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I GIORNI DELLA MERLA COME L'ARTICOLO 18

di Riccardo Ruggeri
editore@grantorinolibri.it
L'origine della locuzione «giorni della merla» non è univoca,
praticamente ogni luogo del nord Italia ha la sua leggenda. Raccontava
la mamma: una merla e i suoi piccoli, caga-nido compreso, per ripararsi
dal gran freddo degli ultimi tre giorni di gennaio a Torino, si
rifugiarono dentro un comignolo di piazza Vittorio, dal quale emersero
il 1° febbraio, tutti neri causa la fuliggine. Da quel giorno, a Torino,
tutti i merli furono neri. Io ci ho creduto. Trovo una certa
similitudine con l'articolo 18, ogni tanto esce dal comignolo, ora dopo
dieci anni è tornato prepotentemente sui tetti dell'attualità. Lo leggo,
lo rileggo, ritorno a dieci anni fa quando, da una parte Governo
Berlusconi, Confindustria, i principali economisti, dall'altra i
Sindacati, combatterono all'arma bianca, smontandolo e rimontandolo per
un anno, poi improvvisamente, prima gli industriali («ci siamo
stufati»), quindi il Governo, abbandonarono il campo. Monti-Fornero
partono anche loro subito lancia in resta contro l'articolo 18, due
mesi, e già pianificano la ritirata nel comignolo, utilizzando la prima
locuzione del «politichese tecnico-professorale». Eccola: «Non è
preminente, ma non dev'essere un tabù». Cosa vorrà dire? In soldoni, gli
uni sostengono che la sua eliminazione farebbe crescere l'occupazione,
gli altri che non c'entra nulla, perché riguarda i rapporti di potere
fra lavoratori e padroni.
Il tema vero è che noi abbiamo, diffuse sull'intero territorio
nazionale, grandi sacche di esuberi nel pubblico impiego, quindi
un'occupazione, non solo inutile e costosa, ma che con la burocrazia di
cui trasuda, frena quelli che lavorano sul serio. Al Sud invece, abbiamo
spesso un'occupazione «opaca» che scomparirebbe se dovesse soggiacere
all'attuale tassazione complessiva del 68,6%. Infine, ci sono le
problematiche delle grandi aziende, «private» nel capitale, «pubbliche»
nei processi di ristrutturazione (con i quali convivono da vent'anni).
Qui vale la tecnica del «gioco dell'oca». Schema: Sindacati e
Confindustria tirano i dadi, lo Stato paga la posta, i lavoratori
vengono sballottati da una casella all'altra, fino all'espulsione.
Questi devono evitare le caselle 6 (ponte), 19 (locanda), 31 (pozzo), 42
(labirinto), 58 (scheletro) ma sanno che, raggiunta l'ultima casella,
63, hanno vinto: seppur stravolti, sono in pensione. Hanno appena 58
anni, però se la meritano, per anni hanno avuto, involontariamente,
l'usura dell'inedia lavorativa della Cassa. Al gioco dell'oca possono
partecipare solo i più anziani, di norma i più capaci: l'ho sempre
trovata una follia pura, ma tant'è.
Personalmente, non spenderei un grammo di energia per l'articolo 18, che
riguarda (pubblico impiego incluso) la parte meno «sana» del Paese,
quella delle grandi aziende, spesso senza strategie, frequentemente mal
gestite, ma con due «asset» pregiati: «molti debiti (con le Banche)» e
«molti esuberi (ricatto sociale al Governo)». Così vengono finanziate
dalle stesse Banche creditrici (togliendo risorse ai medi-piccoli), e
«protette» dallo Stato. Tutti sanno che le poche nostre grandi aziende
rimaste sono destinate o al declino «supportato» o alla vendita
all'estero, ma tutti fanno gli gnorri.
Nessuno che si sia mai posto il problema della «igiene» della nostra
occupazione: quanti sono i posti di lavoro sani, quanti quelli malati
(imbottiti di antibiotici), quanti quelli «terminali»? Fingiamo che
siano tutti uguali, nel frattempo quelli malati infettano quelli sani.
Faccio un esempio.
Azienda nel campo del lusso, una delle sue due linee di prodotto ha mano
d'opera femminile italiana qualificatissima, ad alta retribuzione,
giunge per queste l'ora della pensione, senza che si riesca a trovare
sostitute giovani. Molte sarebbero interessate all'alta retribuzione,
non all'impegno richiesto dal lungo processo formativo per arrivarci e
la dedizione per svolgerlo: meglio fare i «bamboccioni» fino a
venticinque anni, poi gli «sfigati», nel mezzo gli «indignados». Allora
il lavoro viene trasferito in Moldavia, investimenti, formazione
intensa, entusiasmo delle maestranze, costi e qualità equivalenti,
problema risolto a saldo zero (apparentemente) per l'azienda, non per
l'Italia. Casi come questo, dove si delocalizza non per pagare meno, ma
perché qui non c'è più mano d'opera qualificata, sono in crescita,
all'insaputa dei «tavoli» delle parti sociali. Altro «tavolo». Bruxelles
finalmente approva rigide norme per la denominazione «made in Italy»,
limitata solo a ciò che viene prodotto in Italia. Giusto. Nel caso,
essendo prodotto in Moldavia, seppur con materiali, tecnologia,
management italiani, avrà un corretto «made in Moldavia». Siamo in un
cul de sac strategico: riportare le lavorazioni in Italia non è
possibile perché manca la mano d'opera qualificata, il must «made in
Italy non si può scrivere, non resta che «cedere» quote e redditività ai
concorrenti internazionali, e ovviamente Pil. Un dramma, subito rimosso
dalle élite, con frasette consolatorie-giaculatorie.
I giorni della merla si stanno espandendo verso giugno, noi restiamo dei
caga-nido pieni di fuliggine, che discutono, animatamente, di scartine e
giocano coi dadi.
ITALIA OGGI, 03-02-12
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