
I GIORNALI ITALIANI
ALL'ESTERO
Brasile.
Desiderio Peron: la voglia di riscoprirsi italiani.
Desiderio
Peron 58 anni, sposato, nel 1994 fonda “Insieme”, mensile
bilingue, italo-portoghese, edito a Curitiba, Paranà. L’idea,
riuscita, era quella di creare un organo d’informazione
che contribuisse all’integrazione della comunità italiana nella
società brasiliana.
E’ un italiano di terza generazione: il nonno emigrò in Brasile
da Castelfranco Veneto. Da sempre si occupa di giornali e
giornalisti…
Anagrafica
giornale
-
nome testata:
“Insieme”
-
anno di
nascita:
1994
-
luogo di
pubblicazione:
Curitiba – Paraná - Brasile
-
periodicità:
mensile
-
direttore:
Desiderio Peron
-
editore:
Desiderio Peron
-
numero di
copie:
15.000 (bilingue italiano e portoghese)
Anagrafica
direttore
-
nome:
Desiderio Peron
-
luogo di
nascita:
Taió – Santa Catarina - Brasile
-
età:
58 anni
-
stato civile:
sposato
-
anno d’inizio
direzione:
1994
 
Dove è nato?
“In Brasile, dove è nato anche mio padre. Mio nonno è emigrato
qui da Castelfranco Veneto (TV) ”.
Per quale
motivo suo nonno lasciò l’Italia?
“Quello era il tempo della grande diaspora italiana”.
Come è
arrivato alla direzione del suo giornale?
“Come giornalista (ero anche presidente della sezione Trevisani
nel Mondo a Curitiba), avevo creato un bollettino diretto ai
soci. Altre associazioni se ne interessarono e, per non farne
uno per associazione, suggerii di creare “Insieme”.
Quella del
direttore è sempre stata una sua ambizione o un giorno le è
capitato…?
“L’idea era di produrre informazione e contribuire
all’integrazione della comunità italiana nella società
brasiliana. Il progetto all’inizio era cooperativo, gestito
dalle associazioni”.
Oggi non è
più così?
“Per una serie di motivi, anche commerciali, la rivista si è
costituita in una piccola casa editrice”.
Quale altro
lavoro avrebbe voluto fare?
“Mi sono sempre occupato, in tutta la mia vita, di giornalismo e
di giornalisti, giacché per 12 anni (dal 1979 al 1991) sono
stato presidente del sindacato dei giornalisti professionisti
del Paraná, con partecipazione anche al direttivo della
Federazione Nazionale dei Giornalisti del Brasile. Oggi, per la
prima volta, sono fuori da un quotidiano, per dedicarmi un po’
più alla rivista”.
Di sicuro,
dopo le ultime elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero
è cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere che
invece non si sa?
“Direi proprio di si. Anche se nello “Stivale” parlano di questa
“Italia nel mondo” non sempre in maniera corretta.
La nostra storia, sarebbe giusto dire, è parte della storia
dell’Italia stessa”.
Cosa le dà maggiormente fastidio?
“Le critiche nei confronti degli immigrati che, pur non avendo
fatto fortuna, portano ancora l’Italia nel cuore; un’Italia che
– è vero - non esiste più, ma è sempre la Patria.
La carenza della struttura consolare: “la doppia cittadinanza” è
un esempio di come esista, talvolta, un vero e proprio disprezzo
burocratico nei confronti di persone che, pur avendo diritto
alla cittadinanza italiana, forse, non potranno mai goderne”.
Come
descriverebbe la comunità italiana di oggi?
“Tranne le eccezioni che, naturalmente, ci sono, la comunità
italiana – principalmente, quella italo-brasiliana, calcolata
fra i 25/30 milioni di discendenti di immigranti italiani – è
fiera delle sue origini e ha molta voglia di conoscere l’Italia,
anche se non ha un’idea esatta di quella che è l’Italia odierna.
Si può dire che c’è una comunità italiana e una italica. Quella
italiana ha, magari, in mente un’Italia ferma alla metà del
secolo scorso. Quella italica, invece, cerca di scoprire
l’Italia raccontata dai nonni, dai bisnonni…
Alcuni stereotipi sopravvivono, ma c’è una grande voglia di
riscoperta delle radici”.
Quale è stato il periodo più difficile da affrontare?
“Da noi, in Brasile – e non parliamo dei primi tempi
dell’immigrazione, tutto da raccontare – sicuramente è stato
quello della Seconda Guerra mondiale: il Brasile ha lottato
contro l’Asse Germania/Italia/Giappone. Gli italiani sono stati
costretti a chiudere associazioni, ospedali, scuole, cambiare
nome e direttivi degli enti, dimenticare la lingua. La rinascita
dell’italianità è avvenuta negli anni 70, con la
ri-democratizzazione del paese. E questo spiega un po’ le
cose!”.
Come è mutata
negli ultimi anni? Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti?
Quali invece sono le costanti?
“Il cambiamento più sentito, forse, è proprio quello di non aver
più paura di dirsi italiano (anche se di italiano, in tanti,
rimane poco!). Di essere fieri delle proprie origini. Con
internet ed i mezzi di comunicazione odierni, sono i ragazzi che
ne giovano maggiormente”.
Come valuta,
nel complesso, il risultato inatteso di queste ultime elezioni?
E cosa, nella pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo
governo?
“Se il Brasile conta quasi 25 milioni di italo-brasiliani,
quelli iscritti ai consolati (ne abbiamo 5) sono circa 300mila.
Le file d’attesa degli aventi diritto alla cittadinanza italiana
“iure sanguinis” davanti ai consolati è, forse, della stessa
lunghezza. Per questo, le elezioni hanno interessato una
minoranza molto ristretta, diciamo 150 mila persone al massimo.
In qualche modo, per noi, il risultato inaspettato è stato
diventare “determinanti”. Meglio così, gli italiani nel mondo si
sono fatti vedere. Mi sembra che, tranne per quei settori che
hanno già rapporti con l’Italia (business, turismo), la comunità
vorrebbe il rafforzamento della struttura dei consolati (se ci
sono dei diritti, vanno protetti); poi, che si potesse mitigare
questa sete di italianità (cultura, informazione, arte, storia).
Ogni famiglia ha un’epopea da raccontare: rapporti con l’Italia
perduti o voglia, ancora non soddisfatta, di ritrovare questi
legami. Cose semplici che ad un governo costerebbero poco,
senz'altro. Poi ci sono le rivendicazioni su questioni più
pratiche, come la pensione…”.
Per sfatare i
luoghi comuni sugli italiani all’estero,
“mafia-pizza-spaghetti”, tanto per dirne qualcuno, quale è il
rapporto degli italiani con:
- gastronomia:
“Gli italiani sono sempre fieri della loro cucina. Quasi
dappertutto sono diventati di moda ristoranti, trattorie,
pizzerie, pasticcerie con nomi chiaramente italiani. Anche se
non sempre li meritano”.
-
moda:
“E’ sentita un po’ meno della gastronomia. Ma mantiene sempre il
suo charme”.
- cultura/storia:
“Sono quelle che, in particolare, ciascuno ha ereditato dalla
propria famiglia”.
- politica:
“Un buco. Lo ha dimostrato questa elezione. Va ricordato che la
Rai, da noi, arriva soltanto tramite la tv a pagamento. E tranne
che a San Paolo, non si trovano quotidiani italiani (anche
l'iniziativa del Corriere della Sera abbinato ad un quotidiano
locale è stata praticamente fallimentare). Forse adesso, dato il
nuovo clima politico si può cominciare un’altra tappa!”.
- sport:
“Per tanti, lo sport è una passione. E certo i tifosi non
mancano”.
E le nuove
generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?
“Non ci sono dubbi: il desiderio di imparare la lingua italiana
è cresciuto negli ultimi anni. E i giovani sono la maggioranza,
specie quelli che in italiano avevano imparato a dire
“buongiorno”, e qualche parolina in “talian” (una
mescolanza di dialetti italiani, spesso del Nord, con il
portoghese-brasiliano, mantenuta principalmente nelle comunità
più interne). Direi proprio che parte soprattutto da loro questa
voglia di italianità che ci sta attraversando”.
Cosa risponde
a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia necessario
conoscere almeno l’italiano?
“Sarebbe auspicabile che tutti conoscessero l’italiano “pulito”.
Tanti, come ho detto, capiscono e parlano ancora il dialetto “talian”.
Ma non solo la lingua, anche la cultura, la storia, l’attualità
italiana. Sicuramente è bello sapere che la riscoperta delle
radici porta tantissimi alla decisione di frequentare corsi per
imparare l’italiano. Con amore e gratitudine.
Ma bisogna dire che il diritto di sangue non comporta
alcun obbligo: sarebbe giusto, raccomandabile (non si può
obbligare) conoscere l’italiano. Sarebbe ancora meglio offrire
delle opportunità a chi si interessa della nostra Italia e delle
cose italiane”.
Quale è,
oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?
“Per quel che riguarda “Insieme”, posso dire che il nostro ruolo
è chiaramente di diffondere e promuovere la cultura e la lingua
italiana, anzi, italo-brasiliana (giacchè bilingue), in tutti i
sensi, senza vincoli ideologici o partitici. La rivista si
mantiene, praticamente, solo grazie agli abbonati e,
sporadicamente, a qualche associazione. Negli ultimi due anni
abbiamo avuto la fortuna di ottenere i contributi per la stampa
italiana all’estero. Quasi una elemosina... insomma... però
sempre un contributo”.
Infine, quale
valore aggiunto hanno apportato le comunità italiane nelle
società nelle quali si sono insediate?
“Gli italiani hanno portato, in tutte le comunità in cui si sono
inseriti, le migliori competenze nel campo dell’arte, della
politica, dell’imprenditoria, dei lavori sociali. Talvolta basta
sentire un cognome italiano…
In Brasile, circa il 30% del Prodotto Interno Lordo sarebbe
realizzato dagli italiani. Un dato che deve far riflettere”.
Antonella
Parmentola
07/07/06
|