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DUE O TRE COSE CHE PENSO DI GRILLO

di Giovanni Sartori
Mi sono sempre chiesto se Berlusconi leggesse qualcosa. Finalmente ho
scoperto che studia i comizi di Grillo (cito Verderami sul Corriere di
sabato scorso). Studia nel senso che passa almeno un paio di ore al
giorno a visionare i suoi filmati e a leggere testi del suo blog. A
detta di Verderami, il Cavaliere lo ritiene «la sua brutta copia». A me
non sembra, ma non importa. Importa che Berlusconi si proponga di
surclassarlo e di batterlo al suo gioco. E se così fosse prenoto sin
d'ora un posto in prima fila per lo spettacolo.
Berlusconi ha capito per primo la forza politica della televisione, e
difatti se ne è anche impadronito. Grillo ha capito a sua volta la forza
dei blog, e piano piano ha fatto breccia usando questa nuova tecnologia
«povera». Ma Berlusconi è arrivato al governo, e ha governato perché ha
anche costruito un partito che per quanto «liquido» e mai denominato
tale, resta pur sempre un partito, mentre Grillo non costruisce niente.
Dichiara a Gian Antonio Stella (su Sette dell'1 giugno): «Diventi un
partito quando discuti della struttura. Non va bene. Bisogna discutere
all'aperto, con i cittadini. Facciamo l'iperdemocrazia... e il
Parlamento deve avere l'obbligo di discutere le leggi popolari che
vengono presentate». Presentate da chi? Formulate da chi? In attesa di
saperlo, il discorso poggia sul vuoto, poggia pressoché sul nulla.
Però di quel nulla Grillo è il padre-padrone. Per questo rispetto,
Grillo è come Bossi, o persino più padre-padrone di Bossi (pre ictus, si
intende). Il recentissimo caso di Parma è esemplare. Il nuovo sindaco è
un grillino, Federico Pizzarotti. Potrà essere un bravo sindaco che
farà, imparerà a fare, il mestiere «pulitamente». Ma anche a lui occorre
uno staff . Così appena eletto si propone di nominare Valentino
Tavolazzi direttore generale del Comune. La persona è specchiata e, a
quanto pare, stimata. Ma il povero Tavolazzi si è permesso, in passato,
di esprimere qualche blanda critica su Grillo. E così niente da fare:
Grillo pone il suo veto e fa sapere al suo sindaco che il movimento
delle Cinque Stelle lo avrebbe sconfessato. Pizzarotti ha dovuto trovare
un pretesto per obbedire. Ma l'episodio è, nel suo piccolo, gravissimo.
Il grillismo, nella predicazione del suo capo, è un insieme di critiche
quasi sempre ovvie e anche fondate, e di proposte che sono invece troppo
spesso o sballate o imbecilli o soltanto demagogiche.
Poco male, dicevo a me stesso. Di una nuova generazione «pulita», anche
se impreparata, il Paese ha molto bisogno. E il grillismo, così come ha
già fatto il leghismo, potrà fornire soprattutto a livello di Comuni
medio-piccoli bravi sindaci e bravi amministratori. Vedi il leghista
Flavio Tosi, sindaco di Verona. Ma né Bossi né Grillo possono allevare
una classe di governo. Loro sono i primi a non avere nessunissima idea
delle complessità nelle quali i governi dell'Occidente si trovano oggi
invischiati. Cacciare i politici «ladri», questo sì; ma portare al
potere centrale brave persone che però non sanno nulla e sui quali
Grillo si propone anche di comandare, questo no. So che così dicendo mi
metto fuori gioco. Pazienza. Lo sono già per meriti dì età.
CORRIERE DELLA SERA,
15-06-12
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