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LA SVOLTA CIVICA SENZA COMPLOTTI

DI GIAN ANTONIO STELLA
Se l’avesse contestata un polentone, apriti cielo! Manco le Sacre
Reliquie di Santa Rosalia sono mai state intoccabili quanto l’autonomia
siciliana.
Che questa venga oggi messa in discussione proprio da tanti siciliani
coscienti dei disastri commessi ostentando il feticcio della specificità
isolana è una svolta benedetta.
Vogliamo rileggere quanto scrisse un grande meridionale come Gaetano
Salvemini? «I governi italiani per avere i voti del Sud concessero i
pieni poteri alla piccola borghesia, delinquente e putrefatta,
spiantata, imbestialita, cacciatrice d’impieghi e di favori personali,
ostile a qualunque iniziativa potesse condurre a una vita meno ignobile
e più umana». Un’analisi spietata: «Qualunque gruppo di uomini onesti di
qualsiasi partito avesse voluto mettere un po’ di freno alla iniquità di
una sola fra le clientele che facevano capo a un deputato meridionale,
era sicuro di trovarsi contro tutta la marmaglia compatta».
Decennio dopo decennio, nonostante la presenza in politica anche di
tante persone perbene e generose, quel patto scellerato con una certa
razza di uomini di potere è stato via via rinnovato da troppi governi.
Compresi quelli con la Lega Nord: senza i voti isolani, come più volte
ha spiegato Ilvo Diamanti, la destra non avrebbe mai vinto a Roma e
Maroni non sarebbe mai entrato al Viminale. Lo sapeva lui e lo sapevano
quanti, laggiù, teorizzavano come Raffaele Lombardo che «la Lega fa il
suo mestiere: siamo noi che dobbiamo fare il nostro». Loro tirano di là,
noi tiriamo di qua. Opposti egoismi.
Ogni appunto, ogni critica, ogni denuncia giornalistica è da sempre
occasione per repliche piccate. L’Ars costa troppo? «È il più antico
Parlamento d’Europa!» Un consigliere prende quanto un senatore? «Non
siamo consiglieri, siamo “deputati” regionali!» Il presidente d’una
commissione può guadagnare 17.476 euro netti al mese contro i 13.823
lordi del segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon? «Uffa,
l’antipolitica».
E via così, per anni. Basti ricordare la reazione stizzita di Totò
Cuffaro all’inchiesta dell’Economist che definiva la Sicilia «il terzo
mondo dell’Ue»: «In Sicilia siamo avvezzi agli attacchi interessati». Il
suo successore attuale, davanti a una vignetta geografica dello stesso
settimanale con la parola «Bordello » sull’isola, andò oltre: «Il
newsmagazine britannico, espressione tradizionale dei poteri forti di
quella globalizzazione senz’anima che sta distruggendo l’economia
mondiale… ».
Stavolta no, non è facile gridare al complotto nordista. È siciliano
l’imprenditore Ivan Lo Bello che ha acceso la miccia denunciando il
rischio che «la Sicilia diventi la Grecia dell’Italia» e invitando Monti
a «mettere mano ai conti della Regione». È siciliano Maurizio Bernava,
il segretario della Cisl che ha chiesto al governo di commissariare
l’isola spiegando che «il peccato originale è la troppa autonomia con
poca responsabilità che s’è tradotta nell’uso scellerato, clientelare,
elettorale delle risorse». È siciliano Giovanni Coppola, il procuratore
della Corte dei Conti che picchia duro sui bilanci regionali. È
siciliano il commissario dello Stato Carmelo Aronica, che impugnando un
sacco di provvedimenti è la bestia nera dei politici clientelari.
E poi è siciliano Giacinto Pipitone che sul Giornale di Sicilia ha dato
la notizia che la Ue ha segato 600 milioni di contributi finché non
saranno spazzati via regalini tipo i 50 mila euro europei dati per la
ristrutturazione di un bar. Sono siciliani Emanuele Lauria ed Enrico Del
Mercato che nel libro La zavorra hanno messo sotto accusa la classe
dirigente locale. E ancora è siciliano Alfio Caruso, furente nei suoi
pamphlet contro quei mestieranti che militano, a destra e a sinistra,
nel «Pus», il Partito unico siciliano.
Perché questo è il punto: a tirar fuori dai guai la Sicilia possono
essere solo i siciliani. Diversi, però.
CORRIERE DELLA SERA, 18-07-12
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