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«Battere la mafia? Con la famiglia si può»

Rudolph Giuliani
di Stefano Amore
Pubblichiamo l’intervista concessa da Rudolph Giuliani per il libro “Il
profumo della libertà”, pubblicato dall’allora ministro della Gioventù,
Giorgia Meloni per tramandare la memoria di Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino alle nuove generazioni. La pubblicazione è disponibile online
all’indirizzo www.ilprofumodellaliberta.it.
«La giustizia americana ha un grosso debito con lui: ci ha molto aiutato
nella lotta contro Cosa Nostra. E’ grazie a uomini come lui che siamo
riusciti a infliggere delle sconfitte all’asse PalermoNew York». Così
Lei ricordava Giovanni Falcone in un intervista, pubblicata sul
quotidiano La Repubblica” del 24 maggio 1992, in cui è descritta tutta
la sua emozione e il suo dolore nell’apprendere la notizia della strage.
Il suo rapporto con Giovanni Falcone era, evidentemente, molto
profondo. Ci può raccontare come vi eravate conosciuti?
Il primo incontro tra me e Falcone credo che risalga al 1985 o al 1986
ed è avvenuto nell’ufficio dello United States Attorney. Giovanni era
negli Stati Uniti con altri magistrati italiani per avviare la
collaborazione nel caso Pizza Connection e condividere le informazioni
che avevamo raccolto sulla mafia. La situazione era tale che quando
abbiamo iniziato le indagini per il caso Pizza Connection avevamo il
problema di dover trascrivere alcune conversazioni telefoniche in
dialetto siciliano. Ma non avevamo interpreti che lo sapessero fare,
così siamo stati costretti a organizzare un corso per farglielo
imparare. Proprio questo rapporto così stretto tra mafia americana e
mafia siciliana ci ha fatto comprendere che per ottenere dei risultati
bisognava creare una stabile collaborazione con l’autorità giudiziaria
italiana. Le famiglie mafiose di New York e di Chicago lavoravano
solitamente ognuna per conto proprio e solo raramente organizzavano
qualche affare insieme. Ma in questo caso era diverso. I rapporti tra
mafia siciliana e mafia americana erano talmente forti che non si
riusciva neppure a capire chi comandava veramente. Per questa ragione è
iniziata la collaborazione con i magistrati italiani e così ho
incontrato per la prima volta Giovanni Falcone.
Che tipo di rapporti esistevano all’epoca tra l’autorità
giudiziaria statunitense e quella italiana? Vi erano già stati episodi
significativi di cooperazione per combattere la mafia o, anche sotto
questo profilo, Falcone fu un precursore?
A presentarmi Falcone fu Louis Freeh, un collega, poi divenuto capo
dell’Fbi, che già lavorava con i magistrati italiani. Falcone divenne
presto nostro ospite abituale. C’erano sempre 5, 6 italiani nei nostri
uffici, non solo magistrati, ma anche poliziotti. La polizia italiana ci
aiutava ad analizzare le informazioni che avevamo acquisito, ci spiegava
il senso di certi riferimenti e noi facevamo lo stesso con loro per la
parte americana. In questo modo abbiamo sviluppato, molto rapidamente,
un rapporto molto stretto. Questa collaborazione si è poi ulteriormente
rafforzata quando Gaetano Badalamenti venne arrestato in Spagna. C’erano
richieste di estradizione da parte sia dell’Italia che degli Stati
Uniti, così io e Louis Freeh, su consiglio di Giovanni Falcone, andammo
in Italia, per fare un accordo che consentisse di superare i conflitti
che c’erano stati in passato. Riuscimmo a concludere una convenzione con
il ministero della Giustizia e con il ministero dell’Interno italiani
che consentiva di far entrare Badalamenti nel programma americano di
protezione testimoni (American Witness Protection Program). Per
concludere questo accordo fu determinante l’aiuto dell’Ambasciatore Raab,
che all’epoca godeva di un grande prestigio presso il governo italiano.
E’ difficile descrivere l’intensità del rapporto che si era creato. I
magistrati italiani erano sempre negli Stati Uniti, il mio collega Dick
Martin, uno dei pubblici ministeri di Pizza Connection, faceva
continuamente la spola con l’Italia. Non ho più visto una collaborazione
così forte nel settore giudiziario.
La cooperazione giudiziaria internazionale rappresenta oggi il
presupposto fondamentale per combattere una criminalità sempre meglio
organizzata e coordinata. Alle organizzazioni criminali tradizionali si
sono aggiunte oggi quelle terroristiche. Cosa si può fare, secondo Lei,
per migliorare ancora di più la cooperazione giudiziaria e di polizia
tra Stati Uniti e Europa?
Dopo l’11 Settembre la cooperazione tra l’Europa e gli Usa è molto
migliorata. I servizi di intelligence oggi collaborano e condividono le
informazioni anche quando le posizioni politiche dei governi non sono le
stesse. In particolare, il rapporto tra Italia e Usa continua ad essere
molto stretto. Naturalmente, se per contrastare il terrorismo si facesse
quello che abbiamo fatto, insieme a Falcone e a Borsellino, per
combattere la mafia, sarebbe tutto più facile. Bisognerebbe, cioè,
lavorare fianco a fianco, nello stesso ufficio, creare un pool di
persone, di tutte le nazioni, in grado non solo di veicolare le
informazioni, ma di farne comprendere la portata e il senso. Spesso le
informazioni ricevute vengono fraintese o sottovalutate nella loro
importanza, cosa che non accadrebbe se fosse possibile parlare e
confrontarsi. Nonostante il grande sforzo di collaborazione tra i
servizi americani e quelli europei e gli ottimi risultati conseguiti, si
potrebbe forse fare ancora di più creando apposite strutture che
consentano di lavorare insieme. Negli Stati Uniti la creazione della
Joint Terrorism Task Force (JTTF), che coordina tutte le agenzie e forze
di polizia ha dato eccellenti risultati, perché consente una valutazione
incrociata delle informazioni e impone a tutti di lavorare nello stesso
ufficio. Riuscire a sventare un attentato, come quello di Times Square
della scorsa settimana, è anche questione di fortuna, ma la fortuna
aumenta con la cooperazione.
Torniamo al suo rapporto e alla sua amicizia con Falcone. Ci può
raccontare qualche particolare inedito relativo al vostro rapporto?
Certo. Mi ricordo di una volta che l’ho visto dalla finestra del mio
ufficio, mentre camminava in Piazza San Andrea con un berretto dei New
York Yankees in testa, circondato da alcuni colleghi. Allora sono sceso
dall’ottavo piano per andargli incontro. L’ho raggiunto che era ancora
in piazza, con questo cappellino, e mi è venuto spontaneo chiedergli:
«Ma cosa fai con il berretto degli Yankees?» Falcone allora mi guarda e
mi risponde che sta cercando di imparare le regole del baseball, aiutato
da uno dei miei assistenti. Mi è venuto naturale dirgli che i miei
assistenti erano dei bravissimi giuristi, che sapevano tutto della
legge, ma che il baseball lo conoscevo meglio io. Così, da allora, nelle
pause di lavoro lui veniva nel mio ufficio per parlare di baseball.
Ricordo che una volta gli ho disegnato uno schema del gioco, con il
diamante, le quattro basi e il monte di lancio, cercando di spiegargli
come funzionava. Falcone faceva fatica a comprendere il concetto di foul
ball, e cioè che la palla doveva entrare tra le righe del diamante e
quelle del fuori campo per essere considerata a fair ball, cioè per
rimanere una palla in gioco. Ma quella che a Giovanni proprio non
piaceva era la regola per cui il foul viene conteggiato come strike solo
fino al secondo. Dopodiché, il battitore può continuare a battere foul
all’infinito, senza che questo porti alla sua eliminazione. Questa
regola a Falcone proprio non piaceva, soprattutto perché, a suo parere,
allungava troppo i tempi della partita. Al di là degli scherzi, ricordo
un uomo che amava molto il suo paese, l’Italia, e la sua terra, la
Sicilia. Quando parlava della Sicilia si emozionava e insisteva sempre
su un concetto: che la Sicilia si doveva modernizzare e che alla base
del suo mancato sviluppo c’era la mafia. Secondo Falcone la mafia aveva
impedito non solo lo sviluppo e la modernizzazione della Sicilia, ma
anche la crescita dell’Italia come nazione moderna. A suo parere solo
sconfiggendo la mafia l’Italia sarebbe tornata ad essere una nazione
all’avanguardia nel mondo.
Falcone è ricordato anche come un magistrato estremamente
corretto. Qualche tempo fa un collega mi rammentava lo scrupolo che
poneva nel formularele domande ai collaboratori di giustizia e nel
trascriverne (lo faceva personalmente) le risposte. Le sue domande
evitavano, sempre, suggestioni ed erano per lo più tese ad approfondire
fatti o responsabilità di persone di cui il dichiarante aveva già
parlato. Le dichiarazioni rese dai pentiti, Falcone ne era consapevole,
debbono essere valutate con grande prudenza in quanto uno degli scopi
della criminalità organizzata può essere proprio quello di fuorviare le
indagini, anche per indebolire le istituzioni, minandone la credibilità.
Qual è la sua opinione sui pentiti e sulla loro utilità nei processi di
mafia?
La mia opinione è che i pentiti rappresentano un elemento da cui non si
può prescindere per combattere efficacemente la mafia e, anche, il
terrorismo. Negli Stati Uniti li chiamiamo Topi di fogna, ma aldilà del
nomignolo, certamente meno gentile di quello italiano, la sostanza non
cambia. Chiamare “pentiti” queste persone forse è meglio, perché può
stimolare un processo di reale cambiamento, facendo percepire loro che
la scelta di cambiare vita, di non uccidere più, può riconciliarli
realmente con la società. Sotto il profilo psicologico, il termine
“pentiti” che usate in Italia per indicare questi collaboratori è,
veramente, il migliore. Perché tiene conto del fatto che gli esseri
umani possono fare cose terribili, ma che tutti hanno in sé la forza di
redimersi, se lo vogliono veramente. Sotto un profilo pratico,
l’importanza dei pentiti è poi evidente se si riflette sul fatto che è
quasi impossibile condurre con successo delle indagini su una
organizzazione segreta, come è la mafia, senza l’aiuto di qualcuno che
ne faccia o ne abbia fatto parte. Per il terrorismo vale lo stesso
ragionamento. Tutto il lavoro di Falcone e di Borsellino, tutto il
nostro lavoro, sarebbe stato, almeno in parte, inutile, se non avessimo
avuto la collaborazione di alcuni “pentiti”, che con le loro
dichiarazioni ci hanno permesso di ricostruire le dinamiche dei crimini
commessi dalla mafia. Riuscire a convincere queste persone a collaborare
è stata la vera chiave del successo di molte delle indagini condotte in
quegli anni.
Durante l’operazione chiamata “Pizza connection” si scoprì che
l’eroina prodotta a Palermo veniva venduta nelle pizzerie di molte città
degli Stati Uniti e che gran parte dei profitti veniva non solo
reinvestito nel settore della droga, ma anche utilizzato per finanziare
importanti operazioni immobiliari. Falcone attribuiva grande importanza
alle indagini bancarie e patrimoniali. Lei che è stato anche Sindaco di
una grande città come New York ed è noto in tutto il mondo per avere,
con la Sua “tolleranza zero”, sconfitto la violenza in questa grande
metropoli, potrebbe suggerire una formula efficace di “tolleranza zero”
anche nei confronti dei grandi investimenti patrimoniali della mafia?
Come si può impedire, una volta per tutte, che la mafia possa investire
i proventi delle sue attività criminali in banche, ospedali, programmi
edilizi? Come si può impedire che metta le sue mani sulle città? Negli
Stati Uniti cosa si fa per combattere questo fenomeno?
Prima di tutto va fatta una precisazione. “Tolleranza zero” è il modo
europeo per definire quello che facevo: non tollerare nessun tipo di
crimine, anche quelli meno gravi, a cominciare dai piccoli atti di
vandalismo e di danneggiamento. Poi va chiarito che non ho sconfitto la
criminalità di New York, l’ho solo ridotta, in modo significativo, del
50/60 per cento. Sconfiggere la criminalità per sempre credo sia
impossibile, perché il male fa parte della natura dell’uomo. Ma
certamente è possibile contenerla in modo significativo ed è questo
quello che ho fatto a New York.Sono poi completamente d’accordo sul
fatto che le misure che incidono sugli investimenti e sui patrimoni
della mafia sono molto più efficaci del carcere. Lo statuto Rico (Racketeer
Influenced and Corrupt Organizations Act) ha permesso negli Stati Uniti
non solo di condannare i mafiosi, ma anche di confiscare le società in
cui avevano investito i proventi dei loro crimini. Senza queste misure i
procedimenti giudiziari avrebbero prodotto solo un avvicendamento tra i
vecchi capi, quelli arrestati e condannati, ed i nuovi. Si sarebbero
arrestate e condannate persone, ma non sarebbe cambiato nulla.
Confiscando i soldi, le società e le proprietà immobiliari della mafia
abbiamo, invece, messo in ginocchio queste organizzazioni criminali.
Negli Stati Uniti la mafia si era impadronita del mercato del pesce, di
aziende di abbigliamento, dell’intera industria del trasporto dei
rifiuti di New York. Ebbene, tutte le società e imprese su cui la mafia
aveva messo le mani, le abbiamo confiscate e poi vendute. E colpendo la
mafia nelle sue attività economiche ne abbiamo ridotto, in modo
sensibile, l’influenza nella società. Questo modo di procedere andrebbe
applicato anche nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Se
privi delle risorse economiche i terroristi, per loro sarà molto più
difficile organizzare un attentato. La persona che è stata arrestata per
l’attentato di Times Square non aveva i soldi per pagarsi una casa, ma
ha portato negli USA 80.000 dollari. Chi glieli ha dati? Scoprire chi lo
ha finanziato è il primo passo per impedire che si possano organizzare
altri attentati.
So che le sto per fare una domanda dolorosa. Cosa ha provato
quando hasaputo delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio? Che impatto
hanno avuto quelle stragi sull’opinione pubblica e sul mondo politico
statunitense?
Ne sono rimasto sconvolto. E’ veramente difficile parlare del dolore che
ho provato. Avevo incontrato Falcone, per l’ultima volta, alcuni mesi
prima, nel 1991 credo. Sarei dovuto andare a ritirare un premio in
Sicilia e ne ero felicissimo, perché desideravo molto poter visitare la
Sicilia. Ma non fu possibile. Prima venne il Console generale d’Italia a
New York a consigliarmi di ricevere il premio nella sede del Consolato,
poi l’Fbi mi fece sapere che il governo italiano non voleva che io
andassi in Sicilia perché lo reputava troppo pericoloso. Così, alla
fine, si decise che mi avrebbero premiato a Roma. Mi ricordo
distintamente che, non appena in Italia, parlai di questa vicenda con
Falcone, facendogli notare che se era pericoloso andare in Sicilia per
me, per lui lo era dieci volte di più. «Si, ma è lì che vivo, lo sai» mi
rispose, aggiungendo poi una frase del tipo: «Ma se succede, lo
capisco». Forse era una sorta di fatalismo o forse era la fiducia che
aveva nella sua volontà e il desiderio fortissimo di riuscire, anche a
prezzo della vita, a sconfiggere per sempre il cancro della mafia. Così
quando ho saputo della sua morte, di quella di Borsellino, di quelle
terribili stragi, ero sconvolto, ma non posso dire che fossi veramente
sorpreso. So di dire una cosa terribile, ma credo che solo lasciando
l’Italia Falcone avrebbe avuto la possibilità di salvarsi. Lui aveva
inferto colpi gravissimi alla mafia, ma erano rimasti in piedi i mafiosi
più violenti, quelli più disperati. Negli Stati Uniti noi non abbiamo
mai corso gli stessi rischi. I miei assistenti venivano minacciati, io
stesso sono stato minacciato molte volte ed abbiamo sempre preso molto
sul serio la possibilità di essere oggetto di attentati. Ma debbo dire,
molto onestamente, che ritenevo estremamente improbabile che la mafia
americana potesse decidere di uccidere uno United States Attorney, o un
assistente di uno United States Attorney o un agente dell’Fbi. La mafia
americana aveva ed ha delle regole. Non uccidono né giudici, né pubblici
ministeri, né poliziotti, perché sanno che le conseguenze per loro
sarebbero gravissime. Nel 1986, quando ero US Attorney, venne ucciso a
New York il Detective Venditti, ma fu la stessa mafia a consegnarci gli
assassini. La mafia siciliana aveva un approccio totalmente diverso:
uccidevano giudici, uccidevano poliziotti. Potevano fare quello che
volevano e lo sapevano. Ammiravo enormemente il coraggio di Falcone e di
Borsellino, perché affrontavano, ogni giorno, pericoli enormi. Tutto
questo per dire che non ero sorpreso quando ho saputo delle stragi. Ero
sconvolto, ma non ero sorpreso.
Da quelle stragi sono trascorsi quasi vent’anni. Paolo
Borsellino immaginava che la mafia sarebbe svanita come un incubo se i
giovani le avessero negato il loro consenso. Il qualunquismo culturale,
la crisi di valori caratteristica della nostra epoca non aiutano i
giovani e sono, probabilmente, i migliori alleati della mafia e delle
grandi organizzazioni criminali. Cosa si può fare, secondo Lei, per
aiutare i giovani a rifiutare la mafia, il denaro facile, la violenza?
Basterebbe avere una buona famiglia, dei buoni genitori. Purtroppo il
governo può contribuire all’educazione dei giovani, ma non può
assicurare una madre e un padre che diano ai figli dei sani principi.
Così in Sicilia la mafia si è trasmessa di generazione in generazione,
anche se oggi scopriamo che in Calabria e in Campania le cose vanno
anche peggio... Questo perché in Sicilia si sono investite risorse,
perché ci sono stati uomini come Falcone e Borsellino che hanno dato la
loro vita per consentire a quella terra di fare un passo in avanti. Per
sconfiggere la criminalità organizzata, per sconfiggere le mafie, è
necessaria però una strategia complessiva, fatta di molti interventi.
Devi fare le indagini, devi mettere in prigione i mafiosi e confiscare i
loro beni, ma devi anche diffondere la fiducia nello Stato e
incoraggiare le famiglie a dare ai figli un’educazione ricca di valori.
A me hanno insegnato, quando ero molto giovane, che la mafia è una cosa
molto brutta per gli italiani, ma allo stesso tempo, mi hanno insegnato
a non essere vittima di questa situazione. Prima che divenissi US
Attorney, nel dipartimento di Giustizia non si poteva neppure
pronunciare la parola mafia. Lo aveva proibito il procuratore generale
Mitchell, perché gruppi di italoamericani si erano lamentati di essere
“additati” dalla gente come mafiosi. La verità non era questa però. La
verità era che gli italoamericani consentivano alla mafia di continuare
a comandare, di compiere crimini. Gli italiani non godevano di buona
fama non tanto perché la gente fosse prevenuta nei loro confronti,
quanto perché non facevamo abbastanza per prendere le distanze dalla
mafia
L'Opinione,
27-07-12
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