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IL BIGLIETTO PER BRUXELLES

DI MASSIMO FRANCO
C’è una strana inversione di ruoli fra l’Europa e l’Italia nei confronti
di Mario Monti. La prima sembra investire sulle capacità di mediazione e
di stimolo che il presidente del Consiglio ha dimostrato finora; e che i
capi delle altre nazioni gli riconoscono. La maggioranza che lo sostiene
a Roma non smette invece di appoggiarlo in Parlamento e insieme di
indebolirlo con distinguo politici sempre più stupefacenti. Il biglietto
per il Consiglio europeo a Bruxelles che comincia domani riceve così una
vidimazione ambigua: da parte soprattutto di Silvio Berlusconi.
Dire che tre quarti degli elettori del Pdl sono ostili a Monti non è il
miglior viatico al capo del governo mentre affronta una delle mediazioni
più drammatiche della storia dell’Unione Europea. Lo stesso ex premier
ammette che una caduta dell’esecutivo viene considerata catastrofica
dalle istituzioni di Bruxelles; eppure non sembra intenzionato a far
molto per scongiurarne il logoramento. Dopo l’incontro di ieri a Palazzo
Chigi denuncia l’«indeterminatezza più assoluta » delle proposte
italiane. Ma la critica non riesce a cancellare i problemi di Berlusconi
e del suo partito: al punto che la sospensione del giudizio sembra
figlia del calcolo di usare la polemica antigovernativa per comporre le
fratture interne.
Ascoltare Monti nell’aula della Camera faceva un certo effetto, ieri
pomeriggio. Colpiva la sua insistenza sul «tandem Parlamento- governo»
chiamato a pedalare in sincronia per togliere alibi a quanti in Europa
usano l’incertezza politica per ridurre l’influenza dell’Italia.
L’impressione è che Monti pedali senza sosta: si prepara persino a
fermarsi a Bruxelles fino a domenica per concordare con gli alleati le
misure più urgenti a difesa dell’euro; e per impedire che lunedì, alla
riapertura dei mercati finanziari, la moneta unica possa ricevere nuovi
attacchi. Ma altri si limitano a guardare, lasciando che a sfiancarsi
sia solo lui.
È un atteggiamento da spettatori più scettici che interessati: come se
il destino del governo dei tecnici e il loro non fossero coincidenti. Di
più: come se accompagnare quasi a distanza di sicurezza Monti al vertice
di domani e dopodomani fosse un modo per tenersi le mani più libere.
L’assenza di una mozione unitaria sull’Europa è un piccolo capolavoro di
autolesionismo. Eppure, questo surplace non prepara uno scatto verso la
rivincita dei partiti. Promette invece di anticipare una volata che
porta al traguardo del nulla. E contribuisce ad alimentare anche
strumentalmente le domande che assediano l’Italia, e che nei mass-media
e nelle cancellerie occidentali ruotano intorno all’incognita del
dopo-Monti.
Se questo è lo sfondo, destabilizzare il governo confermerebbe lo
stereotipo di un’Italia eternamente precaria, in balìa di chi non
coltiva progetti di crescita ma solo di sopravvivenza sulle macerie del
Paese. E cancellerebbe il poco o il tanto di buono che Monti ha prodotto
in un periodo breve ma intenso. Il giudizio sui tecnici non può che
essere in chiaroscuro, eppure l’alternativa è il caos. Se si rompe il
«tandem» si fa male l’Italia, che alla fine sarebbe costretta a bussare
alle porte del Fondo monetario internazionale; e si accelererebbe la
deriva di un’Europa altrettanto in bilico. Attenti a non ritrovarsi
schiacciati dal peso di una doppia, terribile responsabilità.
CORRIERE DELLA SERA,
27-06-12
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