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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
LA CULTURA DELLE POLTRONE
BARATTA: “IN ITALIA SI SISTEMANO GLI AMICI NON SI FORMA UNA
VERA CLASSE DIRIGENTE”

Paolo Baratta, economista e più volte ministro
è l’attuale presidente della Biennale di Venezia, incarico che ha già
ricoperto nel 1998/2001 e nel 2008/2011
DI NATALIA ASPESI
Più o meno un anno fa, durante una delle solite furenti
esagerate tempeste che squassano gli eventi italiani ogni volta che ci
mette il naso la politica, cioè sempre, anche quando non sa di che si
tratta, il presidente della Biennale Paolo Baratta se ne stette
nobilmente zitto. Finita a metà settembre la Mostra del Cinema, tra non
sempre eleganti coltellate, il suo venerato direttore Marco Müller,
certo dei suoi alti contatti, puntava sulle vedute lungimiranti del
fresco ministro dei Beni Culturali, Giancarlo Galan, per essere
rinominato lui, e cacciato il Presidente. Infatti, teoricamente
accantonato Baratta, fu designato al suo posto quella simpatica e
gioviale persona, pure di gran bell’aspetto, che è Giulio Malgara, un
tempo amico di Berlusconi e geniale esperto di prodotti commerciali
(tipo alimenti per cani e gatti).
Venezia insorse, dal sindaco in giù, si raccolsero firme, arrivarono
proteste da tutto il mondo della cultura, da Londra a Seul, e Baratta
aprì bocca solo per una breve telefonata al ministro che tra l’altro
prima gli era stato favorevole: «O io o il direttore della Tate Modern!».
Poi si sa, in novembre, giù il governo Berlusconi, su quello Monti, giù
Galan, su Ornaghi: e Baratta, 72 anni, plurilaureato, tre o quattro
volte ministro, già nominato presidente della Biennale da Veltroni
(1998- 2001) e poi da Rutelli (2008-2011), riebbe subito la sua carica.
Definendosi “leggermente autoritario” oggi dice: «Riconosco che Malgara,
persona che stimo, è stato esemplare, rifiutando l’incarico con grande
fair play».
Rinnovato il suo mandato, il terzo, (2011-2015), Paolo Baratta si mise
subito al lavoro: via ovviamente Müller, subito fagocitato dalla
Polverini e da Alemanno per un faraonico cinefestival in novembre a Roma
in funzione elettorale (2013), porte aperte ad Alberto Barbera, 63 anni,
che torna alla Mostra dopo averla diretta dal 1998 al 2002, durante il
primo incarico di Baratta, poi estromesso dal ministro del momento,
Urbani, cioè dalla politica, per far posto a Müller. Senza proclami né
millanterie, adesso Barbera sorride contentissimo per la prossima mostra
d’arte cinematografica a fine agosto, che compirebbe ottant’anni (la
prima fu nel 1932), se, a causa delle interruzioni belliche e
sessantottine, non fosse arrivata solo alla 69° edizione. Un paio di
giorni prima ci sarà la vernice della 13° Biennale internazionale di
Architettura, che è stata affidata all’architetto inglese David
Chipperfield.
Dice Baratta: «La Biennale veneziana è la più grande istituzione
culturale non solo italiana, riconosciuta come tale in tutto il mondo.
Va trattata con rispetto, affidata a gente competente e appassionata,
non necessariamente a me, ma a chiunque ci si dedichi, senza risparmio,
sapendo quello che fa, e in grado di governare con stile e autonomia. Ma
da noi c’è un elemento patologico molto italiano, tutto, anche la
cultura è poltrona, serve a sistemare gente, a premiare quelli della tua
parte politica, ad assicurare stipendi. La corsa indiscriminata a una
carica, la distribuzione cieca agli incarichi, impedisce che si formi
una vera classe dirigente al di là di ogni appartenenza politica, che
consenta un sistema di selezione dei valori e delle competenze. Non è
sempre così naturalmente, e per esempio sono in ottimi rapporti con il
governatore del Veneto Luca Zaia, che è leghista ed ha subito capito che
una istituzione internazionale come la Biennale non poteva essere
utilizzata per interessi locali. Anche Bondi, quando era ministro dei
Beni Culturali del governo Berlusconi, si è dimostrato persona molto
civile, attenta, con un gran rispetto nei nostri confronti: e come tutta
la destra, con quella ossessione dell’egemonia culturale della sinistra,
cui opporre una opposta egemonia, però della destra, seguendo
curiosamente una prassi, un sogno, non liberale ma marxista».
La prossima Mostra Internazionale di Architettura, biennale, e
la Mostra Internazionale del Cinema, annuale, intrecceranno i loro inizi
negli stessi giorni, alla fine di agosto. Sarebbe scorretto dire che
rispetto all’attenzione del mondo, agli immensi spazi riservati in tutta
la città, alla quantità di partecipanti e di visitatori della prima, la
seconda rinchiusa al Lido, malgrado sia la più antica, la più nobile, la
più raffinata del genere, rischia di apparire sacrificata
all’aggressione e al superamento da parte di altri festival importanti,
che sono ormai decine?
«Il confronto non è possibile. Alla Biennale di Architettura ci
saranno 55 partecipazioni nazionali nei padiglioni dei Giardini,
all’Arsenale, nel Centro Storico; il padiglione centrale curato da
Chipperfield, presenterà 58 progetti, realizzati da un centinaio di
architetti, artisti, fotografi, critici, studiosi. Per la prima volta
saranno presenti paesi come Angola, Perù, Turchia, Kuwait, Repubblica
del Kosovo. Se per quello che riguarda il cinema si riferisce
soprattutto al Festival che si terrà a Roma in novembre, la concorrenza
la vedo molto attutita. Non c’era un conflitto tra uomini, ma tra date,
e le date laggiù sono state spostate. Noi occupiamo un momento
strategico, quello da cui parte l’attenzione verso i film che potrebbero
partecipare agli Oscar. E questo ci rende molto interessanti per le
cinematografie emergenti, per quelle indipendenti, per i nuovi talenti,
che solo da qui possono emergere. Sarà interessante per esempio vedere
il primo film dell’Arabia Saudita, che potrebbe essere una sorpresa.
Quanto al Festival di Toronto, che è quasi contemporaneo a quello
veneziano, è vero che ha chiesto ai produttori di scegliere per le prime
mondiali o là o qui. A parte che non vedo per loro l’interesse a
scartare quei film che hanno deciso di essere qui, sono curioso di
vedere se prevarrà un intento meramente commerciale, cioè la scelta di
Toronto, o di prestigio e fascino, cioè Venezia. Certo abbiamo avuto
anche un annus horribilis, quando pioveva sui computer nella sala
stampa. È a questo degrado che abbiamo pensato di ovviare, naturalmente
con le risorse disponibili: coprendo la voragine davanti al palazzo del
cinema che sapeva di guerra, di terremoto, recuperando e rinnovando gli
spazi esistenti, dando alla sala grande un foyer strepitoso, assicurando
un’acustica tra le migliori al mondo, creando condizioni gradevoli nei
dieci giorni di fatica, perché poi i veri fruitori della nostra Mostra
sono la gente del cinema, i critici, i cinefili, i giornalisti, non la
mondanità».
La Biennale d’architettura nasce con un bel titolo, “Common
Ground”, Terreno Comune: cosa dirà di nuovo o di diverso rispetto alla
fantasmagoria architettonica dei grandi nomi di oggi, a cui ci stiamo
abituando, ai palazzi come sculture, ai nuovi quartieri come
installazioni?
«L’architetto ha rischiato di diventare l’uomo delle feste, il creatore
di meraviglie sospese nel vuoto, da guardare come un grande spettacolo,
come un’opera d’arte di affascinante distrazione dai problemi del vivere
e dell’abitare, dai bisogni della società civile, per accontentare
singoli committenti per i quali è indispensabile attirare l’attenzione.
Il common ground di questa Biennale invece riaffermerà l’importanza di
un’architettura non costituita solo da singoli talenti, ma anche da un
ricco patrimonio di idee diverse, riunite in spazi condivisi, ricchi di
una storia comune, in contesti e con ideali collettivi».
Avete come tutte le istituzioni culturali e non, problemi di
finanziamento?
«I contributi pubblici sono stabili, i costi sono aumentati, ma
sono aumentate le entrate della Biennale: a parte gli sponsor, con
l’ultima Biennale d’Arte del 2011, abbiamo avuto più visitatori,
440.000, e quindi ricavato dalla vendita dei biglietti più soldi, 5
milioni di euro. Con i nostri introiti abbiamo tra l’altro sistemato la
biblioteca dell’archivio storico e restaurato completamente la sede di
Ca Giustinian; 26 mila ragazzi e 3200 insegnanti del Veneto hanno
partecipato alle nostre attività educative e speriamo di estendere
questa iniziativa anche ad altre regioni».
L’estate prossima ci sarà la 55° Esposizione internazionale
d’Arte diretta da Massimiliano Gioni: era dal 2003, da cinque Biennali
fa, che non era più stata affidato a un italiano, che era allora
Francesco Bonami. «Era arrivato il momento di affidare la
mostra a un giovane che rappresentasse un’area artistica in grande
evoluzione, e Gioni ha 39 anni, è stato il primo europeo e il più
giovane a dirigere la Biennale di Gwangiu nella Corea del Sud con un
successo enorme e si occupa della Fondazione Trussardi a Milano. Ci
saranno grandi novità e per la prima volta l’Argentina avrà un suo
padiglione. Ma soprattutto l’avrà il Vaticano, che qui non era stato
mai: se ne sta occupando con molto impegno il cardinale Gianfranco
Ravasi, convinto che arte e fede, come nei secoli delle grandi
committenze papali e cardinalizie, debbano continuare produrre
capolavori».
LA REPUBBLICA,
24-07-12
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