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IL
MIGLIOR ARTICOLO DI OGGI
Berlusconi dopo Berlusconi
Una operazione di marketing

di Piero Ostellino
È certamente colpa mia, ma non ho capito perché, alle prossime elezioni
politiche, Silvio Berlusconi si ricandidi capo del governo; a diciotto
anni dalla prima discesa in campo e dopo aver occupato a lungo la scena
politica promettendo riforme che poi non ha fatto. La sua candidatura,
priva anche solo della parvenza di un programma politico, mi pare,
piuttosto, paradigmatica della condizione in cui versa il Paese.
Un governo tecnico che va avanti per forza d’inerzia (indotta dalla
Germania). Quando il presidente del Consiglio parla— mai coi toni del
leader; sempre con quello (freddo e burocratico) di una relazione a un
convegno di accademici— pare persino, dietro gli accenti pedagogici e le
promesse incoraggianti, di avvertirne l’eco: «Protocollo n. 465...».
I due partiti maggiori, il Popolo della libertà e il Partito
democratico, allo sbando: privi di identità culturale, oltre che
politica e organizzativa; terrorizzati di andare alle elezioni e tentati
di rinviarle a tempo indeterminato; appiattiti sul governo tecnico e
prosternati al presidente della Repubblica, vero capo dell’esecutivo,
condannato a recitare un ruolo di supplenza politica a dispetto delle
sue stesse prerogative costituzionali. I partiti minori —un’Armata
Brancaleone, capeggiata da personaggi d’uno squallore pari solo al
ridicolo delle loro comparsate televisive— preoccupati unicamente di
cogliere i sintomi del populismo crescente in un’opinione pubblica
incolta e frastornata che, fino a novembre dell’anno scorso (nascita del
governo Monti), si riteneva la più democratica del mondo e, ora, teme
che le elezioni le vincano «gli altri», nella convinzione che la
democrazia ci sia (solo) quando le vincono «i nostri», o governano i
tecnici che sollevano elettori e eletti dalla responsabilità di
scegliere. Media incapaci di assolvere alla propria funzione in una
democrazia liberale —legittimare l’Ordinamento esistente; fornire
contemporaneamente al cittadino gli strumenti critici per cambiare la
politica corrente— subalterni allo status quo, restii a esercitare il
benché minimo stimolo culturale, prima che politico, nei confronti del
governo e dei partiti. È in questo clima che il Cavaliere si ripresenta.
Per fare che cosa? Si direbbe per ricompattare il suo partito (il Pdl),
secondo lo schema classico del «capo carismatico»—il solo che, del
resto, lui conosca: il «rapporto d’impresa» fra dipendenti e direzione
nella (confusa) realizzazione di un (generico) obiettivo individuato dal
leader —che, con la sua presenza, assicura unità di intenti e successo.
Diciamo, allora, che Berlusconi si propone, innanzi tutto, di
ricostituire e (ri)mobilitare un gruppo disperso e, in secondo luogo, di
infondere energia ai singoli membri del gruppo stesso proponendo nuovi
obiettivi o riaccendendo in loro l’attaccamento ai valori tradizionali
(Paolo Martelli: «Analisi delle istituzioni politiche», Giappichelli
editore, Torino). È un’operazione di marketing alla quale, ahimè, manca
il prodotto da lanciare e il mercato sul quale venderlo. È pur vero che,
almeno a suo dire, a incoraggiarlo sarebbero i sondaggi favorevoli. Ma
pesano sull’impresa sia una «unità di intenti» del gruppo tutta da
verificare, sia la vacuità dei valori tradizionali, logorati dalla loro
passata, e sterile, ripetitività, nonché dei nuovi, e indefiniti,
obiettivi.
La verità è che Berlusconi— concentrato su se stesso e sui propri
interessi —non è riuscito, in diciotto anni, a fornire una
rappresentanza al ceto medio; che la sinistra non è ideologicamente in
grado di tutelare, anche se in forme politiche diverse, come accade,
nell’alternanza al potere con la destra, nei Paesi di più matura
democrazia. Raccoglierà certamente i consensi di un elettorato di bocca
buona e che farà di necessità virtù (battere la sinistra), ma
altrettanto certamente pare, ancora una volta, incapace di costruire
quel modello di «società aperta» che il compromesso costituzionale e la
cultura egemone ignorano, una parte del Paese attende dalla nascita
della Repubblica e si era illuso di vedere realizzato con la sua discesa
in campo. In definitiva, (anche) come «capo carismatico», Berlusconi ha
fatto il suo tempo e —dopo aver disperso un patrimonio di consensi e
aver persino smentito, da politico, la propria fama di imprenditore
intelligente e capace— è francamente poco credibile. Non gli mancano né
l’inventiva e l’immaginazione per trovare (sempre) nuove formule,
peraltro più da proporre per sparigliare le carte degli altri che da
concretare, poi, in proprio; né la volontà e la determinazione nel far
fronte alle avversità; ma non è stato l’uomo politico, nell’accezione
riformista con la quale si era proposto nel ’94, né è quello del quale
ci sarebbe bisogno nell’attuale, difficile, situazione del Paese. Il
reduce da una guerra persa. È un uomo dei tempi televisivi:
dell’apparire, non dell’essere; un «venditore» di miti elettorali, non
di contenuti politici; una contrapposizione di maniera, e persino di
comodo, a una sinistra vecchia e reazionaria. Dubito riesca a realizzare
anche solo i (modesti) propositi che si attribuisce, ammesso, e non
concesso, siano tali. Non suggerisco di non votarlo—ciascuno fa ciò che
crede —ma consiglierei di non concedergli troppo credito e di non farsi
troppe illusioni. Una volta va bene, due anche, tre volte il troppo
stroppia.
postellino@corriere.it
CORRIERE DELLA SERA, 17-07-12
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