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“Cambio di stagione”

di Filippo Ceccarelli
«Qui fuori – aveva avvertito Francesco Rutelli nel caso di mancato
arresto – arriverebbero i forconi ». Va da sé che l’immagine non era e
ancora oggi è tutt’altro che rassicurante. Eppure occorre anche sapere
che mai come in queste ultime settimane i forconi, rispettabili attrezzi
di pulizia e acuminati simboli di rivolta e saccheggio, risultano
evocati e al tempo stesso invocati da una classe politica che ne ha
giustamente parecchia paura, ma un po’ ritiene anche o forse s’illude di
poterli indirizzare contro questo o contro quello.
Si sono intravisti forconi contro i perenni e ancora intatti privilegi
dei parlamentari, contro i ghiottissimi mega- stipendi dei manager,
contro la spartizione sfacciata delle authority, contro il senatore De
Gregorio (che pure l’ha sfangata con un sospetto voto), contro un comma
del ddl anti-corruzione, comma significativamente ribattezzato
«salva-Penati», contro le tasse e perfino sulla misera sorte degli
esodati («altro che forconi!» se n’è uscito l’altro giorno l’ex ministro
dell’Interno Maroni).
E c’entreranno anche Grillo e l’anti-politica, avranno avuto il loro
peso la scadenza dell’Imu e il taglio delle pensioni, la crisi economica
e quella altrettanto epocale della rappresentanza, ma il caso del
senatore Lusi, al di là di qualsiasi approfondimento tecnico, è il primo
in cui la legge del forcone, nella sua più implicita brutale ma anche
inesorabile logica viene non solo applicata, ma pure messa in opera a
futura memoria. E la riprova psicologica, prima ancora che politica, è
che davvero viene da chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se questa
volta il Senato, a voto segreto e papocchio palese, avesse salvato dalla
prigione il tesoriere della Margherita.
Anche al netto delle immagini truculente, il voto di ieri misura un
cambio d’atmosfera, una diversa qualità del rapporto tra pubblica
opinione e mondo del potere; forse dopo un ciclo abbastanza lungo di
indiscussa impunità il pendolo della storia sta invertendo il suo
movimento proprio là dove le virtù e le colpe si fronteggiano
nell’antica dinamica stabilita da Guicciardini: «E spesso tra ‘l palazzo
e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso…».
Ora, è fin troppo ovvio – anche se in certi momenti non lo sembra
affatto – ritenere che la maggioranza e ancor più la totalità hanno
sempre ragione. A furor di popolo sono stati compiuti i peggiori scempi,
e non di rado proprio ai danni di quelli che il popolo hanno esaltato
come base del loro comando e viziato nella loro ingenuità. Per cui Lusi
domani potrà anche essere giudicato innocente, o almeno colpevole, ma
non più di quelli che l’hanno messo su quella poltrona e per i quali ha
lavorato e che ha foraggiato in attività che solo con qualche pigrizia
possono definirsi politiche.
Le case, certo, le ville, gli spaghetti al caviale. Quello era
l’andazzo, ma mica solo tra gli ex margheriti la cui coda di paglia da
febbraio in poi ha rischiato in diverse occasioni di prendere fuoco.
Così Lusi paga il frutto avvelenato di una stagione ad personas in cui
solo due o tre anni fa si voleva imporre e anzi provò a imporre, contro
tutti e contro tutto, la più pratica invulnerabilità ai potenti. Do you
remember Lodo Alfano? Do you remember come nelle interminabili e per
giunta inconcludenti diatribe sorte intorno a quella normativa si
alzavano il rimpianto per la perduta immunità parlamentare e la condanna
per quella specie di stupro che l’aveva modificata all’unanimità?
E’ strano come tutto si dimentica, a cominciare da ciò che nel presente
desta il peggiore ricordo, ma non molto tempo fa c’erano onorevoli che
invocavano il loro inviolabile statuto per non passare addirittura nei
metaldetector all’aeroporto. E si sono approvate leggi che con la scusa
della sicurezza militarizzavano gli autisti per consentirgli di
scorrazzare nel traffico senza preoccuparsi di quelle obiettive perdite
di tempo che sono i semafori rossi.
Sarebbe bello poter pensare che il voto su Lusi indica un tardivo
ravvedimento o una nuova maturità del ceto politico. Che non c’entra
tanto la minaccia dei forconi, o dei cappi sventolati vent’anni orsono
dai leghisti. Sarebbe bello accogliere l’esito di Palazzo Madama come
una ripristinata dialettica fra doveri e responsabilità. Sarebbe bello,
ma improbabile e purtroppo impossibile. Fra le ragioni elementari della
giustizia e gli scrupoli del garantismo, l’impressione è che oggi i
senatori abbiano votato o non votato in quel modo per puro istinto di
sopravvivenza. Il che è già molto, però al tempo stesso è anche
insufficiente. E’ un passo avanti, ma pure uno scarto di furbizia, un
sistema per cavarsela almeno per oggi, domani boh, magari cambia il
vento e ricominciamo a dare poteri illimitati ai tesorieri ottenendone
in cambio benefici su cui nessuno avrà più tanta curiosità.
Dietro al voto che ha spedito Lusi a Rebibbia c’è la memoria atavica e
inconfessabile del Novantatrè, «il Parlamento degli inquisiti», i
linciaggi in tv e nei ristoranti, le transenne mobili davanti a
Montecitorio e dietro l’accalcarsi di una folla rabbiosa. Ad aprile fu
negato l’arresto di Craxi e fischiarono le monetine davanti al Raphael;
a settembre, per due voti, fu salvato De Lorenzo e il presidente della
Repubblica non solo pensò di sciogliere le Camere, ma lo fece anche
sapere.
E’ poi inutile questionare che se fu un bene o se fu un male, anche
perché in genere le due entità non sono così inconciliabili, e nel
potere lo sono ancora meno. E’ solo che in certi momenti la storia
comincia a correre e non si ferma a guardare in faccia a nessuno,
figurarsi il senatore Lusi, e allora di solito è troppo tardi, e i
rivolgimenti all’inizio nemmeno si riconoscono, magari stanno nascosti
dietro i forconi, e comunque chi s’è visto, s’è visto.
LA REPUBBLICA,
21-06-12
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