I GIORNALI ITALIANI ALL'ESTERO


 

Germania. Tobia Bassanelli: giornalista al passo con i tempi.

 

Tobia Bassanelli, 63 anni, dirige dal 1999 “Webgiornale”, primo quotidiano per la comunità italiana in Germania, consultabile al sito Internet www.webgiornale.de. Le grandi possibilità aperte dall’era delle trasmissioni via satellite e Internet gli hanno, infatti, suggerito l’idea di dare vita ad un giornale telematico, che permettesse un accesso alle informazioni in modo più tempestivo e completo. Dei nostri connazionali all’estero dice: “Quello che conta non è conoscere di più della loro vita, ma sapere che esistono e che sono una realtà vitale del Paese”.

 

Anagrafica giornale

 

-          nome testata: “Webgiornale”

-          anno di nascita: 1999

-          luogo di pubblicazione: Internet, sito www.webgiornale.de (sede redazione: Gross Gerau, Frankfurterstr, 42, Germania)

-          periodicità: quotidiano

-          direttore: Tobia Bassanelli

-          editore: Mci/Scj GG

 

 

Anagrafica direttore

 

-          nome: Bassanelli Tobia

-          luogo di nascita: Ponte Nossa (Bergamo, Italia)

-          età: 63

-          stato civile: celibe

-          anno in cui si è trasferito all’estero: 1975

-          anno di inizio direzione: 1999

 

 

Da quanto tempo vive all’estero?

“Da oltre 30 anni”.

 

Per quale motivo ha deciso di trasferirsi?

“Ho trovato interessante la proposta del Delegato Nazionale delle MCI (Missione Cattolica Italiana) in Germania, mons. Giuseppe Clara, di guidare la Mci di Gross Gerau e contemporaneamente di collaborare al settimanale “Corriere d’Italia”.

 

Come è arrivato alla direzione del suo giornale?

“Nel 1998 terminava il mio impegno di lavoro presso il “Corriere d’Italia” (di cui sono stato direttore negli ultimi sei anni, dal 1992 al 1998). Desideroso di continuare ad operare nel mondo dell’informazione a favore della collettività italiana in Germania, ho pensato di investire nei nuovi media le competenze acquisite. Ho così creato un’agenzia stampa, la “de.it.press”, che inizialmente diffondeva le informazioni via fax (“Faxgiornale”) e, successivamente, nel novembre del 1999, ho avviato l’attuale pubblicazione telematica su Internet, il “Webgiornale”.

 

Quella del direttore è sempre stata una sua ambizione o un giorno le è capitato che…?

“Dirigere un giornale non è mai stata una mia ambizione. Quello che mi interessa è operare nel mondo dell’informazione, di un’informazione mirata, rivolta e pensata per gli italiani in Germania”.

 

Quale altro lavoro avrebbe voluto fare?

“Pur essendo iscritto all’albo dei pubblicisti, la mia vera professione non è quella giornalistica, che in fondo svolgo per hobby. La mia attività principale è di carattere pastorale, come responsabile della Missione di Gross Gerau”.

 

Di sicuro, dopo le ultime elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero è cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere degli “altri italiani” che invece non si sa?

“Le situazioni degli italiani nel mondo sono molteplici e assai diversificate, considerando i tanti e lontanissimi luoghi di residenza. Quello che conta non è conoscere di più sulla loro vita, ma sapere che esistono, che sono una realtà vitale del Paese: è questo tipo di coscienza che, nonostante le recenti elezioni e l’accresciuto interesse nei loro confronti, ancora manca in Italia”.

 

Come descriverebbe la comunità italiana di oggi?

“Quella attuale, in Germania, è una comunità sicuramente più integrata e stabile rispetto ai decenni passati. Ciò non toglie che sia alle prese con problemi della prima ora e che danno l’impressione di essere cronici, come il basso successo scolastico, la limitata professionalizzazione, con conseguenze negative per quanto riguarda l’accesso e la permanenza nel mondo del lavoro”.

 

Quale è stato il periodo più difficile da affrontare?

“Difficili sono sempre gli inizi, perché bisogna adattarsi ad un nuovo ambiente, creare nuovi rapporti, elaborare un nuovo stile di vita. Le difficoltà successive sono quelle che tutti conoscono, legate alla salute, alle persone con cui si collabora, agli attriti per le posizioni espresse o le scelte fatte. Per la collettività italiana in Germania uno dei momenti più difficili è da collegarsi alla crisi dell’associazionismo, agli inizi degli anni ’90, quando sono venuti meno punti di riferimento e di stimolo importanti, se non determinanti, nella storia della nostra presenza in questo Paese. Anche ora non è un momento facile: l’alto tasso di disoccupazione e le restrizioni sociali varate recentemente e, dunque, in arrivo, creano grossi problemi, perciò diversi connazionali hanno preferito o stanno programmando il rientro”.

 

Come è mutata negli ultimi anni? Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti? Quali invece sono le costanti?

“Come dicevo, l’attuale presenza italiana in Germania è molto diversa dagli anni ‘60 e ‘70, quando tutti sognavano il rientro. Ora restano anche i pensionati, perché i figli sono qui ed il paese di origine ha perso, per tanti motivi, la capacità di attrazione. I grandi flussi, come i grandi rientri, si sono bloccati, e chi si è fermato pensa ad un futuro stabile e definitivo qui. Questo ha portato ad una maggiore integrazione e partecipazione alla vita sociale culturale e politica del Paese di accoglienza. Costanti restano l’attaccamento alla cittadinanza e alla lingua italiana, le abitudini culinarie, le tradizioni religiose”.

 

Come valuta, nel complesso, il risultato delle ultime elezioni? E cosa, nella pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo governo?

“Le valuto molto positivamente, sia per la partecipazione, che personalmente mi aspettavo più bassa, sia per il risultato: il voto dell’estero ha contribuito a dare stabilità e governabilità al Paese (garantendo ai vincitori delle elezioni una maggioranza anche al Senato) e maggiore visibilità e peso politico alle comunità italiane nel mondo. Dal nuovo governo ci aspettiamo che sia coerente e fedele al programma presentato ed agli impegni presi e, per quanto ci riguarda, rilanci l’immagine dell’Italia nel mondo, incrinata dal precedente Presidente del Consiglio. Una buona immagine non può che avere riflessi positivi anche sulla vita e sull’attività dei residenti all’estero. I quali poi si aspettano un’attenzione reale, non fatta di retorica e di falso patriottismo, come ai tempi di Tremaglia, al quale comunque bisogna dar atto di una passione sincera per i problemi dell’emigrazione italiana e il merito maggiore nel varo della legge che ha introdotto l’esercizio del voto all’estero”.

 

Per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”, tanto per dirne qualcuno, quale è il rapporto degli italiani con: gastronomia, moda, cultura/storia, politica, sport.

“Tanto per cominciare dall’ultimo: lo sport esprime forse il legame emotivo più profondo e più diffuso con il Paese. Una prova sono le continue e grandi proteste per l’oscuramento delle trasmissioni via satellite delle partite della nazionale di calcio, comprese quelle dei recenti mondiali. La bontà della cucina italiana è universalmente riconosciuta, grazie proprio al talento dei connazionali all’estero. In alcuni settori, come nella gelateria, si può dire che abbiamo il monopolio. La moda non è una priorità, ma in determinate circostanze, come ai matrimoni, il gusto italiano si vede subito. La cultura costituisce un po’ lo specifico degli IIC (Istituti Italiani di Cultura), ma nelle grandi città non mancano le associazioni attente a questo aspetto. La politica, anche perché privi del voto, non ha mai interessato più di tanto. Con l’arrivo del voto comunale nei luoghi di residenza e del voto per corrispondenza nei referendum e nelle elezioni politiche nazionali, le cose stanno lentamente cambiando, in meglio, con un interesse maggiore su ambedue i versanti”.

 

E le nuove generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?

“Le nuove generazioni parlano tedesco, anche tra loro e in casa, sono inserite bene nel mondo tedesco, assorbono più facilmente la cultura e le tradizioni del luogo. Il che porta a pensare che si identifichino più con i valori della società di residenza che con quelli della famiglia di origine. E quindi che abbiano un’identità interiore non necessariamente italiana. Quando ai recenti mondiali li abbiamo visti in massa festeggiare – scatenatissimi - le vittorie dell’Italia, specie quella sulla Germania, sventolare come invasati il tricolore, dipingerselo sul viso, una cosa era subito chiara: nella loro coscienza interiore prevale il riferimento italiano. E, all’occasione, lo sanno manifestare”.

 

Cosa risponde a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia necessario conoscere almeno l’italiano?

“Gli chiederei se allora è disposto a togliere la cittadinanza a migliaia di giovani italiani nel mondo che non conoscono per nulla l’italiano, ma molto bene la lingua del posto dove sono nati e cresciuti. Credo che, con riferimento alla cittadinanza, più fondamentale della lingua, la cui importanza non va certo sminuita, sia il ritrovarsi in valori comuni, condivisi, quelli costituzionali”.

 

Quale è, oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?

“Hanno perso in gran parte l’importanza ed il ruolo che avevano nel passato, sia per lo sviluppo dei processi di integrazione, che portano a privilegiare testate locali o nella lingua del posto, sia per le grandi possibilità aperte dall’era delle trasmissioni via satellite e Internet, che permettono l’accesso alle informazioni in modo più tempestivo e completo.  Se pensiamo anche ai maggiori costi della carta stampata rispetto alle testate telematiche, allora ci spieghiamo perché molti giornali editi all’estero siano in gran parte in crisi e sulla via del tramonto”.

 

Infine, quale valore aggiunto hanno apportato le comunità italiane nelle società nelle quali si sono insediate?

“A parte una manodopera “gratuita” (i luoghi di accoglienza non hanno investito nulla per la sua preparazione scolastica e professionale), e giovane (che ha chiuso i buchi occupazionali di un Paese in forte sviluppo, coprendo impieghi fondamentali, ma spesso rifiutati dai lavoratori locali ed assicurando il sistema pensionistico di una società sempre più vecchia), le comunità italiane hanno portato la diversità culturale, tipica dell’area mediterranea, e con essa i valori che la caratterizzano, come la capacità di socializzare, di improvvisare, l’arte di affrontare la vita con serenità e apertura, i grandi spazi lasciati alla fantasia e alle emozioni. Il che non è poco, specie in ambienti non solo climaticamente rigidi come quelli nordici. Le nostre comunità all’estero non sono state solo una forza lavoro, spesso determinante per lo sviluppo economico dei Paesi di residenza, ma e soprattutto una realtà umana ricca di cuore, di tradizioni e di vita”.

 

Pensa mai di tornare a vivere in Italia?

“Per ora no. Da pensionato...si vedrà, gli ultimi anni sicuramente”.

 

 

Antonella Parmentola

 

08/09/06