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NOI, L'EUROPA E LA CRISI DEI PARTITI
La politica senza leader

di Ernesto Galli della Loggia
Dalla fine del Novecento l'Europa dei partiti non sembra più capace di
produrre autentici capi politici, leader degni del nome (ne sa qualcosa
la Grecia, che in queste ore sta decidendo del suo destino; e non solo
del suo). È ormai solo un ricordo, infatti, l'epoca dei Mitterrand, dei
Kohl, dei Gonzalez: uomini dotati di chiarezza di visione e di fiducia
in se stessi, di capacità di comando e di convinzione. E così, proprio
quando l'equilibrio europeo e l'intera costruzione dell'Unione si
trovano ad affrontare la loro maggiore crisi, essi si trovano a doverlo
fare senza guida.
L'assenza di figure di capi politici è tra i sintomi più evidenti
dell'affievolimento-crisi della sfera politica europea come effetto
della perdita di sovranità da parte degli Stati. Quando, infatti, una
parte sempre maggiore delle cose che più contano, e che prima erano
nelle mani della politica e perciò degli elettori, vengono invece a
essere determinate ora dalla globalizzazione o dai mercati finanziari,
ovvero decise dalle burocrazie «unioniste» di Bruxelles, o comunque
sottoposte al placet di istanze collettive («vertici» vari, G8, G20 o
quello che siano) - e sempre più o meno supinamente accettate dai
governi - allora è inevitabile che la politica nazionale perda insieme
al senso di sé anche ogni capacità di affermarsi per ciò che da sempre
essa è: vale a dire l'ambito elettivo del comando pubblico e di coloro
che lo esercitano. E dove c'è ben poco da decidere, è difficile che vi
sia qualcuno realmente capace di comandare.
La crisi dello strumento partito non appare altro, al dunque, che un
effetto di questa crisi della politica come decisione e comando. E non
meraviglia che specialmente in Italia i partiti appaiano alle corde e la
politica screditata: proprio perché da noi come in pochi altri posti la
politica e lo strumento partito hanno svolto un ruolo di comando
altrettanto centrale e pervasivo. La portata della loro sfortuna attuale
è pari solo alla loro fortuna precedente.
Ma i guai dell'Italia, sebbene in forma accentuata, sono i medesimi
delle democrazie europee. Le quali come tutte le società di questo tipo,
proprio a causa dell'articolata ampiezza e autonomia dei centri di
decisione che è loro caratteristica, necessitano vitalmente un luogo
ultimo di coordinamento, di impulso e di comando. Cioè di leader, di un
leader: a dispetto delle chiacchiere deprecatorie sulla
«personalizzazione» che, soprattutto in Italia, abbiamo tanto sentito
ripetere negli ultimi tempi. Tempi nei quali la suddetta
personalizzazione - che c'è sempre stata - è apparsa quanto mai
deprecabile: ma solo perché riguardava leader che in realtà erano delle
mezze cartucce. Mentre quando essa riguarda leader veri, allora, invece,
nessuno quasi la nota e tanto meno la depreca: se è vero come è vero che
a nessuno verrebbe e - che io sappia - è venuto mai in mente, per
esempio, di deprecare il ruolo (a suo modo anch'esso personale e
leaderistico) di un Roosevelt o di un De Gasperi (e neppure di un
Berlinguer, sia detto tra parentesi).
CORRIERE DELLA SERA,
17-06-12
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