sempre da piedi spagnoli, perfettamente. Noiosi? Alla
vigilia della finale si era aperto il dibattito, e la squadra più grande
della galassia l’ha chiuso subito, trionfando con la classe di chi non
si limita a giocare ma cerca, e trova, e distribuisce felicità perfetta.
Eppure sembrava il giorno giusto, con l’Italia persino favorita (ma in
base a cosa?). Gli azzurri avevano sguardi decisi e concentrati durante
il riscaldamento, erano serissimi mentre gli spagnoli smanettavano sui
cellulari, mandando e ricevendo sms. Eccoli, sono già distratti, veniva
da pensare. Invece erano semplicemente consapevoli della loro umiliante
superiorità, e avrebbero potuto farsi anche il caffè.
Il pubblico spagnolo, doppio per numero rispetto al nostro, almeno 11
mila persone tutte vestite di rosso, ha scandito con sarcastici “olè” i
passaggi che i campioni stavano tessendo con l’abilità di antiche
ricamatrici. E’ stato questo il sottofondo sonoro che ha accompagnato il
celebre “tiqui-taca”, traducibile in titìc-titòc, per tratti di partita
che sembravano infiniti. Il gioco della Spagna è ipnotico: esistono,
negli abissi, creature misteriose capaci di stordire gli altri pesci
emettendo una specie di luce, per poi divorarli. Ecco, è andata così.
Le telecamere hanno inquadrato Monti accanto a Platini, quasi
imbarazzato nel rispondere al sorriso tiratissimo del nostro premier.
Poi, l’impietosa regia dello stadio ha indugiato a lungo con carrellate
tra i tifosi italiani, molti in lacrime, i più attoniti e catatonici: la
loro risposta all’inesistenza della nazionale è diventata un lungo,
assoluto silenzio. Per oltre mezza partita, si sono sentiti solo i
disarmanti “olè” dei rossi, come martellate su una casa di cartone.
Quando l’arbitro ha fischiato la fine, e mai parola fu più azzeccata,
Balotelli se n’è andato diritto fuori dal campo invece di stringere la
mano agli avversari, come vogliono le regole del fair-play. Un addetto
della Federcalcio ha cercato di fermarlo, ma lui lo ha allontanato con
una leggera spinta, poi è stato l’ultimo a prendersi la medaglia
d’argento con un volto pieno di sdegno. Invece è stato molto bello
l’abbraccio tra Gigi Buffon e Iker Casillas, i due capitani. Magnifici
anche gli applausi dei giocatori spagnoli mentre gli azzurri andavano
verso il palco della premiazione, dove Platini ha tenuto la mano di
Pirlo tra le sue e gli ha certamente detto quanto lui è grande, e quanto
lo apprezza.
Invece, solo Cassano e Barzagli hanno battuto le mani alla Spagna nel
momento in cui Casillas ha sollevato la Coppa d’argento, quasi tutti gli
altri azzurri sono rimasti a guardare con palese fastidio, o magari
erano solo delusi. Ma hanno torto, se pensano di avere sbagliato strada:
nessuno, all’inizio dell’Europeo, avrebbe immaginato che il nostro
calcio malato e malmesso arrivasse fin qui, provando sempre a giocare e
non a speculare, cercando di dimostrare che un altro modo di essere
italiani nel football è possibile. E nessuna gelosia per gli spagnoli:
lo sport è ancora un luogo in cui i migliori, alla lunga, hanno ragione
e si prendono il sogno. Va amato anche per questo.
LA REPUBBLICA,
02-07-12
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