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Crisi: tra fallimenti e chiusure, un
milione di posti di lavoro persi
Così tre anni di recessione hanno cambiato l'economia e
il Paese. Dietro la scomparsa di marchi storici e piccole aziende
anonime, il dramma di imprenditori e lavoratori. Colpiti tutti i settori
e tutto il territorio. Il ruolo della politica e dei media. Le
ripercussioni sociali

DI SALVATORE MANNIRONI
L'omino coi baffi della Bialetti se n'è andato, la modella della Omsa
pure. Se si cercano simboli della fine di una certa industria italiana,
il passaggio della crisi ne lascia a decine. Un triennio di recessione
ha sconvolto il tessuto produttivo nazionale, travolgendo grandi e
piccoli marchi, cancellando aziende storiche della tradizione italiana e
lasciando, infine, sul terreno quasi un milione di persone senza più
lavoro.
Distretti al tappeto - La crisi ha colpito tutti i
distretti: dalle piastrelle di Modena al mobile imbottito della Murgia
(Puglia e Basilicata), dalle scarpe e le pelli della valle fra
Civitanova e Macerata al mobile in legno di Brugnera in Friuli, dalla
chimica industriale sull'asse Sardegna-Adriatico (Vinyls, Alcoa,
Eurallumina, Nuova Pansac) fino ai casalinghi d'autore della Val
d'Ossola. Qui a Omegna, esempio classico di come la maestria artigianale
e il design italiano si fanno industria, quando è andata bene si è
salvata la "testa" (la progettazione), come dicono i manager per
addolcire le delocalizzazioni. Il resto, la produzione, è andato: in
Cina le pentole Lagostina, in Cina e Romania la storica Moka dell'omino
coi baffi. I lavoratori della Bialetti si sono visti presentare un piano
industriale con 85 esuberi su 130 posti e la produzione di cialde da
caffè al posto delle caffettiere. Morale, stabilimento chiuso dal 2009,
tutti in cig fino al prossimo giugno. Poi si vedrà.
Nessun settore si salva - Ha chiuso la Streglio che a Torino
faceva cioccolata da un secolo e hanno chiuso o sono fallite la Moto
Morini e la Malaguti. Tutti i comparti hanno pagato prezzi pesanti.
Dall'industria ai servizi, in ogni angolo d'Italia, il passaggio della
crisi ha lasciato a terra ogni volta, con i suoi simboli, i destini di
singoli, di decine o di centinaia di lavoratori, donne, uomini,
famiglie. Cosa è cambiato rispetto al passato? Che a uscire dalla
società del lavoro, con i giovani dal contratto a termine, sono stati
molti padri e madri "adulti" e persino nonni, finiti in un limbo
temporale sempre esposto alle riforme previdenziali, troppo vecchi per
trovare nuovo impiego, troppo giovani per la pensione, sospesi in quella
mobilità che è quasi sempre statica perché non porta in alcun luogo dove
a una prestazione corrisponde un civile salario, ma solo fuori.
Le ripercussioni sociali - Quel fuori è solo in parte
nelle cifre di Confindustria o dei sindacati. Lo si coglie semmai nei
conteggi della Caritas sulle presenze italiane cresciute alle mense dei
poveri o nelle file per il ritiro dei pacchi alimentari. Presto, quando
le statistiche saranno pronte, lo si coglierà nel "ritorno" degli
italiani in cronaca nera. Quel fuori sono le storie private - parte del
Tutto seppure sparse e distanti come le "piccole crisi senza importanza"
da cui era iniziato il viaggio di Repubblica.it nella recessione - di
chi deve campare con 800 euro di assegno di cassa integrazione, spesso
in ritardo di mesi e mesi e i suicidi dei licenziati e degli
imprenditori rimasti appesi a crediti inesigibili (perché dovuti da
altre vittime della crisi) e a debiti ineludibili perché inseguiti dalla
spietata burocrazia delle banche.
La crisi della Pm al Nord - Di tutto ciò non esiste
dato nazionale. Servono certezze per attribuire ragioni a un gesto così
privato, ma Luciano Cagnin, senatore della Lega Nord, per attaccare il
governo Monti afferma che nell'ultimo periodo solo nel Nord Est si sono
uccisi 50 imprenditori, "gettati sul lastrico dal sistema bancario e
politico". La fonte è ignota, i casi singoli però emergono
dall'attualità locale e fanno fenomeno nel Nord Est dove la piccola e
media impresa - il miracolo italiano - ha prosperato anche su relazioni
aziendali che sono di vicinanza, di paese, quando non parentali e dove
la crisi ha imposto il licenziamento di amici e familiari e una sorta di
trasmissione comunitaria della rovina.
I numeri freddi - Poi ci sono le cifre ufficiali,
fredde, quelle su cui si fanno le statistiche. Cominciando dagli
espulsi, i numeri non sono così certi. Parlando di lavoratori, il
triennio della crisi avrebbe portato all'espulsione dal lavoro di quasi
400mila italiani. Secondo la Fillea Cgil, solo nell'edilizia si
sarebbero persi 300mila posti di lavoro. Secondo Confindustria, invece,
con un calo del Pil dell'1,6%, a fine anno saranno oltre un milione i
posti cancellati e 800mila i lavoratori che avranno perso il posto dal
2008 a oggi. Il tasso Istat di disoccupazione è all'8,9% che secondo i
calcoli della Cgil diventa dell'11% se si considerano i lavoratori in
cassa straordinaria e senza speranza di rientro. Nel 2010 le aziende
italiane hanno richiesto un miliardo e 200mila ore di cassa
integrazione; nel 2011 si è "calati" a oltre 900 milioni. L'Inail rileva
un calo degli incidenti sul lavoro con esito mortale. Secondo i
sindacati, il dato è connesso al minor numero di persone al lavoro.
Imprese, società e famiglie - Stesso scenario dai
numeri sulle imprese e le società. Nel 2011 i fallimenti sono aumentati
del 7% rispetto all'anno prima (dato Cerved) ed hanno riguardato
soprattutto le piccole e medie imprese. Le sofferenze bancarie, i
crediti diventati difficilmente esigibili, sono cresciute in un anno del
40%, toccando quota 102 miliardi. L'effetto inevitabile è stato una
stretta sul credito, da parte delle banche, che ha contribuito ad
accentuare le difficoltà e i tentativi di ripresa delle imprese. In
questo contesto si sono mossi anche squali e volpi e dietro i casi
estremi come quello Eutelia-Agile-Omega il triennio registra un aumento
deciso anche delle bancarotte fraudolente, spesso in danno dei
lavoratori oltreché dei soci e del fisco.
Il ruolo della politica - Nel procedere dello tsunami
che ha travolto l'economia italiana, in generale la politica si è mossa,
tra presenzialismi locali e assenza nazionale, con un'attenzione
insufficiente, quasi che non fosse ben consapevole di quello che ogni
giorno, in piccole imprese e grandi aziende, stava accadendo. L'esempio
dall'alto: il governo Berlusconi è rimasto per mesi senza ministro per
lo sviluppo economico, per le dimissioni di Claudio Scajola, nel momento
in cui la crisi era al suo apice (maggio 2010) e chiusure,
ristrutturazioni, annunci di cassa e licenziamenti diventavano un
bollettino di guerra quotidiano. L'interim assunto dal premier aveva
scarso valore mentre al Mise si moltiplicavano i tavoli di crisi. Senza
un'autorità di riferimento, molte aziende potevano permettersi di
ignorare l'invito a partecipare a quei tavoli, a rendere conto delle
decisioni annunciate, a trattare e ritrattare. Come fece per mesi, per
citarne solo una, la Federal Mogul, multinazionale americana che decise
la chiusura del sito di Desenzano per spostare la produzione in Polonia,
Russia e India. Gli oltre 180 dipendenti lasciati a spasso rimasero per
596 giorni a presidiare la fabbrica fino ad ottenere, se non altro, un
impegno alla reindustrializzazione del sito "sostenuta" finanziariamente
anche dal padrone in fuga.
La vertenza cerca media - In questo vuoto di
espressione e rappresentanza politica e mediatica, lavoratori e
sindacati hanno cercato sul web modi alternativi per far conoscere le
proprie vertenze. Il caso più noto è quello dell'Isola dei
cassintegrati, racconto in diretta dell'occupazione dell'ex carcere
dell'Asinara, attuata per mesi dai lavoratori sardi del polo chimico di
Porto Torres davanti allo spettro della chiusura della Vinyls. Ma di
molte lotte di questo triennio resta traccia in siti e blog tematici
tenuti dai lavoratori come quello di Agile-Eutelia. Il fenomeno è
cresciuto soprattutto fra i precari e i giovani e in settori come quello
dei call center, altro terreno sul quale - a partire dal crac Phonemedia
- gli effetti della crisi si sono accompagnati ad operazioni
spregiudicate spesso per beneficiare di fondi pubblici e comunque sempre
in danni dei lavoratori.
Riforme in arrivo - E' dunque questo lo scenario in cui
si trova a operare il governo Monti e sul quale piomberanno le
annunciate riforme del lavoro ed è questo scenario di precarietà
contrattuali ed esistenziali a spaventare sindacati e lavoratori se il
futuro porterà maggiore flessibilità in uscita con la fine dell'Articolo
18. Né è così semplice pensare di fare come l'omino della Moka: piantare
tutto e andare all'estero.
LA REPUBBLICA, 08-02-12
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