
I GIORNALI ITALIANI
ALL'ESTERO
USA.
Domenico Porpiglia: un inviato speciale che ha a cuore la
“gente d’Italia”.

Domenico
Porpiglia, 61 anni, è direttore de “La Gente d’Italia”,
quotidiano che fonda nel 2000. Conosce profondamente il
continente americano, da nord a sud, perché, per 35 anni, è
stato “inviato speciale” del Mattino. Sulla variegata
situazione degli italiani all’estero dice che “dovremmo
cominciare a capire che nell’altra Italia c’è un pezzo di
noi che ha bisogno di tutto”.
Anagrafica giornale
-
nome
testata:
“La Gente d’Italia”
-
anno di
nascita:
2000
-
luogo di
pubblicazione:
America del Nord e del Sud
-
periodicità:
quotidiano
-
direttore:
Domenico Porpiglia
-
editore:
Porps international
-
numero di
copie:
circa 30mila
Anagrafica direttore
-
nome:
Domenico Porpiglia
-
luogo di
nascita:
Napoli
-
età:
61
-
stato
civile:
coniugato
-
anno in
cui si è trasferito all’estero:
1997
-
anno di
inizio direzione:
2000

Da
quanto tempo vive all’estero?
“Da sette
anni”.
Per quale motivo ha deciso di trasferirsi?
“Perché
già mi recavo negli Usa e nei Carabi in media quattro volte
l’anno”.
E
così…?
“Sono
andato via dal “Mattino”, dopo 35 anni di “inviato speciale”
in giro per il mondo: avevo casa a Miami ho pensato bene di
trasferirmi definitivamente in Florida”.
Come è
arrivato alla direzione del suo giornale?
“L’ho
fondato io”.
Perché
ha sentito la necessità di fondare un giornale in lingua
italiana?
“Mi sono reso conto che gli
italiani all’estero avevano bisogno di un giornale, di
notizie fresche dall’Italia e soprattutto di commenti ed
opinioni di giornalisti italiani veri. Mi spiego: la maggior
parte dei mezzi di comunicazione presenti all’estero si
regge sul sacrificio e l’abnegazione di giornalisti
improvvisati, a parte pochi professionisti. Il segreto del
successo di “Gente d’Italia” è proprio questo. Quando i
lettori comprano il giornale sul quale scrivono Cucci e
Tosatti per lo Sport, Ghirelli e Caretto per la Politica,
Torchia per le Inchieste, Guiglia per il Sud America, senza
dimenticare le opinioni di Luca Giurato, Arturo Diaconale,
Gianni Perrelli, colleghi bravissimi e conosciutissimi,
tutto diventa più facile. Ora bisognerà espandersi
soprattutto in Sud America, dove siamo solo noi sul
mercato”.
Quella del direttore è sempre
stata una sua ambizione o un giorno le è capitato che…?
“A dire
il vero sono stato costretto. Non l’ho voluto fare dove
lavoravo…”.
Quale
altro lavoro avrebbe voluto fare?
“Quello
che ho sempre fatto, il giornalista”.
Di sicuro, dopo le ultime
elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero è
cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere
degli “altri italiani” che invece non si sa?
“Per esempio, cosa pensano,
realmente, del voto all’estero e se a loro servirà…Gli
italiani che vivono fuori dall’Italia si dividono in due
grandi categorie, quelli che hanno fatto fortuna e che se la
passano, come dire, benino, e quelli che, invece, per varie
vicissitudini, in Argentina, Uruguay e Venezuela si sono
trovati, da un giorno all’altro, a dover vivere in
condizioni quasi subumane, senza uno straccio di pensione,
senza assistenza sanitaria e con pochi mezzi di
sostentamento. Ecco, dovremmo cominciare a capire che
nell’altra Italia c’è un pezzo di noi che ha bisogno di
tutto. Il voto all’estero ed i primi rappresentanti italiani
scaturiti dalle ultime elezioni dovranno prima di tutto
cercare di colmare questa grave lacuna. Hanno a
disposizione poco tempo, però, perché se non si faranno
sentire in Parlamento difficilmente questi poveri
connazionali riandranno a votare. Diranno “a cosa serve se
non cambia nulla?”.
Quale
è stato il periodo più difficile da affrontare?
“I primi
quattro anni”.
Perché?
“Perché fare i giornalisti non
significa fare gli editori e ti trovi da un momento
all’altro ad improvvisarti capo dell’ufficio vendite, capo
della distribuzione, capo del marketing, e poi la
concorrenza. Non dimentichiamo che, per esempio, sbarcando a
New York dove già da anni esiste un altro quotidiano, non
sei certo visto bene…
Allora devi imparare i trucchi
del mestiere, mandare il tuo uomo nelle edicole a
magnificare il tuo giornale, ma, soprattutto, devi
convincere, nel caso specifico, il capo della diffusione del
“New York Times”, che il tuo è un buon prodotto. E ci
vogliono mesi, anni… Poi devi ridurre i prezzi: noi vendiamo
il giornale a 50 centesimi tutti i giorni e il venerdì a un
dollaro, per attirare il lettore….E ancora le scorrettezze,
le maldicenze, di chi non ti vuole sul mercato. Così per
alcuni sei un fogliaccio della destra, per altri sei il
portavoce della sinistra. Questo ci riempie di gioia perché
significa che fai un buon giornale, pulito ed aperto a
tutti… E’ dura e non è ancora finita”.
Come descriverebbe la
comunità italiana di oggi?
“Vecchia,
poco attenta ai fatti italiani, perché nessuno si è mai
interessato a loro”.
Come è
mutata negli ultimi anni? Quali sono stati i cambiamenti più
eclatanti? Quali invece sono le costanti?
“Si è
integrata perfettamente. Parlo delle nuove generazioni.
Loro, i “vecchi” sono ancora legati all’Italia di una
volta”.
Come valuta, nel complesso, il
risultato delle ultime elezioni? E cosa, nella pratica, gli
italiani si aspettano dal nuovo governo?
“Credo che ci sia stato un
equilibrato pareggio, cioè metà centrodestra e metà
centrosinistra. Si aspettano un maggiore coinvolgimento, che
a mio parere non avverrà mai. Sono società diverse, vite
diverse, salvo a fare una cosa importante: esportare
cultura, lingua italiana, informazione”.
Per sfatare i luoghi comuni
sugli italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”, tanto
per dirne qualcuno, quale è il rapporto degli italiani con:
-
gastronomia:
“Ottimo, i prodotti italiani veri vanno a ruba”.
-
moda:
“Troppo cara, per molti”.
-
cultura/storia:
“Ne vedono poca…scarsi i mezzi a disposizione degli Istituti
di
cultura e soprattutto televisione inesistente (Rai
International è da rivedere, servono più soldi e programmi
ad hoc, soprattutto informazione).
-
politica:
“Ancora legata a stereotipi. La lontananza aumenta questo
tipo di
disinformazione”.
-
sport:
“Solo il calcio tira, ma…”
Ma?
“Non essendo il nostro un
giornale sportivo non possiamo certo uscire ogni giorno con
due pagine di sport, quindi va bene così…”.
E le
nuove generazioni, come (e se) manifestano il loro essere
italiani?
“A scuola o nelle università,
per il resto sono integratissimi nella cultura locale”.
Cosa
risponde a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia
necessario conoscere almeno l’italiano?
“Che,
forse, ha ragione”.
Quale
è, oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?
“Dovrebbero informare, invece
sono più orientati alla “gazzetta locale”, che serve, ma non
deve costituire la maggioranza delle notizie”.
Infine, quale valore aggiunto
hanno apportato le comunità italiane nelle società nelle
quali si sono insediate?
“Dipende.
In Nord America tanto, dalla cultura alla moda, dalla
tecnologia alla musica, alla gastronomia…Nel Sud America, lo
spirito di sacrificio è stato anche maggiore, consacrato
soprattutto all’agricoltura, all’allevamento, alle grandi
opere edili, ai ponti, alle strade, ai teatri: tutto in
Sud America parla italiano. Da tempo anche la
viticoltura è nelle mani dei nostri connazionali. Ottimi
vini vanno in giro per il mondo, e poi la lingua…in Uruguay
anche i parlamentari vanno a scuola d’italiano…”.
Antonella
Parmentola
21/07/06