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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
Il triste sequel del Cavaliere

di Barbara Spinelli
QUASI nessuno, tra i politici italiani, e in particolare tra
quanti sostengono Monti, sembra propenso a pensare che il declassamento
notificato venerdì da Moody’s sia in connessione con l’annuncio di un
ritorno di Berlusconi alla guida dell’Italia.
Ritorno confermato da Alfano due giorni prima, ma da tempo
evocato, invocato, dai fan dell’ex premier sui siti web. C’è stata
invece un’unanime insurrezione, molto patriottica e risentita, e
l’inaffidabilità delle agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s) è
stata non senza valide ragioni denunciata: le stesse agenzie che sono
all’origine della crisi scoppiata in America nel 2007, continuano
infatti a dettar legge, fidando nell’oblio di cittadini, governi,
istituzioni internazionali. Ciononostante, quel che veramente conta
resta nell’ombra: non in Italia, ma ovunque in Europa, il verdetto di
Moody’s (che pure non nomina il fondatore di Forza Italia) viene
d’istinto associato all’infida maggioranza di Monti, e più specialmente
alla decisione di Berlusconi di tentare per la sesta volta la scalata
del potere: per ridiventare premier o salire al Quirinale, ancora non è
chiaro. Monti sarebbe insomma un interludio, non l’inizio di una
rifondazione della Repubblica.
È quanto dicono le radio francesi, gli editoriali sulla Sueddeutsche
Zeitung o la Welt, che senza infingimenti adombra la possibilità di una
ricomparsa in Italia del Padrino. Il titolo in prima pagina è Der Pate,
Teil IV, il Padrino parte IV: il nomignolo, si aggiunge, è da anni
diffuso in Europa. Accade spesso che lo sguardo esterno dica verità
sgradevoli a Paesi che da soli non osano guardarsi allo specchio: è
successo nell’Italia post mussoliniana come nella Francia dopo il
fascismo di Pétain. La Sueddeutsche chiede che l’Europa lanci «un
segnale chiaro: con Berlusconi il Paese si riavvicinerà al baratro», e
non a causa dei festini a Arcore. Il commentatore Stefan Ulrich non sarà
probabilmente ascoltato, perché purtroppo così stanno le cose
nell’Europa della moneta unica: paradossalmente i governi autoritari
godono di margini più ampi di libertà, da quando le loro economie sono
tutelate da Bruxelles.
I parametri finanziari vengono prima della democrazia. L’Unione
s’allarma assai più del bilancio greco che dello Stato di diritto
calpestato in Ungheria, Romania o Italia, ottusamente trascurando i
costi immensi della non-democrazia, della corruzione, dell’impunità,
della consegna alle mafie di territori e attività economiche. Resta lo
sguardo severo, molto più del nostro, che da fuori cade su di noi. Si
pensi al candore con cui l’economista Nouriel Roubini dice, a Eugenio
Occorsio su la Repubblica del 15 luglio: «Sicuramente Monti ha molto
credito presso la Merkel, infinitamente più del suo predecessore che si
faceva notare solo per la buffoneria e i comportamenti personali diciamo
eccentrici. Guardate che i mercati stanno cominciando a considerare con
terrore l’ipotesi di un ritorno di Berlusconi al potere. Sarebbe un
incubo per l’Italia, per il suo spread e per il suo rating. So per certo
che la Merkel non vorrebbe neanche guardarlo in faccia».
C’è dunque qualcosa di malsano nella rabbia suscitata in Italia da
Moody’s, quali che siano gli intrallazzi dell’agenzia. C’è una sorta di
narcotizzata coscienza di sé. Una nube d’oblio ci avvolge, coprendo
pericoli che altri vedono ma noi no: il rientro di Berlusconi è
considerato dagli italiani o normale, o un incidente di percorso.
Significa che da quell’esperienza non siamo usciti. Che questo governo,
troppo concentrato sull’economia e troppo poco su democrazia e diritto,
non incarna la rottura di continuità che pareva promettere.
Non ne sono usciti i partiti, se l’unico aggettivo forte è quello di
Pier Luigi Bersani: «agghiacciante». Che vuol dire agghiacciante? Nulla:
è il commento di un passante che s’acciglia e va oltre. Più allarmante
ancora l’intervista che Enrico Letta (vice di Bersani) ha dato al
Corriere della Sera il 13 luglio, e non solo perché preferisce «che i
voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo» (le accuse
rivolte a Grillo possono esser rivolte a gran parte del Pdl e alla
Lega).
La frase più sconcertante viene dopo: «Non vorrei che si tornasse alla
logica dell’antiberlusconismo e delle ammucchiate contro il Cavaliere».
Per la verità, di ammucchiate antiberlusconiane se ne sono viste poche
in 18 anni. Altro si è visto: la condiscendenza verso il Cavaliere, la
rinuncia sistematica, quando governava la sinistra, a tagliare il nodo
del conflitto d’interessi e delle leggi ad personam. Non solo: l’ascesa
di Berlusconi fu permessa, favorita, nonostante esistessero leggi che
avrebbero potuto allontanare dal potere un grande magnate dei mezzi di
comunicazione. Fu Violante, il 28 Febbraio 2002 alla Camera, a rivelare
i servizi fatti dai Ds a Berlusconi: «Per certo gli è stata data la
garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate
le televisioni, questo lo sa lui e lo sa Gianni Letta. Comunque la
questione è un’altra: voi ci avete accusato di regime, nonostante non
avessimo fatto il conflitto d’interessi, avessimo dichiarato eleggibile
Berlusconi nonostante le concessioni, avessimo aumentato di cinque volte
durante il centrosinistra il fatturato di Mediaset». Morale (o meglio
immorale) della storia: Berlusconi poté candidarsi nonostante un decreto
(30 marzo 1957, n° 361) che dichiara ineleggibili i titolari di
pubbliche concessioni.
Questo significa che il primordiale male italiano (l’assenza di
anticorpi, che espellano da soli le cellule malate senza attendere i
magistrati o la Corte costituzionale) resta non sanato. Che un esame del
berlusconismo tuttora manca. Il conflitto di interessi è anzi diventato
normale, da quando altri manager «scendono in campo». Montezemolo sarà
forse candidato, e nessuno l’interroga sugli interessi in Ferrari, in
Maserati, nel Corriere della Sera, nel Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv).
Il silenzio sul suo conflitto d’interessi banalizza una volta per tutte
quello di Berlusconi. Non è antipolitica, la convinzione che i manager
siano meglio dei politici?
Viene infine il governo. Un governo di competenti, che non sembrano
attaccati alla poltrona. Una persona come Fabrizio Barca lavora senza
pensare a carriere politiche. Dice addirittura che per fare riforme per
la crescita servono «visioni del capitalismo che solo un mandato
elettorale può attribuire», e solo un «governo nato da una competizione
elettorale vera» può attuare (la Repubblica, 15 luglio)
Monti ha fatto molto per ridare credibilità all’Italia. Quando parla
dell’Unione, è senza dubbio più preparato di Hollande e della Merkel. Ma
a causa della maggioranza da cui dipende, molte cose le tralascia. Ha
tentato di restituire indipendenza alla Rai, ma sulla giustizia i
compromessi sono tanti: a cominciare dalla legge contro le
intercettazioni che potrebbe passare quest’estate, fino ai legami
tuttora torbidi che conferiscono al clero un potere abnorme sulla
politica.
L’ultimo episodio riguarda la Banca del Vaticano, lo Ior. Risale al 4
luglio l’ordine che il governo ha dato alle autorità antiriciclaggio
della Banca d’Italia, invitate a dire quel che sapevano sui traffici
illeciti dello Iot, affinché tenessero chiusa la bocca in una riunione
degli ispettori di Moneyval, l’organismo antiriciclaggio del Consiglio
d’Europa convocato a Strasburgo. Talmente chiusa che Giovanni Castaldi,
capo dell’Unità di informazione finanziaria (Uif, organo di Bankitalia),
ha ritirato i suoi due delegati dall’incontro.
Gli anticorpi restano inattivi, se certe abitudini persistono. Se il
governo si piega a poteri non politici. Se lascia soli i magistrati che
indagano sulla trattativa Stato-mafia. Se non garantisce che il vecchio
non tornerà. Non solo il vecchio rappresentato dal debito pubblico.
Anche il vecchio che per anni ha offeso lo Stato di diritto. Possibile
che Il Padrino-Parte IVsia un film horror per i giornali tedeschi, e non
per gli italiani?
LA REPUBBLICA, 18-07-12
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