|
Stato-mafia, giallo sulla lettera che
dette il via alla trattativa “Sparita dagli archivi del Colle”
D’Ambrosio a Mancino: l’ho cercata, non si trova più
 
DI SALVO PALAZZOLO
PALERMO — Un’altra prova della trattativa mafia-Stato è scomparsa,
chissà da quanto tempo. E questa volta, il giallo è nel palazzo più
autorevole d’Italia, il Quirinale. Non si trova la lettera di minacce
che i familiari di alcuni boss detenuti inviarono all’allora presidente
della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, nel febbraio 1993. Secondo i
magistrati di Palermo, quel documento avrebbe segnato l’avvio della
trattativa sul carcere duro, poi conclusa a novembre, con la mancata
proroga di 300 provvedimenti di 41 bis firmata dal ministro della
Giustizia Giovanni Conso. Nei mesi scorsi, una copia della lettera era
stata trovata quasi per caso dai pm di Palermo, nell’archivio del
ministero della Giustizia. Adesso, da una telefonata intercettata fra
l’ex ministro Nicola Mancino e il consigliere della presidenza della
Repubblica Loris D’Ambrosio, i magistrati scoprono che l’originale della
lettera non è custodito nell’archivio centrale del Quirinale. Il dialogo
è del 25 novembre 2011.
L’APPUNTO FANTASMA
D’Ambrosio (D): «Questo può essere
l’unico tema nuovo».
Mancino (M): «Ma a me Parisi (l’allora capo della
polizia, ndr) non mi ha mai parlato di lettere».
D: «Il problema è: questa lettera inviata a Scalfaro,
non so poi gli altri destinatari, dovrebbe stare pure qua. Io questo
ragiono. Cioè, voglio dire, nell’archivio di Stato, nell’archivio no di
Stato, nell’archivio centrale nostro, cioè dove noi versiamo tutto ciò
che arriva al capo dello Stato. Quindi, la cosa strana è che qui io
posso dire che non è mai arrivata una richiesta di questo genere… cioè
per trovare questa lettera, e vedere se Scalfaro ci aveva scritto un
appunto, qualche cosa boh, non lo so».
Evidentemente, dopo la notizia di quella lettera di minacce a Scalfaro
ritrovata casualmente dai pm, anche il Quirinale avrebbe fatto una
verifica nel proprio archivio. E non è emerso proprio nulla, con grande
sorpresa di D’Ambrosio.
UN DIALOGO A TRE
La telefonata fra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio prosegue con
delle considerazioni che i pm di Palermo ritengono molto importanti. I
due autorevoli interlocutori ipotizzano che il presidente Scalfaro
potrebbe aver voluto agire con grande discrezione sul tema del 41 bis,
coinvolgendo solo poche persone: l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi
e l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. È lo stesso sospetto dei
magistrati, che nel loro atto d’accusa coinvolgono «in concorso » per la
trattativa anche i defunti Parisi e l’ex vice capo del Dap Francesco Di
Maggio, il braccio operativo di Conso.
M: «Ma a me Scalfaro non ha mai detto niente. Ma anche
Parisi non mi ha detto che ci si doveva preoccupare di un
alleggerimento».
D: «Sì, ma questo è avvenuto, in maniera diversa…».
M: «Si vede che è avvenuto attraverso colloqui».
D: «Sì, sì».
M: «Diciamo interpersonali… se non colloqui fra persone
affidabili da parte del presidente dell’epoca».
D: «Uh, uh».
M: «Quindi Parisi, quindi Conso ».
D: «Certo è chiaro».
LA MISSIVA DEL MISTERO
Una copia di quella lettera inviata a Scalfaro (e per conoscenza anche
al Papa, ai ministri della Giustizia e dell’Interno, a Maurizio Costanzo
e Vittorio Sgarbi) è adesso agli atti dell’inchiesta sulla trattativa.
Ma come dice D’Ambrosio, sarebbe stato importante leggere l’originale
del documento, magari con gli appunti del presidente Scalfaro. Per
comprendere cosa accadde dopo. I pm hanno più di un sospetto: la
presidenza della Repubblica avrebbe caldeggiato la sostituzione dei
vertici del Dap: disarcionato Nicolò Amato, nel giugno ‘93, arrivarono
Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio. Con una nota scritta
consigliarono subito al ministro Conso di non prorogare 300
provvedimenti di 41 bis, «al fine di assicurare un segnale positivo di
distensione», scrissero. A novembre, Conso eseguì: oggi dice però che fu
una sua iniziativa personale. Ed è il motivo per cui l’ex ministro della
Giustizia e l’ex capo del Dap, Capriotti, sono accusati a Palermo di
false dichiarazioni.
LA REPUBBLICA,
25-06-12
|