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I PARTITI E IL VIZIO DEL COMMA 22

di Massimo Giannini
LA PANTOMIMA intorno alla legge elettorale è umiliante e
indegna della grande democrazia occidentale che ci illudiamo di essere.
Il dibattito, bugiardo e strumentale, ricorda il famoso «Comma 22». I
partiti della sempre più strana maggioranza giurano solennemente di
volere la riforma. Si arrovellano su testi inutilmente complicati e
furbescamente comparati. Discutono su modelli ibridi ispano-
franco-tedeschi in cui si cerca di conciliare l’inconciliabile. Pongono
condizioni e oppongono veti, usando le rispettive proposte come una
minaccia: alcuni per andare alle elezioni anticipate, altri per
evitarle. Il risultato di queste astruse e velenose schermaglie è lo
stallo. Ogni ipotesi contraddice l’altra, secondo il noto paradosso
descritto dal romanzo di Joseph Heller: «L’unico modo per ottenere il
congedo dal fronte è la pazzia», ma «Chiunque chieda il congedo dal
fronte non è pazzo». Cambiate le parole, l’esito è lo stesso. Un assurdo
cortocircuito logico e politico, dove si torna sempre al punto di
partenza (cioè all’orribile «Porcellum» del redivivo e recidivo
Calderoli) e dove si combatte per gli interessi di parte e mai per il
bene comune (cioè un sistema di voto che garantisca rappresentanza ai
cittadini e governabilità agli esecutivi).
In questo clima da fine impero, vissuto pericolosamente sulla
pelle di un Paese che ogni giorno si gioca l’osso del collo sui mercati,
Giorgio Napolitano rilancia l’avviso finale ai dissoluti naviganti. Il
terzo, forse il quarto. Si è perso il conto, da quando a gennaio il Capo
dello Stato sollecitò per la prima volta le forze politiche a sostenere
il governo Monti nella sua indispensabile azione di risanamento
economico, e a procedere in parallelo a una altrettanto irrinunciabile
riscrittura condivisa delle regole elettorali, dopo la doccia fredda del
referendum respinto dalla Corte costituzionale. Non è servito a niente.
Anche l’ultimo appello del 9 luglio, con tanto di lettera ai presidenti
di Camera e Senato, è caduto nel vuoto, triturato dal loop micidiale del
«Comma 22».
Il presidente della Repubblica azzarda dunque l’estremo tentativo di
convincere Pd, Pdl e Udc ad elaborare un testo base, e su quello
costruire una convergenza in Parlamento. Ora, come sempre, sulla nota
diffusa dal Quirinale fioccano le interpretazioni. E ognuno tira la
giacca di Napolitano dalla sua parte. È un esercizio rituale, e anche
legittimo. Quando rinnova l’invito a «un responsabile sforzo di rapida e
conclusiva convergenza », il Colle sbarra la strada a quell’idea nefasta
di una «riforma a maggioranza» vergognosamente coltivata dalla rinata
alleanza forzaleghista e imprudentemente auspicata dal presidente del
Senato. Ed è ovvio che questa, implicitamente, è una mossa che rassicura
Bersani. Quando sollecita «la massima cautela in rapporto a un potere
costituzionale che appartiene solo al presidente della Repubblica », il
Colle recide il nesso improprio che soprattutto a sinistra si tendeva
ormai a creare tra riforma elettorale e voto anticipato. Ed è
altrettanto ovvio che questa, implicitamente, è una mossa che rassicura
Berlusconi.
Al di là delle consuete esegesi di parte, quello che conta è il senso
generale del messaggio di Napolitano. La riforma della «porcata» voluta
nel 2005 dal centrodestra per impedire al centrosinistra una netta
affermazione alle elezioni del 2006 è una responsabilità enorme, che
pesa sulle spalle dei partiti a prescindere dal giorno in cui si tornerà
a votare. È una responsabilità che le forze politiche portano di fronte
agli elettori, ai quali va restituito il diritto di scegliere i propri
eletti, e di fronte alla comunità internazionale, alla quale va
assicurato che chiunque verrà dopo Monti saprà portare avanti
stabilmente e credibilmente un programma di legislatura, imperniato
sulle tante riforme concordate in sede europea.
Questa è l’unica cosa che conta. In un Paese normale succederebbe
questo. La Grande Coalizione approverebbe in fretta una riforma del
sistema elettorale efficiente e coerente, preferibilmente bipolare,
maggioritaria e magari a doppio turno, e nel frattempo sosterrebbe il
governo in carica fino alla sua scadenza naturale. La parentesi
«tecnica» si chiuderebbe senza traumi, e la politica riprenderebbe il
suo posto e il suo ruolo. In Italia tutto funziona al contrario. Prevale
il solito gioco del cui prodest, «costituzionalizzato » dal rovinoso
ciclo berlusconiano. I primi beneficiari di una buona legge elettorale
non sono i cittadini, che devono tornare a scegliere la coalizione
preferita e i candidati più stimati. Sono le segreterie di partito, che
scelgono i modelli elettorali per «nominare» i propri parlamentari con
le liste bloccate, per ampliare i margini di una vittoria o per limitare
i danni di una sconfitta.
La pratica di questi otto mesi conferma plasticamente il primato della
cattiva politica. I partiti non sembrano in grado di rispondere alla
pressante domanda di responsabilità che arriva dal Paese e dalla sua
istituzione più autorevole. Berlusconi continua a incombere come l’ombra
di Banco: sabota i patti, avvelena i pozzi. Il costo politico di questa
paralisi è altissimo. Lo paghiamo tutti. E inevitabilmente lo paga anche
il governo Monti, che poggia su una maggioranza ormai impalpabile e
pressoché impresentabile. In queste condizioni, il Professore può fare
ben poco in Europa, perché la Merkel non può concedere altro a un Paese
che non ha la più pallida idea su chi e come governerà dal 2013. E non
può più fare nulla in Italia, perché varata la prima tranche di spending
review dall’autunno l’esecutivo non avrà più una base parlamentare sulla
quale costruire altre e più ambiziose riforme.
Qualunque sarà la scadenza della legislatura, la campagna elettorale è
già cominciata. Per questo, se le cose non cambiano, alla fine potrebbe
essere persino lo stesso Monti a chiedere al Capo dello Stato di
sciogliere le Camere a settembre. Tirare a campare fino alla primavera
dell’anno prossimo non conviene al premier, ma forse non conviene
neanche all’Italia. Senza un sussulto di dignità dei partiti, le
elezioni anticipate rischiano di diventare addirittura il minore dei
mali, e persino con lo scandaloso Porcellum. Il più insopportabile dei
paradossi, nel Paese del «Comma 22».
LA REPUBBLICA,
31-07-12
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