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COSA CHIEDIAMO ALLA GERMANIA

Ezio Mauro
di Ezio Mauro
Vista dall’Italia, l’opinione pubblica tedesca sembra credere che la
crisi economico-finanziaria stia attaccando gli Stati sovrani dell’area
mediterranea, risparmiando il cuore virtuoso dell’Europa più forte. Io
credo invece che la prospettiva sia sbagliata e soprattutto che la
verità sia più allarmante. L’attacco è all’Europa stessa attraverso la
sua periferia più debole: è alla moneta come strumento e simbolo
dell’unità del continente, e dunque è a tutto il processo politico,
storico e culturale di costruzione europea che ha evitato conflitti per
quasi settant’anni. Vista dalla Germania, immagino che l’Italia sembri
un problema troppo complicato per provare a risolverlo, e troppo serio
per essere ignorato. SEGUE A PAGINA 29
Conviene dunque lasciare che gli italiani vengano a capo dei loro guai,
fissando soltanto i binari su cui deve correre il Paese se vuole
salvarsi, e la stazione d’arrivo. Nient’altro. Sorprendentemente, come
sa il cancelliere Merkel, gli italiani ci stanno provando. Mario Monti
ha recuperato credibilità e fiducia al Paese, lo ha schiodato dal
livello del pregiudizio dov’era precipitato, non ha chiesto sconti e ha
imposto misure molto dure. I cittadini si sono adeguati, accettando i
parametri europei, e caricandosi i sacrifici conseguenti. Anche se i
parametri sono in qualche misura ciechi, guardano al risultato di saldo
e non al percorso in base al quale quel risultato si raggiunge, non
conteggiano le ingiustizie, le iniquità di certe misure, il peso che con
la tassazione si scarica sui ceti più deboli, soprattutto in un Paese a
forte evasione fiscale.
La Germania tempo fa aveva detto che l’Italia doveva fare i compiti a
casa. Bene, li abbiamo fatti e li stiamo facendo. Come già aveva
dimostrato al varo dell’euro, quando l’Europa chiama l’Italia risponde:
in ritardo, con le sue contraddizioni, con i suoi elementi storici di
debolezza (soprattutto il terzo debito pubblico del mondo) ma risponde,
pronta a fare gli sforzi necessari per restare dentro quell’Unione
Europea di cui è partner fondatore. Ma tagliare — e tassare — è più
facile che crescere e sviluppare. Siamo arrivati al punto in cui la
politica del rigore e dell’austerità va proseguita, ma da sola rischia
di avvitarsi un una spirale di recessione, col pericolo di trasformare
l’Europa nella palla al piede dell’economia mondiale, come dimostra
l’allarme del presidente Obama.
La risposta a questi attacchi può venire soltanto dall’Europa, nessuno
Stato nazionale può riuscire da solo a reggere un attacco alla moneta
unica e alla costruzione Europea. La risposta è difensiva, naturalmente,
introducendo un principio di salvaguardia centrale e solidale che oggi
manca e che sostenga gli Stati e non soltanto le banche sotto attacco;
ma è anche strategica, perché serve un piano di sviluppo e di crescita
che può essere soltanto europeo, che assomigli al New Deal e che abbia
l’ambizione di costruire le basi di una sicurezza economica del
continente come condizione per la sua sicurezza politica, e dunque per
una crescita del processo di unione.
C’è dunque bisogno di politica, di ambizione e di visione. Non di sconti
ai Paesi più deboli e più direttamente nei guai. C’è bisogno che
l’Europa prenda coscienza di sé, o che qualcuno le dia questa coscienza.
Il limite dell’attuale classe dirigente europea — tutta — rischia di
essere proprio la mancanza di visione e d’ambizione, dunque di politica.
Come se fosse difficile vedere che si esce dalla crisi solo con più
coraggio, con la consapevolezza di dover ripensare alla governance
complessiva dell’Europa, perché la crisi ci ha fatto toccare con mano la
necessità di un reset democratico del mondo in cui viviamo.
Noi oggi difendiamo con forza e convinzione una moneta europea che è il
massimo simbolo di forza del nostro continente, la sua suprema
espressione politica, e tuttavia è nello stesso tempo la prova della sua
debolezza, un “caffè freddo”, come dicevano i tedeschi nel 2001. La
moneta è nuda ed esposta al vento della crisi anche perché non ha uno
Stato che possa batterla, un esercito che sappia difenderla, un governo
che riesca a guidarla, una politica estera che possa rappresentarla e
soprattutto non ha un sovrano che sia capace di “spenderla”
politicamente nel mondo. Il vero deficit dell’Europa è dunque politico.
Manca una politica capace di fissare un obiettivo oltre i sacrifici e il
rigore, rendendoli accettabili nella coscienza dei cittadini e non
imposti dai governi. È il momento — drammatico, ma ricco di opportunità
— dei costruttori d’Europa. Tocca alla classe dirigente europea
riprendere la visione dell’euro e portarla a compimento, usando
finalmente la moneta e il suo mercato non come strumenti neutri ma come
opportunità politiche, suscitatori e fondatori di vere istituzioni
sovranazionali e democratiche.
Certo, direbbe il cancelliere Merkel, tutto questo può avvenire solo coi
conti in ordine e con le regole europee rispettate e non più disattese.
E non c’è dubbio che sia così. Ma bisogna indicare un punto d’arrivo,
una posta in gioco per l’austerity, un traguardo che vada oltre la
sopravvivenza e ridia un ruolo politico e ambizioso anche ai sacrifici
che i cittadini europei stanno facendo. La politica è proprio questo, la
capacità di dare un significato più generale alle azioni che si
compiono, di trasformare le difficoltà in opportunità.
Anche perché la crisi, intanto, non è un passaggio neutrale. Agisce, e
modifica strutture, comunità, istituzioni, persino diritti. Come
risponderemo, ad esempio, alle spinte nazional-sociali che emergono a
destra e a sinistra nel fondo delle nostre società? Come argineremo il
nuovo populismo, che propone ricette primitive, ritorni all’indietro,
semplificazioni elementari davanti alla complessità disarmante dei
problemi? Come difenderemo l’idea di Europa davanti ai cittadini se la
lasciamo assomigliare sempre più ad una grande banca, un’istituzione a
sangue freddo, un arbitro regolatore ma senz’anima? Come armonizzeremo
la leadership di fatto dei Paesi più forti economicamente con la
leadership di diritto delle istituzioni comunitarie?
L’eccezionalità della crisi finanziaria sembra aver messo tra parentesi
il diritto. E qui arriviamo al nodo della democrazia, perché la crisi
erode addirittura il lavoro, cioè la base della convivenza sociale e
delle obbligazioni volontarie dell’individuo davanti a se stesso, alla
propria famiglia, alla propria dignità. Il pericolo è dunque che i
cittadini (soprattutto i più deboli, e soprattutto davanti ad uno
smantellamento dei sistemi di welfare) si domandino se la democrazia è
ancora il sistema più efficiente, se lavora anche per loro oppure solo
per i garantiti, se alla resa dei conti non è semplicemente la misura
della disuguaglianza: la parola che rischia di diventare la cifra della
nostra epoca.
Ecco perché c’è bisogno di leadership, di visione, d’ambizione e di
politica. Pensare in grande. Indicare traguardi simbolici per cui vale
la pena di attraversare il deserto della crisi. Varare misure concrete
per ripensare il rapporto tra le istituzioni e gli Stati sovrani, per
dare alla Bce — che intanto da strumento è già diventata un soggetto
attivo e autonomo della democrazia europea — un ruolo simile alla Fed.
Reimpiantare la sovranità nei cittadini, perché non possiamo continuare
a prendere decisioni cruciali per l’Europa prescindendo dal consenso,
dalla fiducia e dall’opinione degli europei.
Il problema è che c’è bisogno della Germania per tutto questo, come
Berlino ha bisogno dell’Europa. Ma la Germania ha quest’ambizione? Si
accontenterà di esercitare un ruolo di potenza con una supremazia
economica (come se la riunificazione avesse esaurito ogni bisogno di
cambiamento, sospetta Ulrich Beck) o è pronta ad accettare la sfida di
una leadership culturale e politica? Questo è il punto. Dobbiamo
ripensare l’Europa per governare la crisi e non uscirne dominati e
trasformati. Più Europa e più democrazia: non c’è altra strada.
LA REPUBBLICA,
28-06-12
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