
I GIORNALI ITALIANI
ALL'ESTERO
Sud Africa:
Pier Luigi Porciani, memoria storica del continente africano.
Pier Luigi
Porciani, 78 anni è il direttore de “La voce”, settimanale
italiano di Johannesburg. Nel 1984, dopo il pensionamento da
Alitalia, decide di stabilirsi in Sud Africa. Perugino di
nascita, toscano d’adozione, è sincero e pungente. Si considera,
a ragione, “depositario della memoria storica del continente
africano”.

Anagrafica
giornale
-
nome testata:
“La Voce”
-
anno di nascita:
1975
-
luogo di pubblicazione:
Johannesburg, Sud Africa
-
periodicità:
Settimanale
-
direttore:
Pier Luigi
Porciani
-
editore:
AIISA,
Associazione per l’Informazione agli Italiani in Sud Africa
-
numero di copie:
5.000
Anagrafica
direttore
-
nome:
Pier Luigi Porciani
-
luogo di nascita:
Perugia
-
età:
78
-
stato civile:
coniugato
-
anno in cui si è trasferito all’estero:
1960
-
anno di inizio direzione:
1984


Da quanto
tempo vive all’estero?
“Da 46 anni”.
Per quale
motivo ha deciso di trasferirsi?
“Per lavoro.
Trasferito da Alitalia come Direttore Sede Estera”.
Come è
arrivato alla direzione del suo giornale?
“Dopo il
pensionamento, avevo deciso di risiedere in Sud Africa, così mi
è stato chiesto di dirigere il giornale comunitario”.
Quindi
quella di direttore non era una sua ambizione, ma un giorno le è
capitato che…?
“Si, proprio
così, mi è capitato…”.
Quale
altro lavoro avrebbe voluto fare?
“Agente di
viaggio, ma sono soddisfatto di questo, che mi ha interessato ed
appassionato”.
Di sicuro,
dopo le ultime elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero
è cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere degli
“altri italiani” che invece non si sa?
“Ebbene, gli "italiani fuori d'Italia" tengono a far sapere che
sono italiani, e che non vi è differenza fra chi vive a Bolzano,
in Sardegna, sulle montagne della Sila o in Sud Africa. Orazio,
nelle sue Epistole scrisse: "Coelum,
non animum mutant qui trans mare currunt".
Abbiamo cambiato cielo, non l'anima.
Viviamo l'Italia con la passione di figli lontani e siamo
orgogliosi delle nostre radici. Questo vorremmo far sapere a chi
ritiene che non paghiamo le tasse (il che non è vero, le
paghiamo sulla pensione, se possediamo un bene qualsiasi o se
rinnoviamo la patente), che non siamo solo informati della
"vostra" realtà e che l'esistenza della stampa italiana
all'estero prova quanto desideriamo sapere e vivere con voi
la "nostra" realtà”.
Come
descriverebbe la comunità italiana di oggi?
“Imprenditoriale, attiva e laboriosa”.
Qual è stato il periodo più difficile da affrontare?
“Naturalmente quello iniziale”.
Quando si parla di Sud Africa, non si può non pensare
all’apartheid.
Avrebbe
voglia di dirmi come gli italiani (e anche lei personalmente)
hanno vissuto questa situazione. E oggi, è davvero cambiata?
“Vivo in
Africa da 46 anni, in vari Paesi, nei quali ho diretto uffici
Alitalia: in quella che era la Rhodesia (oggi Zimbabwe), in
Marocco, in Sudan, poi in Etiopia - all’epoca del Negus prima e
di Meghistu poi -, in Tunisia ed infine in Sud Africa. Qui
risiedo da 26 anni, e quindi, anche sotto il regime boero. Mi
ritengo, in un certo senso, depositario della memoria storica di
un continente tanto diverso quanto simile in molte delle sue
caratteristiche.
L'apartheid fu un’invenzione diabolica quanto stupida e cattiva,
alla quale gli italiani non parteciparono, per carattere,
umanità e perché impegnati a costruirsi un futuro, non
certamente politico.
Fu diabolica,
perché un’esigua minoranza riuscì ad emarginare un’intera
popolazione; stupida perché escluse un mercato di 30 milioni di
possibili acquirenti per limitarlo a quattro milioni di bianchi,
ed anche perché ufficializzò un sistema politico inaccettabile,
anche se attuato, in effetti, in molti altri Paesi dove
l’emarginazione non è legalizzata, ma effettiva; infine cattiva
perché, pur guidata da sentimenti calvinisti, quindi religiosi,
compì molti atti di disumanità.
Gli italiani
si tennero fuori da qualsiasi partecipazione a quel governo,
anche se dovettero accettare di acquisire la cittadinanza
sudafricana per essere ammessi al lavoro.
Oggi,
lamentiamo una forma d’apartheid alla rovescia, attuata con
l’imposizione di forme protettive per un’etnia piuttosto che per
un’altra, come l’Affirmative Action o il Black
empowerment, che gratificano la popolazione nera a sfavore
dei bianchi, che pure sono cittadini sudafricani. Una buona
democrazia, tuttavia, consente a tutti di vivere in pace,
godendo di questo meraviglioso Paese ricco di tutto, ma carente
di cervelli competenti e capaci”.
Come è mutata
la comunità italiana negli ultimi anni? Quali sono stati i
cambiamenti più eclatanti? Quali invece sono le costanti?
“Si è
evoluta, da emigranti a imprenditori”.
Come
valuta, nel complesso, il risultato di queste ultime elezioni? E
cosa, nella pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo
governo?
“Come lo
hanno valutato gli italiani d'Italia, bene a sinistra, dubbio a
destra...c'è persino chi ha ripensato al Referendum per la
Monarchia...broglio o non broglio? Ci si aspetta quello che
promette, serietà, meno chiacchiere”.
Quindi per lei
il risultato elettorale degli italiani all’estero non avrebbe
dovuto costituire una sorpresa?
“Come per
voi, c’era chi la vedeva da destra e chi la vedeva da
sinistra…la sorpresa è sempre per chi perde quando credeva di
vincere”.
Per
sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”,
tanto per dirne qualcuno, qual è il rapporto degli italiani con:
-
gastronomia:
“tradizionale”.
-
moda:
“tradizionale”.
-
cultura/storia:
“scarso interesse”.
-
politica:
“è seguita con interesse e partecipazione”.
-
sport: “è
seguito con notevole interesse”.
E le nuove
generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?
“I ragazzi,
cresciuti ed ambientati all’estero, sentono di riflesso la loro
italianità, ma se ne lamenta la scarsa partecipazione alle
attività comunitarie”.
Si corre
dunque il pericolo che la comunità sia destinata a sparire?
“Temo proprio
che la comunità, se non scomparirà del tutto (certi valori sono
ancora presenti) si ridurrà molto, perché con i matrimoni misti
e l’inserimento nelle comunità locali, ci sarà una considerevole
dispersione ed i giovani di seconda e terza generazione non
hanno l'Italia negli occhi e nel cuore, come noi. Certo, la
Ferrari e la Juve aiuteranno, ma, come scrisse Montanelli, nella
sua storia di Roma, quando oggi si dice “Forza Roma”, si allude
solo alla squadra di calcio!”.
Cosa
risponde a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia
necessario conoscere l’italiano?
“Mi pare
indispensabile e dovuto, se non altro per gratitudine verso
l’Italia che la concede”.
Qual è,
oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?
“ Fare
informazione e contribuire alla salvaguardia della lingua
italiana”.
Infine,
quale valore aggiunto hanno apportato le comunità italiane nelle
società nelle quali si sono insediate?
“Considerevole, per l’apporto di genialità, laboriosità,
facilità di inserimento, ambizione e istruzione dei figli, in
genere avviati a studi universitari”.
Antonella
Parmentola
03/07/06