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L’ALLERGIA AL DISSENSO CHE FA MALE AI PARTITI



L’annus horribilis di Umberto Bossi sembra non finire mai. Ieri era previsto un suo comizio a Trescore Cremasco. Avrebbe dovuto essere preceduto da una cena con notabili del partito, personalità locali. Nessuno si è presentato: Bossi ha cenato solo (foto di Stefano Cavicchi)


di Pierluigi Battista

I partiti italiani della Seconda Repubblica hanno questo in comune: che sono diretti in modo capriccioso, volubile, sempre con il sentore di qualcosa di arbitrario e instabile e zigzagante nelle loro decisioni. Sono molto diversi tra di loro, l’uno padronale, l’altro suddiviso in tanti pezzi quanti sono i feudatari che ne tengono controllo, l’altro ancora piccolo ma cementato dall’adorazione del capo carismatico.

Ma sono accomunati dalla stessa volatilità: oggi vale il numero pari, il giorno dopo quello dispari. Gli altri giorni, chissà.

Per ovviare al deficit di democrazia, hanno cominciato a venerare come un feticcio lo strumento mitologico delle «primarie». Il Pd ha fatto le cose più seriamente e il suo segretario, Bersani, con le «primarie» è stato eletto dopo larga e sofferta consultazione. In questi ultimi giorni, però, il lustro delle primarie si è molto appannato, in casa democratica. Sarà per gli esiti disastrosi per il Pd in quelle di Palermo e di Napoli, della Campania, di Genova e di Milano, fatto sta che il segretario del Pd Bersani, pur eletto con le primarie, ha rimandato sine die quelle per il candidato premier, promesse solennemente poco più di un mese prima. Anzi, da quando l’annunciata sfida delle primarie è stata raccolta da un competitore molto combattivo come Matteo Renzi, è affiorata sempre più prepotentemente la tentazione di considerare le primarie come un appuntamento molesto quando la situazione richiede compattezza granitica. Come se il voto fosse un lusso da godere in periodi tranquilli e senza scosse. Ritorna il feticcio dell’ «unità», il voto considerato come un nefasto strumento di divisione e di «bega». E infatti proprio nel giorno in cui le primarie del Pd sono rimandate nell’inverno freddo e lontano, si è deciso di «non» votare un documento sui diritti civili e il riconoscimento delle coppie gay che avrebbe messo in luce una divisione nel partito. Come se una maggioranza e una minoranza che si combattono apertamente fossero una minaccia per la stessa sopravvivenza di un partito peraltro rissoso come il Pd.

In casa Pdl, poi, il ritorno della candidatura di Berlusconi ha semplicemente cancellato tutti i proclami velleitari di rinnovamento, svecchiamento, superamento che avevano cominciato a circolare nel partito con la nomina (dall’alto) di Alfano e con la conclusione traumatica del governo Berlusconi. L’idea delle primarie è stata sepolta in poche ore, la nuova classe dirigente e il nuovo segretario si sono rivelati per quello che sono: una nomenclatura senza potere reale, dipendente in tutto e per tutto dalla parola del Capo, allergica al dissenso, irresistibilmente incline a un clima di corte in cui l’unica parola autorizzata è il «sì» al leader da cui emana un potere assoluto e incondizionato e ai cui voleri bisogna piegarsi senza esitazione, cacciando come richiesto la stessa Nicole Minetti di cui nessuno, all’apogeo della forza berlusconiana, ebbe la forza e il carattere di contestare la nomina voluta dal monarca.

I partiti della Seconda Repubblica sembrano insomma prigionieri di un’incapacità congenita di concepire una vita democratica interna appena accettabile. Nella Prima Repubblica non tutti i partiti godevano di una vita democratica: nel Pci la regola del «centralismo democratico» faceva del culto della «linea del partito» una forma di dissuasione preventiva del dissenso e nella Dc e nel Psi e nei partiti minori, spesso, le correnti non erano articolazioni ideali di «anime» diverse, ma proiezioni di interessi locali e nazionali che con il pluralismo politico avevano poco da spartire. Ma nella Seconda Repubblica, l’esplosione dei partiti personali ha creato dispotismi partitocratici più asfissianti ancora degli integralismi ideologici di un tempo.

Nella Lega dissentire dal Capo è sempre stato considerato un delitto, e un «dissidente» come Maroni dovette sottoporsi all’umiliante rito dell’autocritica per essere riaccolto nella comunità mistica del partito di Bossi. L’Idv di Di Pietro è la materializzazione di un perfetto schema familistico- personale. E Grillo non fa che scomunicare i reprobi nella nuova chiesa dispersa nella blogosfera. Anche un partito di solide tradizioni democristiane come l’Udc di Casini un giorno annuncia la formazione del Partito della Nazione, mentre il giorno dopo non ha più notizia della nuova creatura. E anche nel partito radicale di Pannella il dissenso non è esattamente un esercizio molto apprezzato, anzi.

La democrazia interna dei partiti nuovi lascia a desiderare. Neanche il mantra delle primarie riuscirà a riscattarla.


CORRIERE DELLA SERA, 16-07-12

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