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MERITO
Scuola, Rai, nomine pubbliche: per
crescere l'Italia ha bisogno di eccellenze


di Giovanni Pitruzzella*
Il valore del «merito» è salito alla ribalta del dibattito pubblico. La
proposta di premiare lo studente più bravo d’Italia, le nomine delle
authority e dei vertici della Rai, la querelle sull’equiparazione di
lavoratori privati e pubblici sono i momenti in cui più forte è stato il
richiamo a tale valore. Al di là delle singole questioni, sembra utile
avviare una riflessione sul ruolo che la riscoperta del merito può avere
per uscire dalla crisi.
La crisi del debito sovrano si intreccia in Italia con la stagnazione
del sistema produttivo, con una società bloccata, con una pubblica
amministrazione inefficiente. Tutte queste debolezze sistemiche hanno a
che fare con il merito e il suo contrario, il demerito.
Il Global competitiveness report del World economic forum colloca la
competitività dell’Italia al 48° posto in una lista di 139 paesi, mentre
la Germania è al 5°, e spiega tale collocazione anche in ragione dei
tanti freni alla concorrenza. Il paper di aprile elaborato all’interno
della Banca d’Italia su concorrenza e regolamentazione mette in luce
come «un’insufficiente concorrenza sia effettivamente uno tra i
principali ostacoli alla crescita». La ricerca della rendita di
posizione ancora fa aggio sulla competizione per la conquista delle
preferenze dei consumatori. Non vince chi è più bravo, ma chi è più
furbo! Così si disincentiva l’innovazione, ossia quello che sarebbe lo
strumento più efficace per la crescita.
Secondo il Rapporto 2011 del Censis, negli ultimi cinque anni in Italia
sono aumentati «i lavori a bassa o nulla qualificazione a scapito di
quelli più qualificati sotto il profilo professionale e formativo», e
questo avviene anche a causa delle carenze del sistema formativo. Non
promuovendo l’eccellenza negli studi e nella formazione disponiamo
sempre meno di capitale umano adeguato ad affrontare la competizione nei
mercati globali.
L’inefficienza dell’amministrazione blocca la crescita economica. Ma
l’amministrazione è anche il luogo in cui il merito è troppo spesso
ignorato. La semplificazione amministrativa serve a poco se non ci sono
modi per premiare e far contare i funzionari più bravi.
Anche per effetto delle tendenze richiamate, la società è bloccata. Non
funziona l’ascensore sociale che premia i più capaci e meritevoli. Ma
una società bloccata disincentiva a sua volta l’impegno, l’inventiva
individuale e l’innovazione. Per uscire dal tunnel in cui ci troviamo,
perciò, riscoprire il valore del merito può essere un passaggio
fondamentale. Ma il merito ha due nemici. L’ideologia egualitarista, che
non ammette le differenze e vede il premio del merito come il fumo negli
occhi.
Il mercatismo che affida al solo potere del denaro, comunque
conquistato, anche con l’azzardo morale, il funzionamento dell’economia.
Parlare di merito, invece, significa ragionare di un mercato che sia
regolato in modo tale da premiare la capacità di innovare e di
eccellere, e di sanzionare con severità la speculazione e l’azzardo
morale a danno dei consumatori.
*presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato
(Antitrust)
PANORAMA,
14-06-12
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