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Moneta di tutti (e di nessuno)

Ferruccio De Bortoli
DI FERRUCCIO DE BORTOLI
L’enorme differenziale nei rendimenti fra titoli italiani e tedeschi è
angoscia quotidiana. Si possono fare tutti i sacrifici di questo mondo,
ma con un costo del denaro così elevato non si va da nessuna parte. Non
è sostenibile un’Unione monetaria nella quale un’azienda meccanica della
Brianza si finanzia pagando il denaro quattro volte più caro della
propria concorrente tedesca. L’imprenditore italiano può innovare e fare
salti mortali nella competitività, ma il tedesco prima o poi gli
sottrarrà quote di mercato e finirà per rilevarne l’attività. Lo Stato
può elevare il prelievo fiscale, ed è quello che purtroppo è accaduto,
ma ciò che ha raccolto non finanzierà la crescita, il reddito,
l’occupazione se servirà solo per pagare i debitori, oltre a nutrire una
spesa pubblica inefficiente. Non ha più senso avere una moneta unica se,
come è accaduto nell’ultimo mese, 200 miliardi di capitali sono affluiti
in Germania (che ha un debito all’80 per cento del Pil, in valore
assoluto superiore al nostro) dalla periferia dell’Unione. A tassi reali
negativi! I Paesi deboli hanno le loro colpe, e non possono pretendere
che i cittadini tedeschi garantiscano debiti che non hanno contratto, ma
non si è visto nemmeno nella letteratura fantasy che un povero prestasse
i soldi a un ricco e questo pretendesse pure di essere pagato. L’usura
alla rovescia.
Colpisce e sgomenta anche il senso di rassegnazione di
gran parte della classe dirigente europea, soprattutto mediterranea.
Come se la fine della moneta unica fosse ormai inevitabile. Una profezia
che rischia di avverarsi. Il silenzio di coloro che hanno combattuto la
battaglia europeista è in Italia assordante. L’euro è orfano dei suoi
padri nonostante lo stato di salute sul mercato dei cambi sia tutt’altro
che precario. Un paradosso. Il Governatore della Banca d’Italia, Visco,
ha spiegato nella sua relazione che se l’Unione monetaria fosse uno
Stato federale potrebbe esibire conti migliori degli Stati Uniti e
nessuno avrebbe dubbi sulla solvibilità dei suoi membri e delle banche,
al di là del livello dei debiti sovrani.
L’euro non può morire: costerebbe troppo (mille
miliardi? Forse l’impatto non è nemmeno misurabile). E anche la Germania
pagherebbe un prezzo elevatissimo. Va difeso a tutti i livelli. Anche
dall’accidia degli europeisti e dal fatalismo di tecnici, economisti e
imprenditori che si vedono come apolidi della globalizzazione, estranei
ai destini del Paese. Se non ci credono loro, perché dovrebbero crederci
i cittadini che scontano sulla loro pelle gli effetti peggiori, tra
prezzi alti e redditi in discesa? Uno scatto d’orgoglio e di
responsabilità da parte delle leadership europee è urgente. E non solo
dei governi.
Gli strumenti di cui si parla in questi giorni sono
indispensabili per arrestare la scommessa dei mercati sulla fine
dell’euro, dalla garanzia europea sui depositi bancari, alla piena
operatività dei fondi di salvataggio, ma nel breve l’Unione deve
dimostrare di esistere come entità politica. Battere un colpo. Oggi è un
fantasma a sovranità tedesca. Il ruolo dell’Italia, grazie al recupero
di immagine e di centralità del governo Monti, è fondamentale.
L’asse franco-tedesco è tutto da reinventare dopo
l’avvento di Hollande. L’atteggiamento del presidente del Consiglio
europeo Van Rompuy e del presidente della Commissione Barroso è meno
timido nei confronti di Berlino. La preoccupata pressione di Obama
spinge per soluzioni più credibili dei 25 modesti esiti dei vertici
europei succedutisi da quando è scoppiata la crisi finanziaria,
scatenata — è bene ricordarlo — dal disordine americano. Uno spazio
negoziale esiste e non vede per la prima volta l’Italia ai margini.
Decisioni forti potrebbero determinare un diverso atteggiamento della
Banca centrale europea. Mario Draghi lo ripete (e lo aspetta) da mesi:
se la politica chiarisse con atti concreti che la moneta unica non ha
alternative, costi quel che costi, la Bce si sentirebbe autorizzata a
intervenire riducendo spread che, come ha ricordato Visco, non
riflettono più la reale salute delle economie europee. E la speculazione
verrebbe di colpo frenata.
In caso contrario, l’Unione potrebbe accorgersi già a
metà giugno, quando i greci torneranno alle urne e i francesi voteranno
per le Legislative, di aver perso quel consenso popolare faticosamente
confermato dal referendum irlandese. Il moltiplicarsi di movimenti
antieuropei, caratterizzati da estremismi di varia natura (xenofobi,
razzisti e persino nazisti), è il prodotto più evidente
dell’intossicazione politica di un’Europa prigioniera di se stessa,
incapace di crescere. Ma non l’unico. La tentazione qualunquista e
populista di far saltare i tavoli, e non solo in Italia, coltivando
inutili scorciatoie elettorali, scioperi fiscali, stampando moneta o
aprendo i rubinetti della spesa, con l’unico scopo di raccogliere un
facile consenso, è ugualmente pericolosa. Ma se la leadership
dell’Unione non reagirà presto, la responsabilità storica del degrado
delle democrazie europee sarà esclusivamente sua. Colpa della rigidità
di Berlino e dell’appeasement dei suoi alleati.
P.s. Un report della Jp Morgan intitolato «The German Question» nota una
terrificante similitudine tra gli spread attuali e quelli fra i redditi
nazionali europei prima di tre guerre: 1870, 1914, 1939. Possiamo stare
tranquilli solo pensando che lo studio è opera di un banca d’affari
americana che non si è accorta che stava perdendo miliardi di dollari
sui propri titoli e il cui amministratore, italian style, è ancora al
suo posto.
CORRIERE DELLA SERA,
02-06-12
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