
I GIORNALI ITALIANI
ALL'ESTERO
Canada.
Nicolò Vultaggio: i giornali sono l’anima delle comunità
italiane all’estero.

Nicolò
Vultaggio, 32 anni, dirige dal 2002 “Il Marco Polo”, edito a
Vancouver. Nel 2000, si trasferisce in Canada, sperando in un
futuro lavorativo migliore di quello offerto dalla sua Sicilia.
Ha, da sempre, una grande passione per il giornalismo ed il
mondo dei mass media, in special modo per la televisione. Il
sogno nel cassetto è quello di poter tornare, un giorno, a
lavorare in Italia.
Anagrafica
giornale
nome
testata: “Il
Marco Polo”
anno di
nascita:
1974
luogo di
pubblicazione:
Vancouver, Canada
periodicità:
Settimanale
direttore:
Nicolò Vultaggio
editore:
Rino Vultaggio
numero di
copie:
3.500 settimanali + sito www.marcopoloworldnews.com
Anagrafica
direttore
Nome:
Nicolò Vultaggio
Luogo di
nascita:
Erice
(Trapani)
Età:
32
Stato civile:
coniugato
Anno in
cui si è trasferito all’estero:
2000
Anno di
inizio direzione:
2002
Da quanto
tempo vive all’estero
“Da sei
anni”.
Per quale
motivo ha deciso di trasferirsi?
“La decisione è
maturata in seguito alla difficoltà di trovare lavoro: al sud,
in Sicilia, il lavoro è tuttora un problema. Ancor più nel campo
giornalistico. Come tanti ragazzi mi sono dato da fare: ho
avviato un’attività commerciale (che non ha portato i frutti
sperati), ho accettato piccoli lavori, ma un giorno, esausto e
con una prospettiva per niente incoraggiante ho deciso di fare
il grande salto e trasferirmi in Canada. Volevo un futuro
migliore, una vita più dignitosa”.
Come è
arrivato alla direzione del giornale?
“Nonostante
l’editore sia un mio familiare, in un primo tempo ho lavorato in
un ristorante italiano. Certo, ci sono stati momenti durissimi,
soprattutto perché non conoscevo l’inglese e comunicare era
un’impresa difficile: oggi, credo sia stato importante “farmi le
ossa”. Ma il lavoro di cameriere non era la mia aspirazione. Ho
sempre avuto la passione per il giornalismo e il mondo dei
media, così ho chiesto a mio zio di entrare a far parte della
redazione del Marco Polo. Grazie a questa opportunità, ho
iniziato a scrivere. Dopo circa due anni, mi è stato proposto di
assumere la direzione del giornale”.
Quella del direttore è sempre stata
una sua ambizione?
“E’ un ruolo
che mi ha sempre affascinato, ma mai avrei potuto pensare di
poter dirigere un giornale, anche perché in Italia non è
semplice guadagnarsi una posizione di così alto rilievo. Mi è
arrivata questa occasione e l’ho colta al volo. Non tutti i
giorni capitano cose così”.
Quale
altro lavoro avrebbe voluto fare?
“Mi piacerebbe
lavorare nel mondo dell’intrattenimento e della comunicazione:
in passato ho fatto l’animatore turistico, la comparsa in
diversi film, l’attore in compagnie teatrali, a livello
dilettantistico. Amavo e amo tutt’oggi stare a contatto con il
pubblico”.
Di sicuro, dopo le ultime elezioni,
la curiosità sugli italiani all’estero è cresciuta. A suo
parere, cosa sarebbe necessario sapere degli “altri italiani”
che invece non si sa?
“I nostri
connazionali che vivono, ormai, in ogni angolo del pianeta, sono
la vera Italia. Mi spiego: gli italiani all’estero hanno un
forte legame con la patria, le loro origini, la loro cultura,
più degli italiani che in Italia risiedono. Ne prendo atto ogni
volta che vi torno. Nel Bel paese tutto è scontato. Diverso il
discorso per i nostri connazionali: non ha importanza da quanto
tempo sono via, non dimenticano l’amore per la patria e quando
ne parlano, la commozione è visibile. Capita anche a me,
quotidianamente”.
Come
descriverebbe la comunità italiana di oggi?
“Gli italiani
sono una ricchezza sia per la nazione ospite, sia per il nostro
paese. E’ una comunità molto attiva in qualsiasi settore,
soprattutto nel sociale. E’ molto amata per tutto quello che è
riuscita a dare ai diversi paesi di residenza in termini di
cultura, arte, moda, stile di vita. Per quanto riguarda il Nord
America, bisogna dire che è una comunità che sta invecchiando,
perché l’immigrazione si è fermata negli anni ‘80; i figli e
nipoti dei nostri connazionali sono assolutamente nordamericani,
anche se fanno dell’italianità il loro punto di orgoglio”.
Quale è
stato il periodo più difficile da affrontare?
“Quello degli
anni ‘50. Allora non erano visti di buon occhio. Erano chiamati
WOP (Without-Paper), cioè senza permesso di soggiorno,
oppure spaghetti ed erano, spesso, derisi. Considerati
intrusi e come tali trattati. Emarginati, assegnati ai lavori
più duri soprattutto in zone rurali e fredde. Molti connazionali
hanno dato la vita per questo paese e molti sono deceduti
compiendo i lavori più disparati…”.
Come è mutata negli ultimi anni?
Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti? Quali invece sono
le costanti?
“Certamente le
comunità italiane sono state protagoniste di grandi mutamenti.
Se prima erano “ghettizzate”, oggi sono assolutamente inserite
nel tessuto sociale del paese ospite. Molti connazionali hanno
saputo unire, in un perfetto connubio, la creatività italiana e
le grandi opportunità che il Nord America offre. Le costanti
sono sicuramente l’attaccamento ai valori tradizionali della
famiglia e dell’amicizia. Forse, l’unico neo è che una fetta di
questa collettività è legata a una mentalità che, certamente, si
può definire anacronistica”.
Come valuta, nel complesso, il
risultato, inatteso, delle ultime elezioni? E cosa, nella
pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo governo?
“Non credo sia
stato un risultato inatteso. Negli ultimi anni, sin dalla
formazione dei Comites (Comitato degli italiani all’estero) c’è
sempre stato un grande interesse da parte degli italiani per la
politica italiana. Il problema è che in Italia non avevano
consapevolezza di tutto ciò.
Quello che ci
si aspetta è una maggiore attenzione. In primis, la riapertura
della cittadinanza italiana, che molti hanno perduto appena
acquisita quella del paese di residenza, un maggior sostegno
alla promozione della lingua e della cultura attraverso le
scuole di italiano, i Centri Culturali Italiani e gli Istituti
di Cultura, un più rilevante sostegno alla rete consolare, che
ha bisogno di più personale per soddisfare le esigenze dei
nostri connazionali”.
Per sfatare i luoghi comuni sugli
italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”, tanto per dirne
qualcuno, quale è il rapporto degli italiani con:
-
Gastronomia:
“I nostri
connazionali seguono una dieta strettamente “all’italiana”:
anzi, è ancora viva la tradizione di produrre alcuni alimenti a
casa, dai salumi alle conserve di pomodoro. In ogni caso, si
comprano solo prodotti e marchi nostrani, presenti ormai nella
maggior parte degli ipermercati”.
-
Moda:
“Un punto di
forza. Tant’è vero che un italiano lo si nota subito, nella
folla, proprio per il suo modo di vestire”.
-
Cultura/storia:
“Credo siano
le lacune dei nostri connazionali: molti sono arrivati in Nord
America magari solo in possesso della licenza elementare. C’è
invece grande interesse nelle nuove generazioni”.
-
Politica:
“Gli italiani sono molto dinamici, sia per quanto concerne la
politica locale sia quella dell'Italia. Tantissimi hanno
raggiunto il successo in ambito politico e moltissimi si
accingono a farlo. Sotto questo profilo sono attivissimi proprio
come i cugini della madre patria”.
-
Sport:
“Credo che
sia uno dei collanti più forti della comunità. Si seguono
attentamente le squadre del cuore e all’estero, come in Italia,
la Vecchia Signora trionfa sulle altre. Tutti si riuniscono nei
bar e caffè italiani per seguire le partite domenicali. Ancor di
più se si tratta delle varie coppe, mondiali di calcio e Formula
Uno. La passione per lo sport ci riempie di orgoglio italiano”.
E le nuove
generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?
“Sono molto
orgogliose di essere italiane: ne seguono la moda e amano
inserire nel loro lessico qualche termine in italiano. Parlano
spesso dell’Italia e dimostrano il loro attaccamento soprattutto
in vista di eventi sportivi”.
Cosa risponde a chi sostiene che
per la cittadinanza italiana sia necessario conoscere
l’italiano?
“Beh, sono
combattuto sull’argomento. Da italiano amante della mia lingua
sarei d’accordo con chi sostiene questo. Ma d’altra parte,
vivendo all’estero, ci si rende conto che essere italiani non
significa solamente parlare italiano. Un esempio: le nuove
generazioni dimostrano un attaccamento alle loro radici più di
un coetaneo cresciuto in Italia. Quindi penso che la
cittadinanza vada data anche ai nostri connazionali che non
parlano italiano, perché mostrano un amore incondizionato per la
loro terra”.
Quale è,
oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?
“Di estrema
importanza. Una comunità senza mezzi di comunicazione sarebbe
una collettività senza anima. Il giornale, oltre a dare notizie
dell’Italia, informa su eventi locali. Se ciò non avvenisse la
collettività sarebbe all’oscuro di ciò che avviene in seno alla
sua stessa realtà. Ecco perché dico sempre che il giornale e
qualsiasi altro mezzo di comunicazione, fungono da collante per
la comunità, la informano e la rendono partecipe”.
Quale valore hanno apportato le
comunità italiane nelle società nelle quali si sono insediate?
“Fondamentalmente, credo sia nello stile di vita. Basti pensare
che tutto ciò che è italiano è visto come qualcosa di bello e
creativo. Non c’è evento che non veda la partecipazione di altre
comunità. Oggi molto ruota attorno alla cultura italiana e alle
sue tradizioni, che riscuotono sempre più consensi. Tutti amano
questo stile di vita e vivere all’italiana è considerato “cool”.
Ha un
sogno nel cassetto?
“Poter tornare
in Italia, un giorno, ovviamente per lavoro”.
Antonella
Parmentola
14/07/06