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Cinghialotto non andare via

di Marco Travaglio
L’aspettavamo da giorni, da quando eravamo stati avvertiti che i maestri
ebanisti del Colle erano intenti notte e giorno a limare, levigare,
intarsiare la grande intervista di Eugenio Scalfari a Giorgio
Napolitano. Ne avevamo anche avvertiti i lettori, affinché si
preparassero adeguatamente all’Opus Magnum. E ieri finalmente, dopo ben
dieci giorni di spasmodica attesa, il gran giorno è arrivato. Il titolo
di Repubblica è una domanda senza punto interrogativo: “Perché l’Italia
deve farcela”.
Abbiamo cercato la risposta in tutt’e due le pagine dell’intervista, ma
invano. Dev’essere un quiz. Perché l’Italia deve farcela? 1) Boh. 2)
Perché sì. 3) Ma anche no. L’arrivo di Scalfari a Castelporziano è
quantomai accidentato e irto di insidie: “Un cinghialotto ci passa
davanti e scompare nel bosco”. Dev’essere Mancino, detto lo stalker,
reduce dalla quotidiana visita per denunciare quei maledetti pm di
Palermo. E non solo: “Sulle strisce di prato ai lati del viale saltella
qualche merlo e un’upupa. L’‘ilare uccello cammina impettita con la
piccola cresta sul capo. Sarà pure ilare, io invece sono preoccupato”.
Nemmeno il tempo di ascoltare il tradizionale monito dell’upupa
presidenziale e il preoccupato Scalfari raggiunge Napolitano. “Chiedo il
permesso di togliermi la giacca”. Magnanimamente accordato. “Lui m’aiuta
a sfilarmela. Indossa una maglietta azzurra”. Secondo riferimento a
Claudio Baglioni: da “Cinghialotto non andare via” a “Quella sua
maglietta fina”.
Esordio promettente: “Non posso esimermi dal chiedergli le sue reazioni
ad una vera e propria campagna che è stata lanciata contro di lui
partendo da telefonate al Quirinale, che sono state intercettate,
dell’ex ministro Mancino”. Per la verità non era solo Mancino a
chiamare, ma anche il consigliere del presidente D’Ambrosio, che però,
per carità di patria, scompare dalla scena: Mancino parlava con un
impersonale, marmoreo “Quirinale”. Ma la domanda si rivela inutile,
contiene già in sé la risposta: “Napolitano è intervenuto direttamente,
ha fornito i chiarimenti che gli erano stati richiesti da varie parti e
ha messo per quanto lo riguarda la parola fine a quella polemica
‘costruita sul nulla’”. Per la verità, all’unico giornale che gli aveva
chiesto chiarimenti (il nostro), ha fatto rispondere dal portavoce che
non intendeva rispondere. Ora però avrebbe la grande occasione di
illustrare finalmente quale norma costituzionale, legge ordinaria,
articolo, comma o codicillo conferisca al Presidente della Repubblica il
potere di sollecitare “coordinamenti ” fra Procure per un’indagine
giudiziaria, su richiesta di un testimone poi indagato per falsa
testimonianza, quando oltretutto il coordinamento è già stato assicurato
un anno prima dal Csm e dal procuratore nazionale antimafia. Purtroppo
la curiosità rimane delusa: “La correttezza – afferma Napolitano – dei
miei comportamenti ha trovato il più largo riconoscimento”.
Per la verità ci sarebbero anche giuristi e commentatori che,
interpellati dal Fatto sulla condotta del Quirinale, qualcosina hanno
eccepito. Ma non contano: conta solo chi applaude. Il resto è una
frizzante lezione di educazione civica sui poteri del Presidente,
elencati puntigliosamente (manca quello di coordinare indagini,
inspiegabilmente dimenticato), una croccante e attualissima discussione
sul governo Pella e la nomina del ministro del Commercio estero
Bresciani Turroni nel 1953. Poi un accenno a Clio che fuma e butta la
pasta, ma i due ne hanno ancora per una mezz’oretta. Resta da parlare di
Sraffa, Gramsci, Amendola, Gobetti, Einaudi, Europa, Costituente,
antipolitica, Keynes, vacanze. Napolitano conta “i giorni alla rovescia
fino al maggio del ‘13”. Scalfari minaccia: “Tu sai come la penso”, lo
vorrebbe lì altri sette anni. Ma per fortuna il Presidente lo “ferma
subito”. L’idea di altri sette anni col cinghialotto alle calcagna
atterrisce anche lui. E poi l’upupa non vuole.
IL FATTO QUOTIDIANO, 06-07-12
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