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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
L’INGLESE NON CANCELLI LA NOSTRA IDENTITÀ
L’uso delle lingue straniere va promosso ma senza rinunciare
alla nostra identità

di CLAUDIO MAGRIS
Alberto Sordi redivivo smette di fare l’attore e diventa rettore
universitario, sottosegretario o ministro dell’Istruzione o qualcosa del
genere, sempre comunque nell’ambito dell’insegnamento superiore e della
cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte,
quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano
a Roma, cerca —ma invano —di sostituire spaghetti e vini dei Castelli
con hamburger e Coca-Cola.
L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e
obbligatoria dell’insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e
ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».
È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna — vittoriosa
in quasi tutti i campi — a stravolgere involontariamente problemi reali
nella loro parodia. Che la conoscenza—una vera, reale conoscenza — della
lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di
studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a
tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava
a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro
una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere,
soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non
superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi
raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a
tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva
ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è
paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario,
come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i
lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli
studenti, nell’apprendimento delle rispettive lingue.
È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a
insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente
l’inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie
e dei loro fondi, anziché considerare l’insegnamento e la conoscenza
delle lingue straniere, com’è accaduto quasi sempre nelle facoltà
umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il
conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi
traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua
inglese.
Tutto ciò non implica affatto la necessità e l’opportunità di tenere le
lezioni e i seminari — a parte i casi particolari di convegni e
dibattiti con studiosi stranieri — in inglese anziché in italiano.
Imporre l’uso dell’inglese nelle lezioni e nei corsi universitari
indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo — non solo in quello
letterario — la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di
pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale
e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica
aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura
italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro
poesie e i loro romanzi in inglese. L’insegnamento — tanto più quanto è
più importante e significativo — s’inserisce nel tutto della vita,
individuale e sociale. L’uso obbligatorio dell’inglese potrebbe dunque,
secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni
fondamentali dell’esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi
politici come alle effusioni verbali dell’intimità amorosa, che
diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata
nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l’amore in
inglese, credetemi, è tutt’altra cosa; me l’ha detto un mio conoscente
che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.
La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in
inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che
considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella
smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri
quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi
nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo
spirito più profondo della cultura inglese, l’amore di libertà e di
originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio
Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.
Si deve certo imparare l’inglese, questa lingua straordinaria che, come
è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti
esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il
suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo
che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel
mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere
lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e
poesia.
CORRIERE DELLA SERA,
25-07-12
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