Politica corrotta economia infetta




di MASSIMO GIANNINI

«Capitale corrotta, nazione infetta», titolava l’Espresso nel ’56, in un’inchiesta sulla speculazione edilizia che sarebbe passata alla storia del giornalismo e avrebbe marchiato a fuoco una stagione di malaffare mai finita. Dopo più di mezzo secolo, siamo sempre fermi lì. La variante a quel titolo, oggi, potrebbe essere «Politica corrotta, economia infetta». Tutte le evidenze, scientifiche ed empiriche, confermano che la corruzione è uno dei fattori chiave del mancato sviluppo italiano, e della fuga dei grandi investitori stranieri dal Belpaese. Molto più delle tasse troppo alte. Molto più dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Molto più della manomorta dello Stato-Leviatano iper-burocratizzato. Dall’ultimo rapporto del Pew Research Center sulle attitudini prevalenti nei principali Paesi industrializzati, come ricorda il professor Luigi Guiso, emerge che tutti i cittadini europei ritengono la Germania il Paese meno corrotto. Al tempo stesso, ad eccezione dei greci, dei polacchi e dei ciechi, tutti considerano l’Italia il Paese più corrotto. Difficile dar loro torto, di fronte ai dati della Corte dei conti (che stima in 60 miliardi il costo economico annuale della corruzione) e di fronte alle inchieste giudiziarie che si moltiplicano (dallo scandalo Lusi alla Sanitopoli della Regione Lombardia). Nonostante questo, il governo Monti non riesce a portare a casa una decente legge anticorruzione, che giace in Parlamento da oltre 20 mesi e che ora rischia di inabissarsi nelle acque stagnanti del Senato. Il testo del ministro Severino è solo un timidissimo passo avanti, rispetto al nulla dal quale proveniamo (cioè il ddl Alfano dei tempi bui del berlusconismo). Non risolve i problemi, ed anzi rischia di lanciare un segnale contraddittorio a un Paese incapace di uscire dal fango degli illeciti che prosperano sul terreno misto politicaeconomia. Si depotenzia il reato di concussione, si accorciano i tempi della prescrizione. Se poi si tiene conto del possibile impatto che le nuove norme sui processi in corso (Berlusconi, Penati, Tedesco, Del Turco, Mastella, e così via) il provvedimento rischia di fare più danni di quelli che si prefigge di riparare. Le imprese hanno le loro responsabilità, ma ora hanno soprattutto bisogno di certezze. L’attività economica, per poter prosperare, deve poter contare su un mercato trasparente, dove le regole sono chiare e le sanzioni sono severe. Per un governo tecnico questa dovrebbe essere una priorità. E per il Pd una priorità altrettanto urgente dovrebbe essere il ripristino del falso in bilancio, scandalosamente annacquato dai governi berlusconiani. Non si può lasciare un tema così sensibile nelle mani di Di Pietro, e poi lamentarsi della deriva anti-politica che travolge tutto e tutti.

m.giannini@repubblica.it



LA REPUBBLICA, 18-06-12